Impresa di Fiume

L'impresa di Fiume definisce l'occupazione della cittadina alto-adriatica, che oggi fa parte della Croazia (Rijeka in lingua croata), messa in atto da Gabriele D'Annunzio e dai suo legionari dal settembre 1919 al Natale del 1920 con l'intento non solo di rivendicarne l'italianità ma anche di porre le basi di una società sperimentale. L'impresa di Fiume fu certamente mossa da un sentimento nazionalistico che poco ha a che vedere con i principi anarchici e che di fatto fu la premessa dell'avvento della dittatura fascista da lì a un paio d'anni [1], tuttavia essa coinvolse in forme diverse anche tutto quel coacervo di forze eterogenee fuoriuscite dalla Prima guerra mondiale e in cui trovavano spazio anche anarchici (individualisti o comunque persone che vissero quell'esperienza individualmente), comunisti, rivoluzionari, ribelli, artisti ecc.

D'annunzio fra i legionari, in basso, con il coltello tra i denti, alcuni Arditi.

Queste forze pensavano di poter utilizzare Fiume in una chiave strettamente rivoluzionaria, ponendo le basi per la costruzione di una società libera da incrostazioni autoritarie. L'ala nazionalistica e quella rivoluzionaria convissero fianco a fianco, tra alti e bassi, per tutta la durata dell'esperienza, con la prevalenza della prima nella fase iniziale e della seconda nella parte finale. Gabriele D'Annunzio fu il collante in grado di mantenere gli equilibri (almeno sino ad un certo momento) in un ambito così vasto e diversificato di personalità e ideologie. [2]

Al termine dell'esperienza buona parte dei fiumani confluirà nel fascismo, ma una parte rifiutò di seguire Mussolini, schierandosi nelle fila degli antifascisti.

I fatti

Premessa

 
Francobollo in ricordo dell'"impresa".

La disintegrazione dell'Impero Austro-Ungarico, a seguito della sconfitta nella Prima guerra mondiale, portò alla contesa della città da parte dell'Italia e della futura Jugoslavia. La confusione era accresciuta dal fatto che il Patto di Londra, stipulato fra l'Italia e le potenze dell'Intesa non prevedeva l'assegnazione della città all'Italia in quanto Fiume sarebbe dovuta rimanere l'unico porto in mano all'Impero Austro-Ungarico, del quale, nel 1915, non si poteva prevedere la dissoluzione.

Al momento dell'"impresa fiumana" gli abitanti della città erano in maggioranza italiani, seguiti da consistenti minoranze di ungheresi, croati, slavi, ecc (1910: il 48,6% di lingua materna italiana; il restante 51,4% era diviso in varie etnie. 1918: su una popolazione totale leggermente diminuita: 62,4% italofoni; 37,6% altri).

Dopo una breve occupazione italiana, una forza internazionale anglo-franco-statunitense occupò nuovamente la città (novembre 1918). La "questione di Fiume" venne quindi discussa nella conferenza di pace di Parigi del gennaio 1919.

La marcia su Fiume e la Reggenza del Carnaro

In questa situazione di stallo intervenne, grazie all'appoggio dei nazionalisti e di importanti esponenti degli interessi economici italiani, Gabriele D'Annunzio: con la divisa di tenente-colonnello dei Lancieri di Novara, il poeta-scrittore e militare decorato, condusse un gruppo di circa 2.600 ribelli dell'esercito (tencicamente essi erano dei disertori dell'esercito italiano, ma poiché il loro scopo non era quello di scappare dall'esercito furono definiti aulicamente da Filippo Tommaso Marinetti «disertori in avanti») da Ronchi [3], nelle vicinanze di Monfalcone, fino a Fiume, che sarà poi occupata definitivamente il 12 settembre 1919. Nel tardo pomeriggio D'Annunzio proclamò l'annessione al Regno d'Italia, dando inizio al "governo dannunziano". Per la prima volta nella storia un governo era in mano ad artisti ed intellettuali.

Il governo Italiano, retto in questa fase da Francesco Saverio Nitti (soprannominato da D'Annunzio "cagoia"), tentò di trattare la resa dei legionari e l'abbandono della città. Inizialmente a Fiume prevalse l'ala conservatrice e nazionalista, ma in seguito all'allontanamento del capo di governo, il nazionalista Giovanni Giuriati, sostituito nel gennaio 1920 dal sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris [4], prese avvio la seconda fase dell'occupazione di Fiume: la Reggenza Italiana del Carnaro, dotata anche di una costituzione, la «Carta del Carnaro» scritta dal nuovo capo di gabinetto. Fu in questa seconda fase dell'occupazione di Fiume che vi accorsero filosofi, artisti e libertari di ogni risma con l'obiettivo di dar vita a una sorta di laboratorio fondato sulla libertà individuale.

La Carta del Carnaro

La «Carta del Carnaro» diede inizio alla Reggenza del Carnaro a partire dall'8 settembre 1920. Fu Alceste De Ambris, capo di gabinetto di Fiume, dettò la Carta del Carnaro [5] (cioè la costituzione fiumana) a Gabriele D'Annunzio, che invece ne curò la forma, e da cui si può notare che, seppur non completamente sviluppata e in buona parte mai nemmeno attuata, essa ha un programma sociale molto più avanzato di quello della Repubblica Italiana del secondo dopoguerra.

 
Frontespizio della «Carta del Carnaro».

Infatti:

Art. 2 - «La Repubblica del Carnaro è una democrazia diretta, che ha per base il lavoro produttivo e come criterio organico le più larghe autonomie funzionali e locali. Essa conferma perciò la sovranità collettiva di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di classe e di religione; ma riconosce maggiori diritti ai produttori e decentra, per quanto è possibile, i poteri dello Stato, onde assicurare l'armonica convivenza degli elementi che la compongono».

Art. 5 - «La Costituzione garantisce inoltre a tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, l'istruzione primaria, il lavoro compensato con un minimo di salario sufficiente alla vita, l'assistenza in caso di malattia o d'involontaria disoccupazione, la pensione per la vecchiaia, l'uso dei beni legittimamente acquistati, l'inviolabilità del domicilio, l'habeas corpus, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abuso di potere».

La Russia sovietica non a caso sarà l'unico Stato che riconoscerà la "Libera Repubblica di Fiume" o "Libero Stato di Fiume". In effetti alcuni organi collegiali militari del governo fiumano somigliavano più ai soviet che ad organismi militari della monarchia costituzionale italiana. Gli ufficiali di qualsiasi ordine e grado avevano pari peso nelle decisioni. Da ciò la protesta e l'abbandono di ufficiali reazionari che inizialmente avevano seguito D'Annunzio. Ceccherini stesso, generale al seguito di D'Annunzio, se ne va il 20 novembre 1920 con la seguente dichiarazione:

«... la sistematica inversione dei valori disciplinari è troppo grave... veniamo qui chiamati da V.S. come generali e come tali ce ne andiamo... ».

Per quanto concerne le altre questioni, la "Carta" prevedeva:

  1. Lavoro: si auspicava la necessità di elevare le masse dal lavoro bruto e condurle verso una nuova dimensione di libertà e spiritualità;
  2. La proprietà: «nessuna proprietà può essere riservata alla persona quasi fosse una sua parte; [...] Unico titolo legittimo su qualsiasi mezzo di produzione e di scambio è il lavoro»;
  3. L'istruzione: gratuita, a livello elementare e per tutti i cittadini, a prescindere dal sesso; era previsto per tutti un insegnamento musicale di alto livello;
  4. La libertà: garantite quelle di stampa, riunione e associazione); garantiti anche i diritti politici (suffragio universale maschile e femminile), civili (riconoscimento del divorzio, già esistente al momento dell'arrivo dei legionari) e sociali (diritto all'assistenza e alla previdenza sociale);
  1. La questione femminile: riconoscimento alle donne della parità salariale e riconoscimento di ogni libertà sessuale;
  2. La difesa: abolizione dell'esercito in tempo di pace, obbligo del servizio militare, in caso di guerra per tutti i cittadini (uomini e donne), dai diciassette ai cinquantadue anni.
 
Giovanni Giolitti, primo ministro all'epoca della "liberazione di Fiume" (24-30 dicembre 1920) che causò diverse decine di morti.

In realtà, è necessario notare che la «Carta del Carnaro» espresse un concetto opposto d'antistato: attraverso la politica del corporativismo, si propose il superamento della dottrina capitalista e marxista, proponendosi di creare una società antagonista rispetto a queste due dottrine. Nella Carta, la presenza dello Stato è forte e accentuata, tant'è che nel 1927 il regime fascista avrebbe preso spunto proprio dalla dottrina economica proposta da De Ambris. A Fiume avvenne l'incontro definitivo tra il sindacalismo rivoluzionario di De Ambris e il nazionalismo di D'Annunzio, che si tradusse, poi, nella stesura della «Carta del Carnaro», che avrebbe dato al fascismo l'ispirazione per la sua dottrina economica. Già nel 1911 Angelo Olivetti aveva tracciato il punto d'incontro dei due sovversivismi:

«Un primo coefficiente di similitudine tra nazionalismo e sindacalismo è che entrambi sono dottrine di energia e di volontà, in contrapposto alle dottrine, meglio alle pratiche di adattamento. Altro legame spontaneo tra sindacalismo e nazionalismo è l'odio comune a tutte le forme intermedie piatte e scialbe, flosce, di borghesia e di democrazia. Sindacalismo e nazionalismo sono perciò antidemocratici, antipacifisti, antiborghesi. E, diciamo la parola, sono le due tendenze aristocratiche di una società quattrinaria e bassamente edonistica. Finalmente nazionalismo e sindacalismo hanno in comune il culto dell'eroico che vogliono far rivivere in mezzo a una società di borsisti e di droghieri». [6]

La fine della reggenza del Carnaro: il «Natale di Sangue»

Il Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920 aveva dichiarato Fiume città-Stato indipendente. Gabriele d'Annunzio, che l'8 settembre aveva pubblicato la «Carta del Carnaro», non aveva accettato il trattato e s'era rifiutato categoricamente di lasciare la città. I legionari fiumani erano stati peraltro traditi anche da Benito Mussolini, che aveva definito il trattato «l'unica soluzione possibile». In questo stato d'isolamento, si aprivano così le porte per la fine della Reggenza.

Alla vigilia di Natale del 1920, il nuovo governo Giolitti ordinò al Gen. Caviglia la presa di forza della città con un violento cannoneggiamento dal mare sulle installazioni militari e di governo, appoggiato anche da un gruppo non molto numeroso di squadristi fascisti [7] [8]. Lo stesso D'Annunzio rimase lievemente ferito e dopo sei giorni di scontri Fiume capitolò definitivamente. Il "Vate", dopo il rifiuto di Mussolini a sostenerlo in quel fatale 1919 e il capovolgimento di fronte del 1920, ne ignorerà di fatto l'autorità fino alla morte [9].

Dopo il bombardamento di Fiume, D'Annunzio invitò il popolo italiano a «sollevarsi e compiere infine giustizia». A questo appello solo alcuni risposero, tra cui gli anarchici Aurelio Tromba, Ettore Aguggini, Antonio Pietropaolo, Annunzio Filippi (fratello di Bruno Filippi), organizzando un velleitario tentativo insurrezionale che però terminò con l'arresto, il 28 dicembre 1920, di 30 persone (12 saranno rilasciate quasi immediatamente), anche se in seguito il processo ridimensionerà il progetto insurrezionale (tutti assolti tranne Cerati, condannato lievemente per il possesso di una rivoltella, e Filippi, condannato a due anni). [10] [11]

Dopo la "liberazione", Fiume rimarrà "città-Stato" ("Stato libero di Fiume"), secondo quanto era stato definito dal trattato di Rapallo nel settembre precedente, sino al 1924, quando Mussolini la annesse al territorio italiano.

Aspetti libertari e libertini dell'occupazione di Fiume

Tutta l'impresa di Fiume fu portata avanti da un nugolo di persone con idee politiche diverse che si coagularono, sino a quando fu possibile, intorno all'ambigua ma comunque carismatica figura di Gabriele D'Annunzio. Alla sua destra stavano i nazionalisti e i moderati fiumani, spesso membri dell'esercito italiano, che portavano avanti le solite istanze gerarchiche e il cui obiettivo era solo quello di annettere Fiume all'Italia. A sinistra vi era invece un manipolo di ribelli, artisti e futuristi, che si schierava contro i moderati (da loro chiamati "passatisti") e che a partire da Fiume intendeva costruire non solo una nuova Italia, ma creare una sorta di “controsocietà” sperimentale.

La vita-festa e la ricerca del piacere

Per la parte "scalmanata" e ribelle dei legionari, grandissima importanza assumeva l'elemento della "festa", intesa proprio come godimento ludico della vita:

«Una fanfara squilla: “ecco, passa la banda”; è una musica militare che traversa la città, fatto ricorrente almeno tre o quattro volte al giorno, in Fiume [...] Mai scorderò la festa di San Vito, patrono di Fiume, il 15 giugno 1920; la piazza illuminata, le bandiere, le grandi scritte, le barche coi lampioncini fioriti (anche il mare aveva la sua parte di lesta) e le danze... si danzava dappertutto... » (Leone Kochnitzky).

Essi erano negatori della morale e indirizzati verso i principi dionisiaci: danza, riso, leggerezza. Essi spesso si richiamavano a Nietzsche, ma non perché appartenessero alla destra retrograda e nazionalista, bensì perché del filosofo tedesco essi recepivano un aspetto libertario e nemico dello status quo. Per questo al dovere essi preferivano il piacere, alla tradizione la trasgressione, al culto del lavoro quello di lavorare il meno possibile; il ribellismo, la libertà sessuale, l'omosessualità, l'uso della droga, il nudismo, il rifiuto delle carceri e della psichiatria erano tutti valori che avrebbero dovuto costituire le fondamenta di una nuova società, ma che le cannonate del «Natale di Sangue» spazzarono via definitivamente.

La presa di posizione di «Umanità Nova» e delle organizzazioni anarchiche

L'ala rivoluzionaria dei legionari, benché non propriamente anarchica, fu comunque influenzata dall'anarchia e da tutte le correnti rivoluzionarie della sinistra come il bolscevismo. Queste influenze sono peraltro evidenziate dal tentativo da parte di questi fiumani di contattare Errico Malatesta (quando nel 1920 l'anarchico fu arrestato insieme ad altri militanti, molti futuristi e legionari gli mandarono la propria solidarietà), i socialisti rivoluzionari e persino Lenin. Il giornale «La Testa di Ferro», diretto da Mario Carli, divenne il loro organo ufficiale.

 
Altra bandiera della Reggenza Italiana del Carnaro.

In giugno i redattori de «La Testa di Ferro» riportarono una nota in cui annunciavano la presenza del giornalista anarchico Randolfo Vella di «Umanità Nova», giunto a Fiume per studiare il fiumanesimo:

«Il quotidiano anarchico è il primo dei giornali sovversivi che ci manda un suo inviato speciale e che non si accontenta, per giudicarci, delle menzogne dei vari Zanella autonomi o comunisti. Rileviamo con piacere l'atto di onestà politica dell'organo di Malatesta» («La Testa di Ferro», 6 giugno 1920).

Scegliendo di parlare con «Umanità Nova» e accettando l'intervista dell'anarchico Randolfo Vella, D'Annunzio affermò di essere «per il comunismo senza dittatura»; perplesso e meravigliato per l'affermazione, Vella domandò: «lei per il comunismo?». «Nessuna meraviglia, perché tutta la mia cultura è anarchica» - replicò D'Annunzio - «e poiché in me è radicata la convinzione che, dopo quest'ultima guerra, la storia scioglierà un novello volo verso un audacissimo progresso». Vella ribadì che «il suo sbarco a Fiume, più che comunista ed internazionalista», lo rivelava «ultranazionazionalista». «È mia intenzione» - rispose D'Annunzio - «di fare di questa città un'isola spirituale dalla quale possa irradiare un'azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse. Io ho bisogno di non essere calunniato da voi sovversivi; poi vedrete che la mia opera non è nazionalista». [12]

La permanenza di Vella a Fiume e i resoconti inviati a Milano, alla sede di «Umanità Nova», non migliorarono il giudizio della stampa anarchica nei confronti di D'Annunzio, ed essa continuò non solo ad essere sospettosa, ma giunse a denunciare pubblicamente, con forti attacchi, le scelte del poeta. Il 20 luglio vennero posti in risalto, ancora una volta, i problemi degli operai fiumani e l'incompetenza di D'Annunzio nel non riuscire a migliorare le condizioni dei lavoratori. [13] A D'Annunzio venne nuovamente rimproverato di essere sceso a patti col Consiglio nazionale fiumano, quest'ultimo accusato di tutelare gli interessi dei capitalisti fiumani. [14] Vella non fece a meno di elencare i personaggi più «filo bolscevichi» di cui si circondò D'Annunzio con lo scopo di sciogliere il Consiglio nazionale e liberarsi di quest'ultimo per governare autonomamente. [15] Il giornalista giunse alla conclusione che Fiume era «diventata una città autocrate, dove il questore Giuseppe Dorini (sotto il governo austro ungarico Dorie) impera col pugno di ferro; e dove D'Annunzio disinvolto passa da un'incoerenza all'altra, credendo che sul campo della realtà si agisca come sui campi... dell'immaginazione». Vella si espresse parlando a nome degli anarchici italiani: «Noi anarchici pensiamo che è il momento di cessare simili vergogne; e che si lasci a Fiume quella libertà che né l'Italia né le a ltri nazioni borghesi potranno mai concederle». Seguì il commento della redazione: «Di quello che ci racconta il Vella non ci meravigliamo. Da D'Annunzio non c'era da aspettarsi altro». [16]

Istituita l'8 settembre la Reggenza del Carnaro, «Umanità Nova» non mancò di commentare la notizia, pubblicando un articolo in prima pagina dieci giorni dopo l'evento:

«Poiché ogni tanto il pubblico, seccato della commedia fiumana, se ne disinteressa, e tutto minaccia di finire tra la generale indifferenza, il divo e immaginifico Vate dell'Italia futurista ne pensa qualche altra, che valga a richiamar l'attenzione e a far voltare la testa alla gente che passa. Tempo fa voleva fare di Fiume una repubblichetta bolscevica... per decreto reale; adesso ne fa una Reggenza. Abbiamo letto tempo fa nei giornaletti clandestini del fascismo quel lungo sproloquio da manicomio, misto di reminiscenze medioevali e di luoghi comuni modernissimi che voleva arieggiare una forma di legislazione assai buffa, in quanto ogni articolo di legge era qualcosa di vago e impreciso; buono per tutti i gusti, imitante un po' di salmi di Davide e un po' di sfoghi di Zarathustra. Con quel parto cerebrale pareva che D'Annunzio volesse dare le dimissioni da persona intelligente... Vero è che D'Annunzio è un intellettuale; e spesso gli intellettuali sono tutt'altro che intelligenti. Si possono scrivere volumi di bei versi e di prosa cesellata senza essere obbligati a capire come si sta al mondo, e che cosa sia la vita dei popoli. Quale “costituzione” possa essere immaginata da cervelli simili ognuno comprende. Anzi... non ci capisce niente!» [17]

Se già la prima parte dell'articolo non aveva mostrato un giudizio positivo, la seconda rivelò una presa di posizione netta, contraria alla Reggenza, chiarendo i motivi per i quali l'impresa era stata portata avanti così a lungo:

«Noi non conosciamo D'Annunzio personalmente, e non sappiamo se la sua stravaganza è sincera oppure è d'uno che fa il matto per furberia. Certo è, a parte ogni considerazione personale, che la cosiddetta impresa di Ronchi [...] è stata e continua ad essere una impresa del militarismo italiano, condotta con la tolleranza del governo e con l'aiuto dello Stato Maggiore dell'Esercito, che in Italia fa il comodo suo da che c'è la guerra, con o senza il consenso del governo medesimo. L'impresa ha servito sin qui a molteplici usi. Anzitutto a far proseguire la vita di oziosi e vagabondi ad una quantità d'ufficialetti, che sarebbero dovuti tornare all'odiato lavoro del pane quotidiano, dopo finita la cuccagna della guerra. Poi a tener accesa sull'altra sponda dell'Adriatico una fiammella di guerra, che servisse a mantenere intorbidate le acque in modo da permettervi la pesca agli avventurieri della politica e della finanza. Terzo, a fare di Fiume una specie di campo trincerato del movimento anti proletario, un vivaio del teppismo bianco, ricattatore con i ricchi e aggressore dei poveri, un fulcro per la dittatura militare italiana [...]. Quarto, a rompere le tasche ai cittadini fiumani, rovinandone economicamente del tutto la città. [...] Noi siamo d'opinione che Fiume, come del resto pensavamo per Trieste, la Dalmazia ecc. non acquisterebbe proprio nulla a passare sotto al dominio italiano, che non è affatto meglio dell'ex governo austriaco. Allo stesso modo nulla guadagnerebbe dall'essere sottoposta al regime jugoslavo. [...] La sua indipendenza come città libera, pur non essendo la soluzione ideale col perdurare del regime borghese e statale, sarebbe però sempre la soluzione migliore; ed è quello che auguriamo per ora alle povere città dell'Adriatico». [18]

Mentre il 28 dicembre D'Annunzio riuniva il Consiglio nazionale pronto ad accettare un incontro con gli emissari del governo italiano, «Umanità Nova» si scagliò contro i nazionalisti:

«Dopo tutto gli stessi che parlano di paese “proletario”, son quelli che ne rendono più difficile la vita, sperperandone energia e danari nella messa in scena di quella commedia da miliardari che si rappresenta a Fiume sotto la direzione del capo comico D'Annunzio! Si potrebbe dire ai nazionalisti, che se l'Italia è una nazione proletaria, smettano di farle assumere cotest'aria da gran signora... » (Quand-même, “La grande proletaria”, «Umanità Nova», 28 dicembre 1920).

Complici nell'umiliare l'Italia, sostennero gli anarchici di «Umanità Nova», furono anche i diplomatici italiani. [19] Quando a Fiume le ostilità cessarono, l'attenzione della stampa anarchica si concentrò, non tanto sui ribelli sconfitti, quanto sull'azione della borghesia italiana all'interno della vicenda. Essa avrebbe potuto trarre i propri vantaggi dal conflitto appena concluso, eliminando ogni pericolo sovversivo scaturito dall'esperienza fiumana. [20]

Rapporti tra anarchici e futuristi fiumani

 
Frontespizio de «La Testa di Ferro», giornale futurista fiumano in cui si svilupparono vivaci discussioni sulle possibili convergenze tra fiumani futuristi ed anarchici.

Con l'avanzata del fascismo verso posizioni sempre più reazionarie, si accentuarono le divergenze tra i futuristi che non si riconoscevano più in Mussolini ed altri che invece vedevano il mondo nuovo auspicato proprio nell'ideologia fascista, la quale a onor del vero ancora non aveva esplicitato tutta la sua brutalità totalitaria, quantunque non mancassero episodi di violenza antislava [21]. Molte di queste polemiche, per esempio tra Marinetti e Bottai [22], si svilupparono proprio sul giornale «La Testa di Ferro».

Ad una critica dell'anarchico Gigi Damiani, Mario Carli rispose prendendo le distanze dal fascismo, provando elementi comuni tra futurismo e pensiero libertario:

«Tutti sanno quanta dose di anarchismo sia nella nostra concezione futurista del mondo, che vorrebbe abolire tutte le cose inutili ed ingiuste: le dinastie ed i carceri, il papato e i tribunali, il parlamento e i privilegi, l'archeologia e i corrieri della sera [...] io mi sento assai vicino alla concezione anarchica, cioè individualista, che vuol preparare un tipo di uomo libero e forte, unico e indiscusso arbitro dei propri destini... » (Mario Carli, Polemiche di anarchismo. Repliche a un avversario ultra-rosso, in «La Testa di Ferro», 3 ottobre 1920).

Come evidenzia Claudia Salaris nel suo La festa della rivoluzione, ciò che separava anarchici e futuristi fiumani era principalmente la questione legata intorno al patriottismo, e ad una polemica innescata da un anarchico sotto pseudonimo, Marinetti risponde provando a conciliare patria e anarchia:

«Vogliamo liberare l'Italia dal papato, dalla monarchia, dal senato, dal matrimonio, dal parlamento. Vogliamo un governo tecnico senza parlamento, vivificato da un consiglio, o eccitatorio di giovanissimi. Vogliamo l'abolizione degli eserciti permanenti, dei tribunali, delle polizie e delle carceri... Gli anarchici sono tutti più o meno dei futuristi antipratici, platonici e pessimisti; mente noi futuristi siamo degli anarchici pratici, fattivi, ottimisti, con un campo delimitato per le nostre demolizioni e bonifiche. Il nostro patriottismo rivoluzionario non è fatto di sentimento, ma di dinamico senso pratico che vuole ad ogni costo esercitare un'azione reale, distruttrice e benefica» (Marinetti, Polemiche di anarchismo. Patria?, «La Testa di Ferro», 10 ottobre 1920).

Due giorni prima dello scontro decisivo fra legionari e truppe regolari del Regio esercito italiano, su «Umanità Nova» si leggeva:

«Mario Carli mi offre copia del suo volume Con D'Annunzio a Fiume, presentandomelo come un documento di ribellione. [...] Nel libro di Mario Carli, io ho dunque trovata la conferma di un mio giudizio, già esposto in questo giornale polemizzando con lo stesso autore; giudizio sull'entourage sospetto che circondava il poeta, giudizio ultimamente confermato da diserzioni strepitose. [...] in Fiume io non ho scorto che un cumulo di contraddizioni e spesso atroci, e non riesco a spiegarmi come dei futuristi, attraverso l'avventura adriatica, cerchino di far rivivere forme passatiste di organizzazione politica, e per l'avventura adriatica si inebrino in un sogno di tramontato imperialismo romano che sul mondo, per vizio autoritario congenito, irradierebbero [...] la guerra che ingrassa nel sangue il germe dell'odio che separa i popoli ed impedisce loro di scorgere che il nemico unico e vero è lo stato dei proprietari» (Simplicio, Fra i libri. Con D'Annunzio a Fiume, «Umanità Nova», 23 dicembre 1920).

Nel celebre scritto di Marinetti Al di là del comunismo [23], che evidenziava anche il momentaneo allontanamento del poeta da Mussolini, coinvolse in una vivace polemica anche gli anarchici Renzo Novatore e Auro D'Arcola, che sempre sulle pagine de «La Testa di Ferro» avevano pubblicato diversi contributi letterari ed erano stati per questo criticati dalla rivista anarco-individualista «Nichilismo». Secondo Novatore, «Marinetti, censurabile per nazionalismo e combattentismo, sul terreno dell'eversione statale e della critica al costume converge sulle posizioni anarco-individualiste; lo statalismo dei socialisti d'ispirazione marxista è più inconciliabile con l'anarchia di quanto non lo siano il futurismo libertario e il fiumanesimo... ». [24]

Le relazioni tra l'impresa fiumana è l'anarchismo sono state ancora evidenziate dall'anarchico Hakim Bey, che ha definito la Reggenza del Carnaro «la prima TAZ moderna», e da Emilio Gentile, secondo cui «il futurismo fiumano non pensava ad una rivoluzione condotta per il trinomio "modernità, italianità, potenza", ma vagheggiava una rivoluzione per la liberazione dell'individuo, delle classi e dei popoli». [25]

Intrecci con futurismo ed anarchia

  Per approfondire, vedi Futurismo di sinistra e Anarco-futurismo.

Il testo forse più esauriente, e al contempo più sintetico, per una migliore comprensione delle influenze avute dall'impresa di Fiume nel campo artistico e politico è dato da Alla Festa della Rivoluzione di Claudia Salaris [26], una fra i maggiori studiosi del futurismo, che ben mette in evidenza avvenimenti che tanto i fascisti che la sinistra costituzionale hanno sempre ben tenuti nascosti.

Contrariamente a quanto gli "storici tradizionali" espongono nei loro testi, esisteva anche un futurismo di sinistra [27] o filo-anarchico [28] (rappresentato nella sua espressione più alta da Renzo Novatore [29]), particolarmente ben radicato nella Liguria (soprattutto nello spezzino) e nel marchigiano.

Aderivano al movimento anche donne artisticamente rilevanti, quali Gianna Manzini (1896-1974), figlia di un militante anarchico, e l'anarchica Leda Rafanelli.

Nella vicenda fiumana è possibile individuare l'intreccio con la forma artistica del futurismo, fermo restando che quando il movimento fu fagocitato dal fascismo cessò, a parere di molti apprezzati storici, la sua funzione artistico-propulsiva. Infatti a regime fascista affermato il futurismo in Italia perde quasi completamente la sua indipendenza artistica.

Fondamentali per l'analisi dell'atmosfera del "momento fiumano" sono anche gli articoli dei giornali dell'epoca, in particolare quelli pubblicati su «La Testa di Ferro», di Mario Carli, e i manifesti della associazione Yoga di Guido Keller. Carli è personaggio di grande interesse in quanto ha doppio ruolo di artista e politico ed è quello che staccherà gli Arditi d'Italia, o buona parte di loro, dal fascismo, grazie al suo noto articolo Arditi non gendarmi, pubblicato sull'organo ufficiale dell'ANAI, cioè l'Ardito, e che portò alla costituzione del Fronte Unito Arditi del Popolo. Mario Carli è tra i firmatari del manifesto dei futuristi, capitano degli Arditi (nel quale riesce ad arruolarsi pur essendo stato respinto ad una prima visita per motivi oculistici), filo-bolscevico a Fiume e golpista di sinistra ante-litteram, rientrato in seguito nell'ambito del fascismo su posizioni di fronda.

Nel 1921 Argo Secondari, fondatore degli Arditi del Popolo, in un'intervista [30] ad un emissario di Antonio Gramsci, ritenne che D'Annunzio stesse preparando la battaglia risolutiva contro i fascisti, e durante la Difesa di Parma del 1922, in cui gli squadristi di Italo Balbo furono duramente sconfitti, la "Legione Proletaria Filippo Corridoni" combatteva gli squadristi fianco a fianco del Fronte Unito Arditi del Popolo. Nella sede della "Legione" era in bella mostra una foto con dedica del D'Annunzio, donata al loro capo, il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris. Scrive Pino Cacucci in Oltretorrente:

«Ovvero si può dire che l'impresa fiumana fu anche, ed ovviamente non solo, il crogiolo da cui poterono fuoriuscire e/o rivendicarne una certa continuità ideale (quella legata alla «Carta del Carnaro») le più formazioni militarmente meglio organizzate, delle formazioni di difesa proletaria, che furono ben presto riconosciute ed accettate e nelle cui fila confluirono molti militanti del movimento anarchico».

La maggioranza numerica era tuttavia di militanti del partito comunista che non avevano obbedito agli ordini di Amedeo Bordiga ed avevano invece seguito il parere favorevole dell'Internazionale Comunista, esplicitato da Nikolai Bucharin durante il suo incontro con Ruggero Grieco.

L'economia piratesca di Fiume

La "libera Fiume" non poteva contare su industrie produttive e dovette fronteggiare anche il blocco economico impostogli dal governo italiano. Per far fronte a queste difficoltà, la città si autofinanziò anche attraverso metodi non convenzionali, quali quelli che utilizzavano gli "Uscocchi" [31], ovvero i legionari di Gabriele D'Annunzio, che ripresero tanto il leggendario nome dei corsari della costa dalmata che nel cinquecento attaccavano le flotte dell'impero ottomano, quanto il loro modo d'agire "piratesco".

D'Annunzio dette mandato a diversi suoi ufficiali, tra cui il capitano Magri, di organizzare delle scorrerie in mare (talvolta anche in terra o attraverso l'utilizzo di spericolate azioni di Guido Keller) per trovare cibo, armi ed altro materiale necessario. A questi uomini il Vate dette il nome di “Uscocchi”. Essi catturarono diverse navi e piroscafi, tra cui la nave mercantile “Trapani” e il piroscafo “Cogne” (carico di seta, automobili, orologi e altri beni di lusso, per un valore globale stimato sui 200 milioni di lire), per il quale chiesero un riscatto di 12 milioni di lire. Le imprese furono più d'una, attirando simpatie (ma anche critiche) da ogni parte del mondo.

Gli Uscocchi agivano con l'intento di procurare beni materiali necessari a sfamare i fiumani, ma anche per creare una rete umana e solidaristica, secondo il principio della filosofia del dono, che D'annunzio riassumeva nel moto «Io ho quel che ho donato». [32]

Considerazioni da sinistra sull'occupazione di Fiume

«Trasformare il cardo bolscevico in rosa d'Italia» (Gabriele D'Annunzio)

La miglior definizione del rapporto fra il fascismo e l'impresa di Fiume la diede Emilio Lussu (che comunque non aveva alcuna simpatia personale per Gabriele D'annunzio), conosciuto e rispettato combattente antifascista, in un'intervista a Ivan Tagliaferri, autore di Morte alla morte, libro dedicato alle formazioni di difesa proletaria ed in particolare agli Arditi del Popolo. Emilio Lussu [33] sosteneva che gli ex combattenti erano tutti dei socialisti potenziali che avevano maturato una concezione internazionalista in trincea: «Per capire la contraddittorietà, ma anche la sincerità di quelle tensioni ideali, pensa alle simpatie che la rivoluzione Russa riscuote tra molti legionari Fiumani, si tratta di una pagina di storia che poi è stata “accomodata” e nascosta, ma fa pensare... Perché per il fascismo era importante appropriarsi anche dell'esperienza fiumana? È semplice: perché il fascismo non aveva la storia del partito socialista, non aveva dietro di sé la cultura cattolica del partito popolare, non aveva neppure le vecchie tradizioni risorgimentali dei liberali; si trattava di un movimento nuovo, che si muoveva solo nella logica della presa del potere, privo di solide radici ideologiche o simboliche, che cercava di “mettere il cappello” ad un'ampia fetta di popolazione in cui era percepibile un disagio istintivo... Il fascismo aveva, insomma, l'esigenza di appropriarsi di una “storia” altrui, non avendone una propria... ». [34]

Il 6 gennaio 1921 su «L'Ordine Nuovo» comparve un articolo firmato da Antonio Gramsci in cui veniva espressa la sua posizione rispetto a tale evento. Egli riteneva che i fatti di Fiume fossero emblema della debolezza dello Stato borghese italiano. A fronte di tale condizione il partito socialista si dimostrava incapace di approfittarne non riuscendo a far deflagrare una rivoluzione sociale sull'onda di quella russa. Lo stesso Giolitti si dimostrava ambiguo, da una parte insultando i legionari [35] e dall'altra concedendo un esilio dorato a D'Annunzio. Privilegi non certo concessi ai proletari, che ancora languivano in carcere dopo i moti rivoluzionari del biennio rosso.

Per Eros Francescangeli, autore del libro più conosciuto sugli Arditi del Popolo, l'impresa di Fiume fu l'ambiente in cui alcune frange militari, in particolare quelle legate agli Arditi, iniziarono a prendere coscienza dell'iniquità e del carattere antiproletario del fascismo, definendo l'impresa di Fiume: «Il brodo di cultura degli Arditi del Popolo».

Cenni su D'Annunzio e sui suoi rapporti col fascismo

Fra i primi studiosi che spiegarono il problema del rapporto febbrile e per nulla amichevole fra D'Annunzio e Mussolini, tanto che durante il regime fascista il D'Annunzio fu posto sotto controllo da agenti del Duce, è lo storico Renzo De Felice, che trattò tali fatti nel suo D'Annunzio politico 1918-1938 [36], che può essere letto come punto di ripartenza per la rilettura dell'impresa di Fiume, nella interpretazione data da Emilio Lussu. D'altro canto, De Felice aveva utilizzato fonti per nulla sconosciute, come le testimonianze dei legionari, estrapolate dai loro diari, e quant'altro. Un'altra fonte indispensabile per capire meglio i fatti di Fiume è la stampa di quel periodo e in particolare la rivista «La Testa di Ferro», del futurista Mario Carli, in quel momento su posizioni filo bolsceviche ed anarchiche.

L'impresa di Fiume fu quindi molto articolata e variegata, ed altro non fu che lo specchio della complessità e della confusione del primo dopoguerra, in cui, persino nei primordi del movimento fascista, ossia nel sansepolcrismo, si può leggere: «Una politica estera nazionale intesa a valorizzare, nelle competizioni pacifiche della civiltà, la Nazione... Il sequestro di tutti i beni delle congregazioni religiose e l'abolizione di tutte le mense Vescovili che costituiscono una enorme passività per la Nazione e un privilegio di pochi».

Da ciò si evince che esso nasce come un movimento orientato a sinistra, anche se non marxista, e legato per certi aspetti al sindacalismo rivoluzionario, di cui Alceste De Ambris (futuro redattore della costituzione fiumana) ne è un esempio.

D'Annunzio "Comandante" lo era - e non solo per i "ribelli" italiani di Fiume, ma anche per rivoluzionari quali Lenin [37] - tanto è vero che solo grazie al suo carisma è possibile far convivere a le due "anime" presenti a Fiume: una fortemente tradizionalista e nazionalista e una trasgressiva e immaginifica (che è possibile genericamente definire di sinistra). Tuttavia è da rilevare che l'indecisione di D'Annunzio in senso rivoluzionario aveva il limite nel suo carente internazionalismo, inoltre, il congedo di cui godevano anche i soldati fiumani e le defezioni per contrasti col programma di Governo e con il "Vate" indebolirono lo spirito combattivo e ribelle. È altresì vero che le tecniche di comunicazione di massa adottate dal "Comandante" saranno da quel momento copiate da Mussolini.

La Federazione Nazionale dei Legionari Fiumani emanò un Ordine del Giorno in data 21 Settembre 1922 di precisa e intraprendente opposizione alla montante marea fascista. Dai diari di Tom Antongini, segretario di D'annunzio, si evince questa frase:

«Fu in quell'occasione che Mussolini definì D'Annunzio "Malatestino": mai ingiuria fu sì vituperosa e raggelante nella sua malvagità, poiché D'Annunzio fu autenticamente un rivoluzionario, mentre il buon Errico Malatesta giungeva a proposito soltanto per le insurrezioni da operetta... Malatesta è antimilitarista, anche se si augura la sconfitta della Germania. Nel 1919 l'ultima vampata da rivoluzionario. Sceglie ancora l'Italia, dove arriva con un piroscafo e viene accolto trionfalmente. Malatesta e D'Annunzio accendono le loro micce, nelle fabbriche e a Fiume. L'anarchico rimane al fianco degli operai, ma non vuol prendere il potere. Resteremo sempre nemici di qualsiasi governo, sia quello monarchico di oggi sia quello repubblicano o bolscevico di domani» [38]

Gabriele D'Annunzio, intanto, in varie dichiarazioni affermava invece:

«Ho voluto rientrare nel silenzio. Ho voluto essere un capo senza partigiani, un condottiero senza seguaci, un maestro senza discepoli. Ho tentato di distruggere in me tutto il gelo e tutto l'ardore della mia vita strategica. Nessuno saprà quale muta battaglia abbia chiuso in sè questo luogo di pace - il Vittoriale - e quanto sia crudele in questo luogo di pace non avere pace mai. C'è oggi in Italia una giovinezza esplosiva e una decrepitezza ingombrante. Ci sono istituti politici più morti di una cassapanca fessa e tarlata, ma anche demagoghi che credono di aderire alla realtà e non aderiscono se non alla loro camicia sordida» (con riferimento alla camicia nera).

L'8-9 Settembre 1924 si tenne il Congresso Nazionale dei Legionari a Milano, con la presenza come interlocutore coinvolto e fervente del letterato e drammaturgo Sem Benelli [39], fondatore della Lega Italica, anch'egli impegnato nella difesa del "Buono e del Sacro", minacciati dai marosi mussoliniani; la Lega Italica era sorta proprio il Primo Settembre di quell'anno con la pubblicazione del proprio programma. Come D'Annunzio, essa si dichiarava nemica del fascismo, che da poco si era lordata con il sangue di Giacomo Matteotti, episodio che portò D'Annunzio a dire: «Sono molto triste di questa fetida ruina». Anche da ciò si evince che D'Annunzio sperava assiduamente nella caduta di Mussolini e del suo governo e teneva d'occhio la vasta, se pur debole, trama delle incerte opposizioni al regime nascente.

Ma tutto fu purtroppo vano: con il discorso del 3 Gennaio 1925 alla Camera dei Deputati, Benito Mussolini instaurava definitivamente, senza più remore ed indugi, la propria dittatura personale. Tutte le voci a lui discordi vennero soppresse. La presa del potere da parte della cricca mussoliniana in Italia spense la speranza della rivolta che gli anarchici e i dannunziani (a loro modo), più di chiunque altro, avevano tentato di innescare.

Personalità che parteciparono o ebbero contatti con l'occupazione di Fiume

Qui di seguito riportiamo brevi note biografiche e considerazioni, anzitutto, sulle personalità legate in vari modi all'anarchismo e alla sinistra, parlamentare e non, che supportarono direttamente (accorrendo a Fiume) la costituzione della "Libera repubblica di Fiume" o che si relazionarono indirettamente (con scritti, articoli, invio di emissari ecc.) con quell'esperienza.

Personalità anarchiche

  • Anna Kuliscioff, medico e rivoluzionaria russa, prima anarchica e poi fondatrice e militante del Partito Socialista Italiano.
  • Errico Malatesta, dopo esse rientrato in Italia dall'esilio, prese contatti con D'Annunzio in gennaio allo scopo di «organizzare un movimento insurrezionale che avrebbe dovuto scoppiare in occasione degli scioperi dei ferrovieri ed essere appoggiato da Fiume con sbarchi di uomini e materiali sulla costa adriatica». [40] Il fatto che fossero presenti già degli anarchici fra le fila dei legionari [41] stimolò Malatesta a intrecciare rapporti col comandante della spedizione fiumana e aiutarlo nel suo progetto di «Roma e l'Italia e di “annetterle” a Fiume [42]», ma Malatesta scelse di procedere con cautela, inviando cronisti come Randolfo Vella a fare un resoconto della situazione a Fiume, e ben presto si rese conto che i piani di D'Annunzio non avevano una grossa carica rivoluzionaria.
  • Randolfo Vella, corrispondente da Fiume del quotidiano anarchico «Umanità Nova». Anarchico responsabile della ristrutturazione delle strutture anarchiche per l'alta Italia nel secondo dopoguerra, Vella rischiò di essere fucilato dai nazisti. Fu salvato dall'arrivo delle truppe alleate.
  • Renzo Novatore, artista di grande importanza e anarchico individualista. Morì nello scontro a fuoco coi carabinieri a Murta, presso di Genova. Non partecipò peraltro in maniera diretta all'impresa fiumana, ma la appoggiò con i suoi articoli.
  • Giovanni Governato, artista cromatico, futurista di tendenze anarchiche, appartenne all'avanguardia del tempo insieme a Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Depero, Dottori, Dudreville. Fu amico di Renzo Novatore; imputato di favoreggiamento nei confronti di questi, fu assolto al processo tenuto a La Spezia grazie ad un'astutissima difesa da parte di un avvocato fascista che gli era legato da vincoli di amicizia. Anche Governato, pur non presente, fece grossa propaganda per l'impresa di Fiume.
  • Argo Secondari, futuro fondatore degli Arditi del Popolo, ardito assaltatore fiamma nera (proveniente dalla fanteria) pluridecorato di tendenza anarchica. Ad un emissario di Antonio Gramsci, che lo intervista per «Ordine Nuovo» [30], giornale del Partito Comunista d'Italia, dice: «Fin dalle tragiche giornate di Fiume, gli Arditi avevano compreso che cosa si nascondesse sotto il manto del patriottismo per l'organizzazione fascista ed in quel momento fra Arditi e fascisti si aprì un abisso. E gli Arditi sofferenti e umiliati per il tradimento fascista verso il Comandante, cominciarono a riannodare le proprie fila e a schierarsi definitivamente contro i Fasci. Lo stesso Comandante del resto, con un suo ordine vietò ai Legionari fiumani, che sono in gran parte Arditi, di far parte dei Fasci. Gli Arditi più nulla debbono avere in comune con i Fasci».

Personalità di sinistra

«Il povero Nitti è furibondo per le indegne cose di Fiume [...]. Non solo proclamano la repubblica di Fiume, ma preparano lo sbarco in Ancona, due raid aviatori armati sopra l'Italia e altre delizie del genere. Fiume è diventato un postribolo, ricetto di malavita e di prostitute più o meno high-life. Nitti mi parlò di una marchesa Incisa, che vi sta vestita da ardita con tanto di pugnale. Purtroppo non può dire alla Camera tutte queste cose, per l'onore d'Italia».
  • Antonio Gramsci, politico, filosofo e giornalista italiano. Fu tra i fondatori del Partito Comunista d'Italia nel 1921.
  • Marco Giordano, tenente dei legionari, fu amico di Gramsci e tentò di combinare un incontro a Gardone fra lo stesso Gramsci e D'Annunzio, ma quest'ultimo lo evitò con la scusa di pressanti impegni improvvisi. Altre fonti dicono che qualcuno si peritò di non avvisarlo.
  • Giuseppe Giulietti, capitano e presidente dell'Associazione Lavoratori del Mare, fu in contatto con D'Annunzio durante la vicenda fiumana. Famoso rimane l'abbordaggio del mercantile Persia che portava armi ai controrivoluzionari bianchi in Russia. Nel periodo fiumano cercò contatti per "marciare su Roma" e prendere il potere con obiettivi opposti a quelli che poi furono di Mussolini. Dal suo carteggio si evidenzia una vibrata protesta per i tentennamenti di D'Annunzio che fece pure il grave errore di non voler ospitare a Fiume gli Arditi di Trieste in rivolta contro un altro invio in paesi da conquistare, dimostrando una scarsissima visione internazionalista ed una miopia militare inconsueta, poiché gli Arditi sarebbero stati nucleo di forza della Libera Repubblica di Fiume quando fu attaccata e conquistata dallo Stato italiano.
  • Antonio Voluti
  • Alceste De Ambris, sindacalista, deputato e giornalista italiano. Fu uno dei maggiori esponenti del sindacalismo rivoluzionario italiano el'autore della costituzione di Fiume: la «Carta del Carnaro».
 
Renzo Novatore, anarco-individualista e antagonista della prima ora del fascismo
  • Miklós Sisa, ex commissario del popolo del governo di Béla Kun, comunista.
  • Mario Carli, scrive: «Prendendo la Russia come modello tipico di rivoluzione sociale, si vede anzitutto che il bolscevismo è stato un movimento, non tanto grettamente espropriatore, quanto rinnovatore, perché ha voluto ricostituire in base a ideali vasti e profondi l'edificio sociale, assurdamente sbilenco sotto il decrepito regime zarista. Inoltre il bolscevismo russo, animato da un potente soffio di misticismo, non si è mosso con quei criteri di pacifismo codardo, che fanno dei cortei proletari italiani altrettante processioni d'innocenti agnellini [...]. Il popolo russo ha saputo anche difendere la sua rivoluzione, e gli eserciti di Lenin si sono battuti, spesso, vittoriosamente, contro i bianchi paladini della reazione. Assodato poi che i socialisti italiani non credono nella rivoluzione, non la vogliono e non fanno nulla per provocarla, possiamo stabilire in modo definitivo che noi legionari non avremo mai alcun contatto, e neppure alcun cenno d'approccio, con quella ottusa cocciuta prettissima e cretinissima Chiesa che è il Partito Ufficiale Socialista italiano...» (Mario Carli, Con D'Annunzio a Fiume, Milano, Facchi Editore, 1920; pag. 106-107). [43]
  • Giuseppe Di Vittorio, organizzatore della difesa della sede della Camera del Lavoro di Bari dagli attacchi squadristi di Caradonna, che furono duramente sconfitti. Gli ex legionari fiumani gli chiesero una sola condizione, ovvero che il suo movimento non assumesse caratteristiche espressamente antinazionali, condizione che il futuro capo sindacalista al tempo anarchico, accettò. Al tempo dell'Alleanza del Lavoro (costituitasi con tutte le forze politiche e sindacali di sinistra per fronteggiare la violenza fascista) aveva come Leader Di Vittorio, che aveva organizzato a Bari un forte movimento di Arditi del Popolo.
  • Renato Cigarini, avvocato, partigiano italiano, ardito, ex legionario fiumano, antifascista e comunista. È stato amico di Antonio Gramsci e prese la tessera del PCdI nel 1923, periodo di pieno avvento e stabilizzazione del fascismo. Nel secondo dopoguerra fu anche il primo dei tesorieri del PCI. [44]

Personalità di sinistra ed intellettuali creativi

  • Guido Keller, intellettuale inizialmente con tendenze libertarie e poi membro del PNF (Partito Nazionale Fascista).
  • Giovanni Comisso, intellettuale e scrittore italiano.
  • Alessandro Forti, legionario, su «La Testa di Ferro» descrive il ruolo degli intellettuali: «Se il proletariato intellettuale capirà i nuovi tempi e saprà accostarsi al proletariato manuale nella sua lotta di emancipazione [...] non si troverà più nella pericolosa e umiliante posizione di cuscinetto fra il capitalismo e il lavoro».
  • Leone Kochnitzky, definito «intellettuale creativo», propuganatore dei soviet.
  • Henry Furst, statunitense di origine tedesca, fu un regista teatrale. Poliglotta, sapeva parlare e scrivere correntemente in inglese, italiano, francese, tedesco. Si disse convinto che la vittoria della società comunista a livello mondiale era possibile e vicina, per questo tentò di influenzare D'Annunzio nelle sue scelte, aiutato in ciò da Leone Kochnitzky. Il Vate',' tuttavia, prese le distanze dai due fino al loro allontanamento da Fiume, mostrando ancora una volta quella che secondo molti storici fu una fatale indecisione del poeta rispetto ad una completa e strutturata scelta rivoluzionaria di classe.
  • Ludovico Toeplitz de Grand Ry, figlio di un banchiere ebreo, tentò di ottenere, senza risultati, finanziamenti per l'impresa di Fiume tramite l'intercessione del padre Giuseppe, banchiere ebreo polacco e consigliere delegato della Banca Commerciale italiana dal 1917 al 1933.
  • Ricciotto Canudo, critico e scrittore pugliese, frequentatore a Parigi dei gruppi dell'avanguardia letteraria ed artistica, amico di Apollinaire, che gli affibbiò lo scherzoso nomignolo di le Barisien. Era considerato uno dei pionieri dell'immagine fotografica nel cinema e del problema dell'estetica cinematografica in generale. Morì nel 1923. Quattro anni dopo, nel 1927, venne pubblicato postumo il suo libro L'officina delle immagini (L'usine aux images), in cui era raccolto il suo lavoro nel settore.
  • Andor Garvay, poeta magiaro, perseguitato in patria dalla dittatura di Miklós Horthy.
  • Harukichi Shimoi, scrittore giapponese, fondò la rivista Sakura a Napoli nel 1920. Dal 1921 al 1926 tenne la cattedra di lingua giapponese all'Istituto Universitario Orientale di Napoli. Sakura tradusse opere di poeti e scrittori giapponesi. Il libro diario che tratta dell'impresa fiumana riporta foto riguardanti la vicenda, fra cui una propria in divisa da Ardito.
  • Ercole Miani, insignito della medaglia d'oro alla Resistenza.
  • Gabriele Foschiatti, insignito anch'egli di medaglia d'oro alla Resistenza.

Fascisti

  • Ettore Muti, fascista e squadrista della prima ora.
  • Giovanni (Nino) Host Venturi
  • Giuseppe Bottai, ex-ardito, a proposito della vicenda fiumana, prese le distanze da Tommaso Marinetti e da Mario Carli, pur essendo anch'egli un seguace del futurismo. Fu estromesso dalla direzione della sezione di Roma dell'associazione Nazionale Arditi d'Italia ANAI quando Argo Secondari, ex pluridecorato Ardito assaltatore fiamma nera fondò gli Arditi del Popolo.
  • Aldo Finzi, ebreo vice ministro degli interni del governo fascista quando venne ammazzato Matteotti, fu da Mussolini utilizzato come capro espiatorio, in seguito prese contatti con la Resistenza e fu fucilato alle Fosse Ardeatine.
  • Piero Parini

Industriali, armatori, uomini di potere istituzionale

  • Oscar Sinigaglia, industriale, a lui è stato intitolato lo stabilimento del principale polo siderurgico del nord Italia, quello dell'Italsider a Cornigliano, presso Genova.
  • Borletti, senatore del Regno, rilevò nel 1917 l'azienda "Alle Città d'Italia" (abiti confezionati) di Ferdinando Bocconi a Milano fondando la Rinascente, nome ideato da D'Annunzio per la nuova catena di nuovi negozi.
  • Maffeo Pantaleoni, economista ed autore de Il bolscevismo italiano, [45].
  • Ivanoe Bonomi, avvocato, giornalista e politico italiano.
  • Francesco Saverio Nitti

Personalità non orientati secondo sicura documentazione

La fascistizzazione di Fiume e del territorio limitrofo

I notabili appartenenti alle classi dominanti di Fiume spinsero il fascio a fare in modo che si potessero svolgere «pacificamente le normali attività sociali»: cioè il dannunzianesimo è considerato non in sintonia, se non apertamente ostile, al regime antioperaio che si stava consolidando con il fascismo. Il 29 agosto 1924 si rifonda il fascio fiumano di combattimento, strutturato rigidamente come quello di Trieste: il "fascismo dannunziano" dei legionari si trasformava in squadrismo di cittadini volontari inseriti con potere dirigenziale, squadristi "profesionisti" adatti alla repressione in chiave anticomunista e propugnatori del razzismo: incomincia il periodo della cosiddetta fascistizzazione di Fiume.

Le conseguenze erano, a differenza del "fascio dannunziano", repressioni, uccisioni e vessazioni a danno delle minoranze croate e slave. Il fascio-nazionalismo oltretutto impoverì l'economia locale, soprattutto furono colpite le minoranze. Inoltre diminuì il commercio a Trieste e a Fiume, e la disoccupazione nella mano d'opera portuale dilagò.

Con la stabilizzazione del fascismo, le persecuzioni da eccezioni diventano la norma: intellettuali, sacerdoti e capi politici sloveni e croati saranno confinati durante la Seconda guerra mondiale fino alla Liberazione, principalmente nelle isole Lipari. Nelle scuole venne imposta la lingua italiana proibendo l'uso delle lingue locali; le case editrici slave e croate vennero chiuse, così come quelle italiane contrarie al regime fascista.

Furono "italianizzati" anche i nomi di coloro che pur portando un nome slavo avevano "identità italiana", con la conseguente distruzione di una cultura multietnica che aveva reso possibile la convivenza pacifica nella zona fiumana. Furono soppressi i moti nazionalisti e socialisti slavi e croati; l'odio accumulato e la possibilità di vendetta si concretizzarono nel tragico periodo delle foibe, che è stato enfatizzato attualmente e utilizzato dal revisionismo storico per la rivalutazione del fascismo.

Prima dell'arrivo delle brigate partigiane di Josip Broz, conosciuto con il nome di battaglia di Tito, e delle Brigate Partigiane Italiane di confine, che operavano fianco a fianco con quelle slovene, i fascisti della Repubblica Sociale Italiana con i militari dell'esercito italo-tedesco presero possesso del litorale adriatico commettendo efferatezze e massacri di ogni sorta (per gli storici l'onore dell'esercito italiano fu in parte salvato dai non pochi reduci dalla Russia della Divisione Alpina Julia che passarono a combattere con le Brigate partigiane di Tito).

La situazione geopolitica avrebbe influito non poco sulle tragedie del dopoguerra, che interessarono anche frange di comunisti fedeli, o ritenuti tali, alla linea di Stalin, perché Tito (con azioni violente all'interno del partito comunista jugoslavo) rese indipendente la sua azione politica dalle direttive di Mosca, pervenendo ad un lungo periodo di pace per la federazione dell'ex-Jugoslavia.

Con Regio Decreto del 29 marzo 1923 n. 800 viene stabilita l'italianizzazione dei toponimi, operazione che aveva avuto inizio subito dopo la fine della guerra, che riguarda i nomi di paesi, città e delle località presenti sulle carte geografiche. Sono inoltre vietate scritte in lingua slava persino sulle tombe e corone di fiori. Con R. D. Legislativo n. 1796 del 15 ottobre 1925 viene proibito l'uso di lingue diverse dall'italiano nelle sedi giudiziarie «sia negli atti che nei procedimenti orali», provvedimento già messo in atto dai tribunali Trieste e Gorizia fin dal 1922. L'uso della lingua locale in esercizi pubblici comporta il ritiro della licenza d'esercizio.

Vi è ancora un ostacolo per vietare tout court l'insegnamento di sloveno e croato impartito dai sacerdoti, ma a questo rimedia Horst Venturi durante il congresso dei fascisti italiani del 23 maggio 1925:

«... ci sono in questa regione sacerdoti che non sono italiani e non comprendono cosa significhi essere italiano e cocciutamente insistono nel celebrare le funzioni religiose in lingua slovena. Noi invece affermiamo che in Italia si può pregare solo in italia».

Nel 1926 il Provveditore agli studi della Venezia Giulia e di Zara con specifico riferimento ai sacerdoti invia "ordinanza" ai prefetti in cui compare:

«Traendo profitto della circostanza che hanno l'incarico d'impartire l'insegnamento della religione nelle classi elementari del luogo, aprono scuole clandestine per l'insegnamento della lingua slovena, con l'evidente proposito di eludere le disposizioni del Governo Nazionale sulla riforma linguistica». [46]

Lo stesso anno, con la legge 29 novembre 1926 n. 2008 (Provvedimenti per la difesa dello Stato) è ripristinata la pena di morte per attentati contro la persona del Re e del Capo del fascismo e viene formalizzato il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato con sede giudicante a Roma. Il "Tribunale speciale" non attribuisce il compito di giudicare ai magistrati bensì sono gli ufficiali della milizia fascista e i membri della polizia politica a poterlo fare. Il tribunale resterà attivo fino al 23 luglio 1943, data dell'ultima sentenza emessa, due giorni prima della caduta di Mussolini.

Nel periodo che va dal 1926 al 1943 Mussolini introduce le leggi eccezionali che contemplarono la soppressione della libertà di stampa e di ogni attività dei partiti (escluso quello fascista), l'epurazione dall'amministrazione dai funzionari non asserviti al regime (vedi Guido Jurgens, Federico Fusco, Vincenzo Trani), il controllo centralizzato delle amministrazioni locali, la riforma dei codici, l'esautorazione dei diritti parlamentari e politici per gli aventiniani, le leggi razziali contro i cittadini ebrei ecc.

Il tribunale speciale

 
Un graduato fascista italiano malmena alcuni ostaggi jugoslavi condotti alla fucilazione.
 
Il massacro degli ostaggi slavi è compiuto.

L'esame delle condanne comminate dal Tribunale Speciale evidenzia a carico di cittadini della Venezia Giulia le seguenti percentuali:

  • il 18% dei 4.595 condannati,
  • il 24% dei 27.752 anni di carcere o confino inflitti,
  • l'81% delle 42 pene capitali,
  • il 74% delle condanne a morte eseguite.

Infatti presso il Tribunale Speciale di Trieste, creato appositamente per "giudicare" antifascisti sloveni e italiani, dal 1927 alla caduta del regime nel 1943, sono sottoposti ad indagine 615 antifascisti, di cui 34 sono condannati a morte mentre ai restanti vengono inflitti 5418 anni di carcere. [47]

Il Tribunale Speciale, trasferitosi a Pola, nel 1929 condanna a morte Vladimir Gortan [48], a cui poi verrà intitolata una brigata partigiana e che diverrà uno dei simboli della resistenza croata in Istria, e l'italiano Antonio Sema [49]. L'anno seguente lo stesso tribunale a Trieste condanna a morte quattro sloveni, fucilati al poligono militare di Basovizza.

La persecuzione ha però il merito di riavvicinare gli antifascisti dei due popoli, che riprenderanno i contatti al confino e nella Guerra di Spagna. Questa, iniziata il 18 luglio 1936, permette alle due etnie di antifascisti di ritrovarsi e combattere fianco a fianco i fascisti di Franco. Fra i combattenti si segnalano i friulani fratelli Marvin Romano, Albino e Giuseppe [50]. Quest'ultimo, come molti reduci dalla Spagna, si arruolerà nella Legione Straniera francese, combatterà a Narvick in Norvegia, dove verrà decorato per il valore, raggiungerà i partigiani in Francia e cadrà fucilato dai tedeschi a St. Germain du Corbeis; Albino, gravemente ferito in Spagna sarà curato in URSS quindi paracadutato in Slovenia dove diverrà capo di stato maggiore della Divisione Garibaldi Natisone; Romano si unirà alle Brigate garibaldine della zona di Gorizia e resterà con queste fino alla Liberazione.

Tra il 1927 e il 1929 viene impressa un'accelerazione all'opera di italianizzazione: sono sciolte le organizzazioni culturali, ricreative ed economiche slovene e croate, le Casse rurali e le cooperative, quindi si passa al sistematico esproprio delle proprietà terriere degli slavi, con pignoramenti ed altri sistemi "legali", quali l'impossibile rientro immediato da prestiti bancari.

Le proprietà espropriate sono messe all'asta ed acquistate da un ente fascista appositamente costituito, denominato «Per la rinascita agraria delle Tre Venezie», con il pretesto di occuparsi della rinascita del territorio. In seguito il "Tre Venezie" assegna gli appezzamenti a coloni italiani importati da regioni limitrofe di chiara fede fascista o in stato di povertà. L'operazione dal punto di vista della produttività non ha successo, tanto che gli ex proprietari slavi sono chiamati a fornire la mano d'opera come salariati sulle terre loro espropriate.

Elio Apih (1922-2005), uno fra i massimi storici triestini, ha descritto in Italia il fascismo e l'antifascismo nella Venezia Giulia compresa tra il 1918 e il 1943. Ecco alcuni episodi indicativi che spiegano l'esasperazione a cui si pervenne per colpa del nazionalfascismo:

  1. Il 12 aprile 1931 giovani fascisti di Trieste incontrano un gruppetto di ragazzi slavi, li identificano come sovversivi e li aggrediscono: uno muore, successivamente il gruppo si rivela essere composto di ottimi fascisti. [51]
  2. Il questore di Fiume, Temistocle Testa, con documento del giugno 1931, chiede l'internamento in una casa di correzione per un quattordicenne che, a detta di un insegnante, aveva dimostrato in un componimento "tendenze anti-italiane".
  3. Lo stesso questore di Fiume, con un telegramma spedito a Roma il 13 luglio, informò: «Ieri sera tutto l'abitato di Pothum nessuna casa esclusa est raso al suolo et conniventi et partecipi bande ribelli nel numero 108 sono stati passati per le armi et con cinismo si sono presentati davanti ai reparti militari dell'armata operanti nella zona, reparti che solo ultimi dieci giorni avevano avuto sedici soldati uccisi dai ribelli di Pothum stop Il resto della popolazione e le donne e bambini sono stati internati stop» [52].

Note

  1. Mussolini ribadiva sempre che i miliziani dannunziani erano « figli del popolo e rappresentano idealmente la parte migliore della nazione» e che l'iniziativa di D'Annunzio aveva accelerato il collasso delle istituzioni liberali, lasciando Nitti difeso solamente da «l'alta banca, l'alta siderurgia, una parte dei socialisti ufficiali» mentre la parte migliore della nazione non si riteneva più governata da Roma». Mussolini aveva letto «l'iniziativa dannunziana come occasione per rafforzare un nazionalismo di tipo nuovo, caratterizzato non più dal controllo delle masse, bensì dalla loro mobilitazione attiva sul terreno politico, muovendo dalla consapevolezza che a Fiume e sul confine orientale erano in discussione i destini di una nazione traditi dalla classe dirigente liberale» (Cit. in F. Germinario, Fascismo 1919, pp. 134-135).
  2. Fu proprio Gabriele D'Annunzio l'elemento fondamentale in grado di reggere gli equilibri in un ambito così vasto e diversificato di personalità e ideologie all'interno delle «vicende interne di Fiume», che rappresentarono «il crogiuolo nel quale comincia a verificarsi la fusione tra la base sociale dell'interventismo di sinistra rivoluzionario e il nazionalismo, sotto il segno reazionario imposto da quest'ultimo» (E. Ragionieri, La storia politica e sociale, cit., p. 2091).
  3. Sito web del comune di Ronchi (I fascisti la rinominarono "Ronchi dei legionari")
  4. D'Annunzio, Lenin e l'impresa di Fiume
  5. «Carta del Carnaro»
  6. Cit. in P. Alatri, D'Annunzio, pp. 289-290.
  7. Lo storico Eros Francescangeli afferma che l'esercito fu coadiuvato da squadristi fascisti, cosa possibile, visto il comportamento di Benito Mussolini nel contesto, ma che non trova altre conferme, almeno sino ad oggi. Quel che è certo è che Horst Venturi distrusse quel poco che rimaneva dello "Stato Libero di Fiume" esautorando la gestione Zanella. Horst Venturi fu il più duro applicatore dei metodi fascisti, eliminando la "vecchia guardia rivoluzionaria" fascista di tipo "dannunziano", procedendo alla formazione del fascio locale sul modello di quello di Trieste, costituendo perciò gruppi di squadristi "ripulitori" ed arrivando persino a chiedere ed a ottenere che le funzioni religiose non potessero essere svolte in lingua slavo-croata; "preparando il terreno", con tali vessazioni e crimini squadristi, sia verso locali che verso italiani oppositori, a quelle che furono le foibe. Approfondimenti: Sintesi antefatti con documenti vari
  8. Una memoria storica assolutamente monca, dimentica del fascismo e della politica antislava praticata dal Regime (già nel 1926 ogni attività culturale e linguistica slava fu assolutamente proibita); dimentica della guerra di conquista fascista (1941) contro il Regno di Jugoslavia (e fu una guerra durissima anche contro la popolazione civile slava); dimentica dei campi di concentramento fascisti per gli sloveni di Gonars, dell'Isola di Arbe, Cairo Montenotte (si legga Spartaco Capogreco «I campi del Duce», Einaudi) ecc. Una storia infame quella del fascismo di frontiera che è stata fatta pagare agli italiani dei confini... Proprio questi italiani, ai quali mi onoro di appartenere essendo io un profugo doc, sembrano inerti rispetto alle nefandezze del fascismo (da "Una storia infame quella del fascismo di frontiera")
  9. da Fiamme Cremisi
  10. Fonte: www.anarcotico.net (sito web non più consultabile)
  11. Bisogna ricordare che i futuristi fiumani avevano a loro volta solidarizzato con Malatesta e compagni che erano stati arrestati qualche mese prima dalle autorità italiane per i fatti legati alla strage del Teatro Diana.
  12. Intervista a Gabriele D'Annunzio, Umanità Nova, 9 giugno 1920.
  13. «La tragicommedia di Fiume, anziché giungere alla fase risolutiva, tende a perpetuarsi sotto gli auspici del governo italiano, il quale assiste passivo, ed interviene solo quando deve pagare la nota delle spese presentata dal divino cantore. La stampa sovversiva ed i deputati socialisti alla Camera strepitano invano: il governo della borghesia ha tutto l'interesse che D'Annunzio continui la sua parte di tragicomico sulle scene di Fiume; e perciò paga e chiude gli occhi alle vergogne e alle sopraffazioni che pochi capitalisti esercitano su una popolazione affamata e sanguinante. In quella città martoriata si soffre, si muore» (Randolfo Vella, La vergogna di Fiume, «Umanità Nova», 20 luglio 1920).
  14. «I capitalisti fiumani, con a capo i membri del Consiglio nazionale, che dopo il concordato con il comandante D'Annunzio, dovevano agli operai assegnare un salario medio di L. 13; ora che hanno avuto la rivincita, ora che sono più forti, ritornano alle vecchie tabelle e pagano la fatica dei lavoratori a cinque a sei lire al giorno. Quando si pensa che a Fiume i generi di prima necessità, tranne che il pane, sono i più cari d'Italia. Quando si pensa che per l'arenamento delle industrie e del commercio, in una famiglia non lavora che uno solo, è facile comprendere in quale miseria si dibattano i lavoratori, mentre giungono alle loro orecchie le note allegre delle fanfare dannunziane» (Randolfo Vella, La vergogna di Fiume, «Umanità Nova», 20 luglio 1920).
  15. «Quando governava “Cagoja”, lo scagliatore di fulmini sull'impresa fiumana, il comandante poeta, circondandosi di elementi sovversivi quali: Sissa (ex segretario di Bela Kun), Kochnitzky, Coselchi, ed altri ufficiali più o meno ribelli, aveva progettato di sciogliere il Consiglio nazionale e d'instaurare a Fiume i Soviety; redigendo a questo scopo un programma comunista. Anche col nuovo governo è salito il “brigante”, il “traditore”, che al capo gabinetto De Ambris promette di togliere il blocco, di venire a certi negoziati, di annettere al più presto possibile la città che doveva essere l'isola spirituale dalla quale doveva irradiare il comunismo , il poeta cambia rima, e non solo non scioglie il Consiglio nazionale, ma dà a questo una più indiscutibile libertà di sopraffazione» (Randolfo Vella, La vergogna di Fiume, «Umanità Nova», 20 luglio 1920).
  16. Randolfo Vella, La vergogna di Fiume, «Umanità Nova», 20 luglio 1920.
  17. La Reggenza di Fiume, «Umanità Nova», 18 settembre 1920.
  18. La Reggenza di Fiume, «Umanità Nova», 18 settembre 1920.
  19. «È da un anno e mezzo che la nostra diplomazia copre di ridicolo l'Italia in faccia a tutto il mondo. Ormai all'estero tutti han compreso la solenne mistificazione che il governo italiano ha inscenato a danno di tutto il popolo e nessuno piglia più sul serio le scalmane patriottiche di tutta la grande stampa italiana, foraggiata largamente dalla plutocrazia pescecanesca che sta succhiando sin l'ultima goccia di sangue a questo nostro disgraziato paese. [...] La questione di Fiume è sorta a guerra terminata. I capitalisti italiani hanno allora subito compreso la grande portata di una simile questione. Finché il problema di Fiume è aperto, niente smobilitazione e quindi tutta la cosiddetta bardatura di guerra che tanti miliardi ha fruttato al pescecanismo italiano doveva continuare. [... ] Il ritardo di un mese, di un solo giorno, nella soluzione del problema di Fiume rappresenta miliardi e milioni che i pescicani continuano a sottrarre alle casse dello stato» (Fiume e la cuccagna del capitalismo, «Umanità Nova», 28 dicembre 1920).
  20. «La tragicommedia di Fiume sarà così finita; la borghesia italiana lascerà seppellire in silenzio i “cento regolari trucidati dagli arditi” e per qualche giorno speculerà sul ribasso dei cambi, per giocare al rialzo non appena sarà noto che il nuovo partito comunista avrà raccolto intorno a sé centomila aderenti! Perché tutta la logica borghese la logica del portafoglio è ferrea e precisa. [...] La borghesia italiana nella sua stragrande maggioranza si è schierata con il rinunciatario e disfattista Giolitti contro l'italianissimo e puro patriota D'Annunzio: per questo vuole ad ogni costo con poco o molto spargimento di sangue non importa finirla con le gesta del pazzo poeta. La borghesia vuol vivere in pace, vuole digerire tranquillamente il danaro insanguinato accumulato durante la guerra senza essere disturbata; che siano socialisti, anarchici, futuristi, poeti od arditi che la disturbano, al la borghesia non importa, ed essa distingue solo tra gli uni e gli altri per condannare i sovversivi a vent'anni, e i ribelli borghesi a venti giorni!» (La logica borghese, «Umanità Nova», 31 dicembre 1920).
  21. Incendio del Narodni Dom di Trieste
  22. Mentre Bottai aderì immediatamente al fascismo, Marinetti ribadì l'originalità del futurismo rispetto al fascismo, denunciando la svolta reazionaria impressa da Mussolini dopo la sconfitta elettorale del novembre 1919. In questo periodo Marinetti pubblicò diversi manifesti politici di critica a Mussolini, intervenendo al secondo congresso dei Fasci, dove promosse la necessità di "svaticanare l'Italia", l'abolizione della monarchia, l'appoggio agli scioperi giusti... Il poeta iniziò così a divergere dal fascismo, distaccandosene prima della fine dell'anno per ritornare sui suoi passi quasi un lustro più tardi.
  23. Al di là del comunismo
  24. Claudia Salaris, La festa della rivoluzione, pag. 119
  25. Gentile, Il futurismo e la politica
  26. Il Mulino, Bologna, 2002
  27. Con futurismo di sinistra si intende definire l'ala degli artisti aderenti al futurismo, collocata politicamente su posizioni vicine all'anarchia e al bolscevismo. Questo in linea di massima quando il movimento futurista con i suoi fondatori e personaggi più influenti fu fagocitato dal fascismo, che ne azzerò la forza propulsiva convogliando le spinte innovative nell'ambito del regime, senza però impedire loro di mantenere una critica aperta se non di vero e proprio scontro col regime fascista.
  28. Si legga l'articolo di Umanità Nova
  29. Renzo Novatore fu amico di Giovanni Governato e morì in uno sconto a fuoco coi carabinieri a Murta, delegazione di Genova
  30. 30,0 30,1 Nell'intervista apparsa su “L'Ordine Nuovo” del 12 luglio 1921, alla domanda sul perché e quando furono costituiti gli Arditi del Popolo, Argo Secondari rispondeva: «Da pochissimi giorni soltanto per la difesa dei lavoratori del braccio e del pensiero. Gli Arditi non potevano essere indifferenti e passivi di fronte alla guerra civile scatenata dai fascisti. E come furono all'avanguardia dell'esercito italiano, essi intendono essere all'avanguardia del popolo lavoratore. In un primo tempo il fascismo sembrava animato da uno scopo, che nelle sue forme esteriori, appariva anche a noi ispirato dal patriottismo: arginare le cosiddette violenze rosse. Noi che sostanzialmente miriamo a realizzare la pace interna dando la libertà ai lavoratori, potevamo anche restare estranei alla contesa tra fascisti e sovversivi. Oggi però non è più il caso di parlare della violenza rossa. Il triste monopolio del brigantaggio politico è esclusivamente tenuto dai fasci di combattimento. Se di fronte alla sistematica guerra sostenuta dai fascisti contro il proletariato italiano e le sue istituzioni, l'Arditismo non intervenisse, si rinnegherebbe. Fin dalle tragiche giornate di Fiume, gli Arditi avevano compreso che cosa si nascondesse sotto il manto del patriottismo per l’organizzazione fascista e d quel momento fra Arditi e fascisti si aprì un abisso. E gli Arditi sofferenti e umiliati per il tradimento fascista verso il Comandante, cominciarono a riannodare le proprie fila e a schierarsi definitivamente contro i Fasci. Lo stesso Comandante del resto, con un suo ordine vietò ai Legionari fiumani, che sono in gran parte Arditi, di far parte dei Fasci. Gli [Arditi più nulla debbono avere in comune con i Fasci».
  31. Uscocchi
  32. Io ho quel che ho donato
  33. Lussu guarda con un interesse, che del resto è reciproco, ai legionari fiumani e alla loro impresa, come dimostra la lettera a lui spedita da Alceste De Ambris, capo di gabinetto di D'Annunzio. Ma, con ciò, non si può certo dire che egli sia stato influenzato propriamente dal nazionalismo italiano, come accadde invece a Orano e Cao, nella versione demagogica dannunziana e corradiniana; tantomeno da quella elitistica e aristocratica di Prezzolini e Papini. Anzi, respinge i concetti tradizionali di nazione e patria e scrive con piglio quasi marxiano nel 1921: «L'immensa schiera dei nostri contadini non aveva Patria» (Circolo Giustizia e Libertà di Cagliari)
  34. Da intervista di Ivan Tagliaferri, autore di Morte alla morte, libro sulla storia degli Arditi del Popolo
  35. «L'onorevole Giolitti in documenti che sono emanazione diretta del potere di Stato ha più di una volta, con estrema violenza, caratterizzato l'avventura fiumana. I legionari sono stati presentati come un'orda di briganti, gente senza arte né parte, assetata solo di soddisfare le passioni elementari della bestialità umana: la prepotenza, i quattrini, il possesso di molte donne. D'Annunzio, il capo dei legionari, è stato presentato come un pazzo, come un istrione, come un nemico della patria, come un seminatore di guerra civile, come un nemico di ogni legge umana e civile. Ai fini di governo, sono stati scatenati i sentimenti più intimi e profondi della coscienza collettiva: la santità della famiglia violata, il sangue fraterno sparso freddamente, la integrità e la libertà delle persone lasciate in balìa di una soldataglia folle di vino e di lussuria, la fanciullezza contaminata dalla più sfrenata libidine. Su questi motivi il governo è riuscito ad ottenere un accordo quasi perfetto: l'opinione pubblica fu modellata con una plasticità senza precedenti.»
  36. Giuseppe Laterza e figli, 1978
  37. Si veda la rivista dei bersaglieri "Fiamme Cremisi"
  38. Frammenti di Novecento. Errico Malatesta anarchico per antonomasia Errico Malatesta (Il manifesto, 3 gennaio 2007)
  39. Manifesto degli intellettuali antifascisti del 1925
  40. G. Candeloro, La Prima guerra mondiale il dopoguerra, l'avvento del fascismo, cit., p. 339.
  41. Cfr. R. De Felice, D'Annunzio politico, p.29.
  42. Cfr. R. De Felice, D'Annunzio politico, p.29.
  43. da fiammecremisi
  44. «Da giovane, con la benedizione di Antonio Gramsci, Cigarini aveva partecipato alla marcia su Fiume al seguito di Gabriele D'Annunzio, la stella rossa appuntata sul bavero della divisa da ardito. Tessera comunista dal 1923, galera, confino, Resistenza... » (da La Repubblica del 13 agosto 2005).
  45. Bari, Laterza, 1922
  46. La persecuzione antislava nella regione Giulia fino all'aggressione dell'Italia alla Jugoslavia.
  47. Approfondimenti su crimini fascisti: Criminidiguerra.it
  48. Vladimir Gortan
  49. El Mestro d Piran. Ricordando Antonio Sema, la vita, la famiglia, l'insegnamento tra l'Istria e Trieste a cavallo di due guerre, di Paolo Sema (Paolo Senna, senatore comunista e padre di Antonio Sema, Aviani editore)
  50. Foto dei fratelli Marvin, da sinistra, in piedi: Albino Marvin, Ilio Barontini e Antonio Roasio; seduti: Romano Marvin e Anello Poma
  51. da articolo su «La Porta orientale»
  52. «Ancora più terribile fu la sorte toccata agli abitanti della zona di Grobnico, a nord di Fiume: per ordine del prefetto Temistocle Testa, reparti di camicie nere e di truppe regolari, irruppero nel villaggio di Podhum all'alba del 13 luglio. L'intera popolazione fu condotta in una cava di pietra presso il campo di aviazione di Grobnico, mentre il villaggio veniva prima saccheggiato e poi incendiato. Più di cento maschi furono fucilati nella cava: il più anziano aveva 64 anni, il più giovane 13 anni appena. Finirono nei campi di internamento italiani donne e bambini di 185 famiglie». Nel solo Comune di Castua subirono spedizioni punitive diciassette villaggi: furono passate per le armi 59 persone, altre 2.311 furono deportate (842 uomini, 904 donne e 565 bambini), furono incendiate 503 case e 237 stalle (da ANPI Pianoro articolo di Atos Benaglia)

Bibliografia

  • Massimiliano Di Mino e Pier Paolo Di Mino, Fiume di tenebra, l'ultimo volo di Gabriele D'Annunzio, Castelvecchi, Roma, 2010
  • Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D'Annunzio a Fiume, Il Mulino, Bologna
  • Eros Francescangeli, Arditi del Popolo, Odradek, Roma, 2000
  • Marco Rossi, Arditi, non gendarmi! Dall'arditismo di guerra agli Arditi del Popolo, 1917-1922, edizioni Biblioteca Franco Serantini, Pisa, 1997
  • Luigi Balsamini, Gli Arditi del Popolo. Dalla guerra alla difesa del popolo contro le violenze fasciste, Galzerano Ed., Salerno
  • Mario Carli, Con D'Annunzio a Fiume
  • George L. Mosse, L'uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, Laterza, 1999
  • Mario Carli, Trilliri
  • Ludovico Toeplitz, Si rinnova la vita
  • Tommaso Marinetti, Al di là del comunismo
  • Giovanni Comisso, Il porto dell'amore
  • Leone Kochnitzky, La quinta stagione o I centauri di Fiume
  • Renzo De Felice, D'Annunzio politico (1918-1928), Roma-Bari, Giuseppe Laterza e figli, 1978
  • Giovanni Comisso, Le mie stagioni
  • L. Toeplitz, Ciack a chi tocca
  • Guido Keller, Nel pensiero e nelle gesta
  • Michael A. Ledeen, D'Annunzio a Fiume, Laterza, Bari 1975
  • Ferdinando Gerra, L'impresa di Fiume, Longanesi, Milano, 1974
  • Indro Montanelli, L'Italia in camicia nera, Rizzoli, Milano, 1976
  • Enrico Galmozzi, "Il soggetto senza limite. Interpretazione del dannunzianesimo", Milano, 1994

Voci correlate

Collegamenti esterni