Sante Caserio

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Sante Caserio

Sante Geronimo Caserio (Motta Visconti, 8 settembre 1873 - Lione, 16 agosto 1894) è stato un anarchico italiano che nel 1894 pugnalò a morte il presidente della repubblica francese Marie-François Sadi Carnot. Mai pentito del gesto, fu condannato a morte per ghigliottinamento.

«La patria non esiste per noi poveri operai. La patria per noi è il mondo intero... voi siete i rappresentanti della società  borghese, Signori giurati; se voi volete la mia testa, prendetevela; ma non crediate con questo di arrestare la propaganda anarchica.»[1]

Biografia

La famiglia

Nato a Motta Visconti (Milano) in una modesta famiglia, Sante Geronimo Caserio è il settimo di otto figli. I genitori, Martina Broglia e Antonio, gli mettono il nome Geronimo in onore al celebre capo Apache. Suo padre era stato arrestato nel 1848 con l'accusa di contrabbando nel periodo delle guerre napoleoniche. Le guardie austriache l'avevano fermato al confine del fiume Ticino puntandogli contro le pistole e minacciando di far fuoco. La paura provata in quei momenti, oltre ad una tara ereditaria, scateneranno in Antonio delle fortissime crisi epilettiche che da quel momento lo accompagneranno per tutta la sua vita.

Educato cristianamente, la vita del piccolo Sante si divide tra la frequentazione della piccola scuola del paese e la partecipazione alle funzioni religiose.[2]

Primi contatti con gli ambienti anarchici

Morto il padre nel 1887 per colpa della pellagra, una malattia diffusa tra le classi più povere dell'epoca, all'età  di 10 anni Sante Caserio, non volendo pesare sulla madre, a cui sarà  sempre affezionato, si trasferisce a Milano in cerca di lavoro. Assunto come apprendista garzone in una panetteria, con i pochi soldi guadagnati, invece di spenderli al gioco o nelle osterie, inizia a leggere giornali e libri e ad interessarsi di questioni politico-sociali.

Grazie alla lettura di giornali anarchici, all'età  di 18 anni compie una maturazione politica tale che lo porta a definirsi anarchico, anche se i primi contatti con quegli ambienti erano avvenuti ben prima. Le sue letture preferite sono quelle di Kropotkin e Hugo, che ben descrivevano quei patimenti umani che lui stesso viveva. Sante non è un abile oratore, di conseguenza non ha parte molta attiva nelle riunioni dei vari gruppi anarchici. Di più, sapendo di dare un dispiacere alla madre e sapendo anche di rischiare il licenziamento, inizialmente non palesa le sue idee antiautoritarie.

È il fratello maggiore il primo a scoprire che Sante è diventato anarchico, facendo nascere animate discussioni in famiglia. Quando poi è la volta del datore di lavoro a fare la scoperta, Caserio viene immediatamente licenziato.

Attività  anarchiche e antimilitariste

«Ho pensato sempre che di debiti alla patria ed ai suoi pasciuti ne abbiam pagati e ne paghiamo di troppi. La difendano coloro che se la godono, la patria!»

Sante a Milano è tra i fondatori di un piccolo circolo anarchico denominato A Pè («A Piedi», nel senso di senza soldi). Pietro Gori lo ricorderà  come un compagno molto generoso, raccontando di averlo visto, davanti alla Camera del Lavoro, dispensare ai disoccupati pane e opuscoli anarchici stampati con il suo misero stipendio.

Nel 1892 è tra gli anarchici arrestati con l'accusa di aver distribuito volantini ai i soldati Porta-Vittoria. Processato, viene condannato a otto mesi di reclusione. La notizia della pena inflitta causerà  un grande dolore alla madre e l'insorgere di una malattia che perdurerà  diversi mesi.

Rilasciato su cauzione, per sfuggire al servizio militare trascorre tre mesi a Lugano svolgendo la mansione assistente panettiere; poi attraversa il paese ed è arrestato a Losanna e Ginevra. Il 21 luglio dello stesso anno arriva in Francia, precisamente a Lione, dove trova lavoro come corriere postale. In seguito trascorre tre settimane a Vienne ed infine nel mese di ottobre raggiunge Cette, dove viene assunto in una panetteria come fornaio.

Ricoverato in ospedale per un mese, dopo la dimissione comincia a frequentare un gruppo di anarchici incontrato al Café Gard.

L'assassinio di Carnot

Caserio prosegue nel lavoro di fornaio a Cette fino al 23 giugno 1894, quando si dimette dopo un alterco col titolare. Con i soldi della liquidazione si reca all'armeria di William Vaux, in via La Caserne, acquista un coltello con una lama di 16 cm recante la scritta «Souvenir di Toledo» [2] e si dirige verso la stazione di Montbazin. Alle 15:00 prende il treno per Vienne, ma l'obiettivo è quello di arrivare a Lione, raggiunta effettivamente domenica pomeriggio (24 giugno) dopo aver percorso a piedi i 27 km che la separano da Vienne.[2] Caserio sapeva che quel giorno il presidente della Francia, Marie François Sadi Carnot, era in visita alla città  e che alle 21:15 aveva appuntamento al teatro dell'opera.

Egli ha probabilmente tutta l'intenzione di uccidere il presidente e per questo si dirige verso il corteo presidenziale. Così, durante il processo, racconterà  i fatti accaduti:

Sante Caserio uccide Sadi Carnot, illustrazione di Flavio Costantini
«Avevano appena detto che erano le 9 e 5, tutti cominciavano ad agitarsi. Non era passata che una sola carrozza chiusa, in procinto di giungere dall’Opéra alla Borsa per ripartire al più presto in senso opposto. Poi abbiamo ascoltato la Marsigliese. All’improvviso son passati veloci, per assicurare la libertà  del passaggio su via della Repubblica, quattro cavalieri della guardia repubblicana. Poi sono arrivati a piccoli passi dei militari a cavallo in plotoni di cinque fila o poco meno. Dopo la prima truppa un cavaliere da solo aveva la sua trombetta senza suonarla. Poi un secondo plotone come il primo. Infine il calesse scoperto del presidente della Repubblica, di cui i cavalli avevano la testa a circa tre passi dalla parte posteriore dell’ultimo plotone.
Nel momento in cui gli ultimi cavalieri della scorta mi sono passati di fronte, ho aperto la mia giacca. Il pugnale era, con la punta in alto, in un’unica tasca, dal lato destro, all'interno sul petto. L’ho afferrato con la mano sinistra e in un solo movimento, spingendo i due giovani fermi davanti a me, riprendendo il manico con la mano destra e facendo scivolare con la sinistra la guaina che era caduta per terra, mi sono diretto vivamente ma senza scattare , dritto verso il presidente, seguendo una traiettoria un poco obliqua, in senso contrario all’andamento della vettura.
Sono saltato sul marciapiede ed ho appoggiato la mano sinistra sul bordo dell’auto, e in un solo colpo ho portato leggermente dall’alto verso il basso, col palmo della mano indietro, le dita serrate al pugnale fino alla guardia, nel petto del presidente. Ho lasciato il pugnale nella ferita ed era rimasto attaccato al manico un pezzo di carta di giornale.
Sferrando il colpo, ho gridato, forte o meno, non lo saprei dire: “Viva la Rivoluzione!”. A colpo assestato, mi sono inizialmente rigettato all’indietro; poi vedendo che non mi si fermava subito e che nessuno sembrava aver compreso cosa avessi fatto, mi sono messo a correre avanti alla carrozza e passando accanto ai cavalli del presidente, ho gridato “Viva l’anarchia!”, grido che i guardiani della pace hanno ben udito. Poi sono passato davanti ai cavalli del presidente, e dietro la scorta, dirigendomi sulla sinistra di traverso per cercare di passare attraverso la folla e sparire. Delle donne e degli uomini hanno rifiutato di lasciarmi passare, poi hanno gridato dietro: “Fermatelo!”. Un gendarme, di nome Nicolas Pietri, mi ha messo la mano al colletto e sono stato subito fermato da una ventina d’altri.»[3]

Intanto, dopo essere stato operato dal Dottor Poncet, il presidente Carnot muore alle 00:45 del 25 giugno all'Hotel della Prefettura.

Arresto

Sante Caserio è immediatamente tratto in arresto e portato alla stazione di polizia in rue Molière. I giornalisti possono vederlo in faccia, mentre se ne sta in piedi, accanto al muro, con i polsi ammanettati e la testa china. Indossa un abito di lana marrone chiaro e un cappello dello stesso colore.[2]

Interrogato dal prefetto di polizia e da altri funzionari, dichiara di essere italiano e di avere 22 anni. Quando gli si chiede il nome risponde forte e chiaro: Geronimo Sante Caserio.

Viene portato alla Prigione di Saint Paul, a Lyon, edificio C, nella cella numero 41. Nel frattempo in molte città  francesi erano scoppiate numerose proteste anti-italiane e diversi cittadini di origine italiana erano stati malmenati.

Il giorno seguente, Caserio viene portato al Palazzo di Giustizia per essere interrogato dal Giudice Istruttore M. Benoist:[2]
«Vediamo Caserio, perché avete vouto uccidere il presidente? Avete rancore contro di lui?»
«No, era un tiranno. L'ho ucciso per questo.»
«Sei un anarchico?»
«Sì. Sono orgoglioso di esserlo.»
«Perché l'hai ucciso?»
«Lo dirò alla giuria. Conoscerà  il motivo del mio gesto. Vi spiegherò le mie ragioni.»
«Hai complici?»
«No. Ho fatto da solo, senza essere spinto da nessuno.»
«Conosci qualcuno a Lione? Avete conoscenze qui?»
«Nessuno. Non conosco la città . Ho sempre lavorato lontano da qui a Vienne, in una panetteria, fino ad un anno fa.»
«Insisti che non hai complici?»
«Sì, però a proposito, il presidente è morto?»...

Copertina de Le Petit Journal del 2 luglio 1894, con un'illustrazione dell'assassinio di Sadi Carnot

Sante, che indossa una camicia di forza, è costretto a mettersi in posa per le foto della stampa. In carcere, prima del processo, rifiuta i conforti religiosi, appare sereno, addirittura sarcastico quando chiede al direttore del carcere di poter scrivere una lettera al nuovo presidente di Francia Jean Casimir-Perier. Vorrebbe chiedergli un finanziamento, dal momento che egli era potuto diventare presidente per merito suo che aveva ucciso Carnot.

Col passare del tempo, l'isolamento fa però sentire i suoi effetti e cominciano ad insorgere in lui i primi sintomi della depressione.

Processo

Il processo si svolge in due soli giorni, il 2 e 3 agosto; Caserio ha un avvocato d'ufficio, Porthus. Di fronte alla Corte di Giustizia e alla giuria, l'imputato si presenta inizialmente calmo, tranquillo e sorridente. Con lo sguardo osserva minuziosamente tutta la sala e i presenti. Ascolta le domande aiutato da un interprete (non conosceva perfettamente il francese) e risponde con voce monotona. Il Procuratore Generale, Fochier, interroga i testimoni: il generale Vorius, capo della Casa Militare del presidente, il generale Voisin, i dottori Ollier, Poncet, Lacassagne e altri luminari della Facoltà  di Medicina di Lione. Tra i testimoni c'è anche il soldato e delatore Leblanc, che aveva conosciuto Caserio in ospedale e a cui avrebbe confessato la volontà  di uccidere il presidente. Questo, secondo l'accusa, dimostrerebbe che c'era la premeditazione.[2]

Durante i due giorni non si mostra mai pentito, non chiede mai pietà , respinge il tentativo di voler dimostrare l'esistenza di un complotto ordito insieme ad altre persone. Nega con vigore che Pietro Gori sia stato il suo maestro, addossandosi ogni responsabilità . Quando il giudice gli offre la possibilità  di ottenere l'infermità  mentale se avesse fatto i nomi di alcuni compagni, Caserio rifiuta sprezzantemente rispondendo con una frase che ha fatto storia: «Caserio fa il fornaio, non la spia».

L'interrogatorio

Vediamo alcuni stralci dell'interrogatorio processuale secondo la ricostruzione di Rino Gualtieri in Per quel sogno di un mondo nuovo [4].

Sante scrolla le spalle.
«Vostro padre fu malato?».
«No signore.».
«Voi appartenete ad un'onesta famiglia. Vostra madre, giudicando dalle sue lettere, è una donna di sentimenti elevati. Frequentavate la scuola, ma spesso mancavate.».
Sante sorride: «Se avessi avuto maggiore istruzione sarebbe stato meglio.».
«A dieci anni eravate garzone di calzolaio, facevate da angelo nelle processioni.».
«I ragazzi non sanno quello che fanno.».
«Voi avete atteso il Presidente per assassinarlo?».
«Sissignore.».
«Vediamo come siete arrivato a questo punto. Fu dopo il processo agli anarchici a Roma nel 1891 che siete diventato anarchico?».
«No.».

Foglio volante di un cantastorie che narra la storia di Sante Caserio (fine Ottocento).

«Avete frequentato le conferenze dell'avvocato Gori?».
«Quando Gori venne a Milano io ero già  anarchico.».
«Ma le seguiste, le conferenze?».
«Ci andavano tutti ed andai anch'io.».
«La vostra famiglia fece il possibile per togliervi dall'anarchia?».
«Voglio bene alla mia famiglia ma non può sottomettermi al suo volere. La mia famiglia è l'umanità .».
«A Milano facevate parte del gruppo cui apparteneva Ambrogio Mammoli?».
«Anche se lo conoscessi non lo direi, non sono un agente di polizia.».
«Nel 1892 foste arrestato mentre facevate propaganda anarchica fra i soldati in un quartiere detto di Porta Vittoria?».
«Sissignore.».
«Nel 1893 foste disertore?».
«La mia patria è il mondo intero.».
«Voi sapevate che il giorno in cui avete ucciso il Presidente era l'anniversario della battaglia di Solferino, nella quale i francesi sparsero il loro sangue in aiuto degli italiani?».
«Il 24 giugno so che è la festa di S. Giovanni, patrono del mio paese. E poi tutte le guerre sono guerre civili.».
«L'accusa sostiene che voi abbiate compiuto il delitto premeditatamente.».
«È vero.».
«Voi avete ucciso il Presidente perché siete anarchico?».
«Sì.».
«E come tale odiate tutti i capi di Stato?».
«Sì.».
«Una volta diceste pure che sareste andato in Italia ad uccidere il Re e il Papa.».

Sante sorride: «Il Re e il Papa non si possono ammazzare insieme, perché non sono mai insieme.».
«Un soldato vi intese dire in febbraio che sareste andato a Lione ad uccidere Carnot».
«Faccio rilevare che nel mese di febbraio non potevo dire che sarei andato a Lione per suicidare (testuale) Carnot, perché allora non si poteva sapere che il Presidente vi sarebbe andato.».
«Se la verità  intera non si può sapere è pero certo che dopo il rifiuto della grazia a Vaillant, Carnot ricevette lettere di minaccia dagli anarchici; che ne dite? Voi dovete avere dei capi.».
«Nessuno mi comandò, eseguii tutto da me solo.».
«Con quale diritto avete ucciso il Presidente, il diritto naturale lo proibisce, questo lo sapete?».
«Ho ucciso quell'uomo perché era un simbolo, il responsabile di quanto era accaduto giusto l'anno prima, il 24 giugno 1893 ad Aigues Mortes alle saline vicino a Nimes.».[5]
«E l'ha ritenuto responsabile anche di non aver concesso la grazia a Vaillant»?.
«Assolvere tutti senza nemmeno una condanna è stata un'infamia, è come se i miei connazionali fossero stati uccisi una seconda volta. Vaillant è un'altra questione.».
«Quando i capi di uno Stato condannano non è per capriccio ma vi fu prima un giudizio, voi invece vi siete fatto accusatore, giudice e carnefice nello stesso tempo.».
A questo punto Caserio stenta a capire e l'interprete gli fa capire ancora meno. Fra il pubblico si sente qualche moto d'ilarità .
Quando alla fine comprende: «Ora stiamo parlando del fatto e non voglio dire perché mi sono vendicato. E i governi che fanno uccidere milioni di individui?».
«Avete vent'anni, siete ben giovane per giudicare la società .».
«Se sono giovane per giudicare la società , lo sono anche i militari che vanno a farsi ammazzare. Sono dunque degli imbecilli?».
«Ma i militari difendono la loro patria.».
«Difendono invece gli interessi degli industriali e dei banchieri, quindi sono degli imbecilli.».

L'arringa di Caserio di fronte alla giuria

Caserio, che in pratica ha scelto di non difendersi, chiede di leggere una dichiarazione alla giuria, una vera e propria apologia dell'anarchismo:

«Signori giurati! Non pronuncerò una difesa, ma piuttosto una spiegazione del mio atto.
Fin dalla tenera età , ho imparato che l’attuale società  è organizzata in modo pessimo, tanto che ogni giorno ci sono diversi sventurati che si suicidano, lasciando mogli e figli nella più terribile disperazione. Gli operai, a migliaia, cercano lavoro senza poterlo trovare. Ci sono famiglie povere che chiedono l’elemosina per mangiare e tremano per il freddo; esse si trovano nella più grande miseria; i più piccoli chiedono da mangiare, e le loro povere madri non possono dargliene perché non hanno niente. Tutto quello che era in casa è già  stato venduto o scambiato. Tutto quanto possono fare è solo di chiedere l'elemosina, e spesso vengono arrestate per vagabondaggio.
Ho lasciato la mia terra natale perché mi veniva spesso da piangere nel vedere delle bambine di otto o dieci anni, costrette a lavorare 15 ore al giorno per una paga miserabile di 20 centesimi. Vi sono ragazze di 18 o 20 anni che lavorano anche 20 ore al giorno per un salario ridicolo. E questa non è solo la sorte dei miei compatrioti, ma di tutti gli operai che sudano tutto il giorno per un boccone di pane, nonostante che il loro lavoro crei molta ricchezza. Gli operai sono costretti a vivere nelle condizioni più miserabili, e il loro cibo consiste in un po’ di pane, qualche cucchiaiata di riso, e dell'acqua; così quando arrivano a 30 o 40 anni, sono morti di fatica e vanno a finire i loro giorni negli ospedali.
Inoltre, conseguenza di una cattiva alimentazione e del sovraffaticamento, queste tristi creature sono, a centinaia, divorate dalla pellagra – una malattia che, nel mio paese, colpisce, come dicono i dottori, quelli che sono malnutriti e conducono una vita fatta di fatica e privazioni.
Io mi sono reso conto che vi sono molte persone che hanno fame e molti bambini che soffrono, mentre il pane e gli abiti abbondano nelle città . Ho visto molte industrie piene di abiti e di prodotti di lana, e ho visto anche dei magazzini che traboccano di grano e granturco, che servirebbero a chi ne ha bisogno. E, dall’altro lato, ho visto migliaia di persone che non lavorano affatto, che non producono niente e che vivono grazie al lavoro degli altri; che spendono ogni giorno migliaia di franchi per divertirsi; che corrompono le figlie degli operai; che possiedono abitazioni di quaranta o cinquanta stanze; venti o trenta cavalli; molti servitori; in una parola, tutti i piaceri della vita.
Io credo in Dio, ma quando vedo una tale diseguaglianza tra gli uomini, mi rendo conto che non è stato Dio a creare l’uomo, ma l’uomo a creare Dio. Ed ho scoperto che sono quelli che vogliono proteggere le loro proprietà  ad avere interesse a predicare l’esistenza del paradiso e dell'inferno, e a mantenere il popolo nell'ignoranza.
Poco tempo fa, Vaillant ha lanciato una bomba nella Camera dei Deputati, per protestare contro l’attuale sistema della società . Non ha ucciso nessuno, solo ferito qualche persona; ma la giustizia borghese l’ha condannato a morte. E, non soddisfatta della condanna dell’uomo colpevole, ha perseguitato gli Anarchici e arrestato, non solo quelli che conoscevano Vaillant, ma anche quelli che erano presenti ad una pubblica lettura anarchica.
Il governo non ha pensato alle loro mogli e ai loro figli. Non ha pensato che l’uomo detenuto in cella non è l’unico a soffrire, che i piccoli chiedono il pane. La giustizia borghese non si è fatta turbare dal caso di questi innocenti, che non sanno nemmeno che cosa sia la società . Non è colpa loro se il loro padre è in prigione; chiedono solo da mangiare.
Il governo viene a frugare nei domicili privati, ad aprire lettere personali, a vietare letture pubbliche e incontri, a praticare l’oppressione più infame contro di noi. Anche oggi, centinaia di Anarchici sono arrestati solo per avere scritto un articolo in un giornale o espresso una opinione in pubblico.
Ebbene, se il governo usa contro di noi i fucili, le catene, le prigioni, dovremmo forse noi, gli Anarchici, noi che difendiamo la nostra vita, restare chiusi in casa? No. Al contrario noi rispondiamo al governo con la dinamite, le bombe, i coltelli, i pugnali. In una parola, noi dobbiamo fare quello che è possibile per distruggere la borghesia e i governi. Signori della Giuria, voi siete i rappresentanti della società  borghese. Se volete la mia testa, prendetevela; ma non crediate che in questo modo fermerete il movimento anarchico.
Fate attenzione, l'uomo raccoglie ciò che semina.» [6]

La sentenza

Alla fine del secondo giorno viene letta la sentenza, che è quella ampiamente prevista: condanna a morte tramite ghigliottina.

Quello stesso giorno Sante scrive una lettera all'amata madre per fargli avere la notizia della condanna:

«Cara madre, vi scrivo queste poche righe per farvi sapere che la mia condanna è la pena di morte.
Non pensate [male] o mia cara madre di me? Ma pensate che se io commessi questo fatto non è che sono divenuto [un delinquente] e pure molto vi dirano che sono un assassino un malfattore. No, perché voi conosciete il mio buon cuore, la mia dolcezza, che avevo quando mi trovavo presso di voi? Ebbene anche oggi è il medesimo cuore: se ho commesso questo mio fatto è precisamente perché ero stanco di vedere un mondo così infame.
Ringrazio il signor Alessandro che è venuto a trovarmi ma io non voglio confessarmi.
Addio cara mamma e abbiate un buon ricordo del vostro Sante che vi ha sempre amato.» (Lione, 3 agosto 1894)

L'esecuzione

Caserio inizialmente sembra tranquillo, ma via via che passano i giorni si mostra sempre più cupo e depresso. Ogni tanto però gli torna il buonumore oppure cerca semplicemente di dissimulare i suoi patimenti lasciandosi andare a divertenti battute:

«San Pietro non mi aprirà  le porte del paradiso e sarò inviato all'inferno con Ravachol, Henry e Vaillant, e lì, noi quattro, organizzeremo una rivoluzione tra i dannati, pugnaleremo il diavolo e apriremo le porte del Paradiso.»[2]
Illustrazione dell'esecuzione di Sante Caserio

Sante firma un documento preparato dal suo avvocato in cui chiede che il suo corpo non venga utilizzato dalla scienza, dal momento che anche da morto non voleva diventare strumento in mano alla ricca borghesia. Avrebbe preferito esser cremato, ma a Lione non esistevano forni crematori adibiti a tale scopo.

Il 15 agosto il suo avvocato d'ufficio riceve un telegramma che gli intima di presentarsi in carcere perchè l'esecuzione è prevista per il giorno seguente. Alle prime ore della mattina di giovedì 16 agosto arriva in carcere il boia, Louis Antoine Stanislas Deibler, lo stesso che aveva ghigliottinato gli anarchici Ravachol, Vaillant e Henry.

Alle 4:30 del mattino, il direttore del carcere, Raux, il dottor Blanc e l'avvocato Porthus entrano nella sua cella, lo svegliano e gli dicono di prepararsi. Sante capisce che è giunta la sua fine, trema ed ha difficoltà  a vestirsi. Gli chiedono se ha qualcosa da dire, risponde NO!. Gli chiedono se desidera l'assistenza di un prete, risponde NO!. Gli offrono un pò di alcol, risponde ancora una volta NO!.[2]

In piedi, davanti al patibolo, negli ultimi secondi della sua vita, Sante si ricompone, i tremori terminano e muore come un anarchico; deciso, forte e coraggioso. Dalla sua bocca esce un ultimo grido di guerra, che motiverà  tanti altri che ricorderanno negli anni avvenire il suo gesto… Sono le cinque del mattino e per l'ultima volta si sente la sua voce di anarchico, un urlo traboccante di desiderio di giustizia e di incoraggiamento per tutto il movimento:

«Forza, compagni! Viva l'anarchia!».

Il cadavere senza testa è posto nel veicolo e trasportato al vecchio cimitero di Guillotière, dove il commissario di polizia Picard ne supervisiona la sepoltura. Il boia, dopo aver ripulito i suoi strumenti, si mette in viaggio per Montbrison, dove avrebbe dovuto ghigliottinare un'altra persona.

Dopo la morte si susseguiranno in Francia tumulti contro gli italiani e gli anarchici scesi invece in strada a solidarizzare con Caserio. Un anarchico viene arrestato per aver gridato la propria simpatia verso Caserio in un locale pubblico e un carcerato viene percosso violentemente per lo stesso motivo. Il gesto dell'anarchico italiano aveva risvegliato qualcosa nel cuore dei ribelli oppressi di Francia.

In ricordo di Caserio

Sulla figura di Caserio si è in seguito diffusa una vasta quantità  di opere destinate a ricordarne la memoria. Oltre alla letteratura (libri, articoli, scritti vari ...) , in particolar modo si è sviluppata una tradizione popolare di canti e di memoria collettiva che dura ai giorni nostri. Numerosissime sono le canzoni a lui dedicate, che in parte sono state tramandate oralmente ma che ancora oggi vengono cantate con la stessa emozione di un tempo. [7]

Canzoni

Letteratura

Note

  1. Roberto Gremmo, Sante Caserio, ELF, 1994, p.52
  2. 2,0 2,1 2,2 2,3 2,4 2,5 2,6 2,7 Biografia (in lingua spagnola)
  3. Il racconto di Sante
  4. Milano, Euzelìa, 2005
  5. Quest'affermazione non corrisponde a quanto riportato dal libro L'anarchiste et son juge di Pierre Truche -giudice del processo- ed. Librairie Arthéme Fayard, 1994. Secondo il testo durante l'interrogatorio Sante Caserio non avrebbe mai fatto riferimento all'assassinio degli italiani ad Aigues Mortes nel 1893.
  6. Il mito di Caserio
  7. Parte di questo testo è stato estrapolato da Al caffé (1922) di Errico Malatesta, ora di pubblico dominio.

Bibliografia

  • Gianluca Vagnarelli, Fu il mio cuore a prendere il pugnale, edizioni Zero in condotta, 2013
  • Giovanni Ansaldo, Gli anarchici della Belle Époque, Le Lettere, Milano 2010
  • Errico Malatesta, Dialoghi sull'anarchia, Gwynplaine edizioni, Camerano (AN) 2009
  • Rino Gualtieri, Per quel sogno di un mondo nuovo, Euzelia editrice, Milano 2005
  • Maurizio Antonioli. Voce Sante Caserio, in Autori Vari "Dizionario biografico degli anarchici italiani, vol. I", ed. BFS, Pisa 2003
  • Pier Carlo Masini, Storia degli anarchici ital. da Bakunin a Malatesta, Milano 1969
  • E. Sernicoli, Gli attentati contro i sovrani, principi e primi ministri: note cronol., Milano 1894,

Voci correlate