Foibe e fascismo

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Il monumento nazionale dedicato alla foiba di Basovizza. Nessun corpo è però mai stato riesumato da questo sito (in realtà  è un pozzo di una miniera), se non una decina di cadaveri di soldati tedeschi e qualche di cavallo.

Le foibe sono degli "inghiottitoi" naturali (caverne e aperture carsiche del terreno), a forma di imbuto rovesciato, e che possono raggiungere la profondità  di 200 metri. Si trovano principalmente nell'Altopiano Carsico, regione condivisa da Italia, Slovenia e Croazia. In Istria se ne contano circa 1700.

In Italia questo termine è comunemente associato ai presunti "massacri delle foibe", assumendo quindi un preciso significato politico, in cui migliaia di italiani sarebbero stati infoibati (neologismo che significa gettare nelle foibe) dai partigiani jugoslavi guidati dal maresciallo Tito. Con quest'articolo si intende trattare in modo neutrale e imparziale dei suddetti eventi e demistificare la propaganda revisionistica, neonazionalistica e fascistoide, portata avanti in Italia tanto dalle forze politica di destra quanto da quelle della sinistra "moderata", e ricondurla ai canali veritieri della storia. Si intende cioè svelare la verità  ricostruendo gli accadimenti di quel periodo, dal primo dopoguerra al fascismo, dalla seconda guerra mondiale a tutto il secondo dopoguerra.

Gli antefatti

Le popolazioni Slave si erano affacciate sull'Adriatico già  nel VI secolo, al seguito degli Avari, ed in particolare in Friuli la loro spinta verso ovest fu contrastata dai Longobardi, stanziatisi da poco nella regione. Dopo una lunga epoca di scontri, in cui gli Slavi riuscirono ad insediarsi su gran parte della pianura friulana fino al Tagliamento, i Longobardi riuscirono infine a respingerli oltre i fiumi Natisone, Torre ed Isonzo, che divennero la linea di demarcazione tra i due gruppi etnici. Alla fine del 700 i Franchi estesero il loro dominio anche sul Regno Longobardo, inglobando quindi anche i territori orientali abitati da Slavi.

Il "problema" dei territori abitati in maggioranza da slavofoni presenti entro il confine italiano, si manifestò sin dopo il 1866, quando il confine orientale del Regno d'Italia si espanse verso est fino ad inglobare il Friuli ex-veneziano, abitate da una consistente minoranza slovena dislocata in particolare nella Benecija [1]. Lo Stato italiano, incurante di tradizioni, costumi, lingua, e culture locali, cominciò ad imporre l'"italianizzazione forzata", anche se in misura non confrontabile con quanto fatto nel prosieguo dal fascismo. L'italianizzazione forzata fu introdotta soprattutto attraverso il sistema scolastico ed il sistema burocratico del nuovo organo statale.

Il primo dopoguerra

Nell'immediato dopoguerra, come ricorda la storica Alessandra Kersevan [2], spesso le foibe verranno usate come metodo di sepoltura veloce ed è di quell'epoca la canzoncina che racconta come l'infoibamento fosse un metodo di sepoltura sbrigativo e comune. Ne fa riferimento anche Giuseppe Cobol (poi italianizzatosi in "Cobolli Gigli") nel suo Trieste. La fedele di Roma (1919), dimostrando che quest'orribile pratica non ha certo la sua origine a sinistra [3] ma era già  praticata durante l'occupazione italiana nell'immediato primo dopoguerra:

A Pola xe l'Arena,
La “Foiba” xe a Pisin
che i buta zò in quel fondo
chi ga zerto morbin.
E a chi con zerte storie
Fra i piè ne vegnerà ,
Diseghe ciaro e tondo:
Feve più in là , più in là .

Otto anni dopo Cobolli Gigli riprenderà  la tematica scrivendo in un articolo: «La musa istriana ha chiamato Foiba degno posto di sepoltura per chi nella provincia d'Istria minaccia le caratteristiche nazionali dell'Istria» [4]

La prima guerra mondiale e il primo dopo guerra furono propedeutici alle politiche poi messe in atto dal regime fascista: la persecuzione, la discriminazione razziale e la criminalizzazione degli "slavi" [5].

La guerra costò molto all'Italia: oltre alle notevoli perdite umane ed economiche occupò il Trentino-Alto Adige (Sudtirolo), Trieste, la Venezia-Giulia e l'Istria (Litorale Austriaco), ma non la Dalmazia (che, secondo gli accordi segreti del Patto di Londra del 1915 [6], sarebbe dovuta essere spartita tra Italia nella parte settentrionale, da Zara a Sebenico, e Serbia, nella parte meridionale da Spalato a Ragusa/Dubrovnik) né Fiume (la cui questione restò aperta ancora per alcuni anni), territori che, secondo il censimento austriaco del 1910-11, non erano a maggioranza italofona. Tali rilevazioni furono apparentemente smentite dal censimento italiano del 1921, che evidenziò invece una maggioranza italiana, ma si trattava comunque di un censimento avvenuto dopo l'inizio dell'opera di italianizzazione coatta attraverso l'invio di coloni provenienti dall'Italia centro-meridionale incaricati di rilevare, soprattutto in Istria, le proprietà  fondiarie e le imprese di rilievo espropriate a sloveni e croati. Non essendo però stata avviata, dai governi liberali del Regno d'Italia, una politica ufficiale volta a conculcare i diritti degli "slavi in quanto tali" (ciò appare ancora evidente se si considera che, per esempio, alla fine della prima guerra mondiale, nella neo-costituita "Provincia della Venezia Giulia", esistevano 541 scuole slovene e croate con circa 80.000 studenti), l'accusa principale con la quale si procedeva sommariamente ad espropri ed internamenti, era quella di essere "austriacanti", fedeli al precedente governo asburgico, e quindi nemici dei "liberatori" italiani.

Mussolini e Hitler

Con la dissoluzione dell'Impero austro-ungarico e il difficile passaggio all'amministrazione italiana, il malessere economico intaccò i delicati equilibri etnici della regione, cui si aggiunsero contrasti politici fra i partiti socialisti operai (internazionalisti che tenevano in considerazione anche i diritti degli slavi) ed i nazionalisti italiani. La situazione peggiorò con la nascita dei fasci di combattimento (23 marzo 1919), fondati dall'ex-socialista Benito Mussolini, il quale dopo un flebile sinistrismo di facciata assunse posizioni sempre più marcatamente reazionarie, razziste e antiproletarie.

Già  nel luglio-agosto 1919 l'amministrazione italiana, pur senza avviare una politica apertamente antislava, aveva dunque provato a governare questa situazione effettuando alcune deportazioni o denunciando - spesso sulla base di semplici delazioni - intellettuali, sacerdoti (fra cui il vescovo di Veglia), insegnanti e funzionari statali (ma anche moltissimi reduci dell'esercito asburgico rientranti dai campi di prigionia nell'ormai neonata Unione Sovietica) considerati "austriacanti" o filoslavi. Queste condanne fanno assumere alla vicenda un carattere sempre più razziale.

Durante il biennio rosso (1919-20) gli scioperanti di Trieste e della zona che insorsero nella rivolta di San Giacomo del settembre 1920[7] furono accusati di «cospirazione contro lo Stato e incitamento alla guerra civile» e la loro rivolta repressa nel sangue dai militari della Brigata Sassari, mentre la stampa li giudicò "antinazionali", "anti-italiani", "agenti jugoslavi".[8]

Dopo l'Impresa di Fiume di Gabriele D'Annunzio, nasce il 12 novembre 1920 lo "Stato Libero di Fiume", che, dopo una serie di agitazioni e incidenti, sarà  annesso al Regno d'Italia (Accordi di Roma del 1924).

In risposta ad incidenti accaduti a Spalato, gruppi di nazionalisti e di fascisti diedero inizio, il 13 Luglio 1920 a Trieste, ad una "caccia allo slavo" che comporterà  poi anche l'incendio della casa del popolo degli sloveni (Narodni dom, presso l'hotel Balkan) e la devastazione di svari simboli sloveni (sede centrale delle istituzioni culturali ed economiche degli sloveni, varie tipografie slovene, ecc.). Fu poi la volta dell'incendio della casa del popolo di Pola, a cui il comando militare rispose non perseguendo i colpevoli, bensì reprimendo le vittime, cioè la popolazione civile croata, arrestando e sostituendo i funzionari croati con quelli italiani, chiudendo le scuole croate e sopprimendo il giornale in lingua croata «Hrvatski List».

Sul giornale fascista «Popolo d'Italia» del 24 settembre 1920 si scrive

«In altre plaghe d'Italia i Fasci di combattimento sono appena una promessa, nella Venezia Giulia sono l'elemento preponderante e dominante della situazione politica  »

Dall'Aprile 1922 il tribunale di Trieste (che sarà  seguito a breve da quello di Gorizia) stabilì che «L'uso della lingua slovena nei tribunali di Trieste è assolutamente proibito sia negli atti che nei procedimenti orali». Con la consegna del potere a Mussolini, dopo le violenze squadriste nella "marcia su Roma" del 28 ottobre 1922, le cose peggiorarono sempre più e riprese slancio anche il colonialismo italiano.

Il regime fascista e le politiche razziste antislave

«Sono stati i fascisti i primi che hanno scoperto le foibe ove far sparire i loro avversari”. La vicenda “con esito letale per tutti” che racconta questo testimone, cittadino italiano, fa venire i brividi.» («Il Piccolo», 5 novembre 2001, in riferimento alla testimonianza dell'ebreo Raffaello Camerini) [9]
Rappresentazione di un manifesto razzista fascista degli anni '20 rinvenuto a Dignano

Il Regio Decreto n. 800 del 29 marzo 1923 portò a termine l'opera di italianizzazione dei toponimi già  iniziata in tono minore dalle autorità  militari italiane immediatamente dopo la fine della grande guerra I nomi dei paesi, delle città  e delle località  geografiche vennero italianizzati arbitrariamente. Stessa sorte toccò ai nomi e cognomi delle persone [10]. Furono proibite le scritte slave persino sulle pietre tombali. Il cieco odio fascista nei confronti degli slavi è evidenziata dalla testimonianza dell'ebreo Raffello Camerini, in sintonia con quella quella del Brigadiere F.W.D. Deakin, secondo cui furono i fascisti stessi ad inventare a tavolino la storia degli infoibamenti per diffamare gli slavi:

Lojze Bratuž, italianizzato in Luigi Bertossi, è stato un compositore italiano di lingua slovena. Fu assassinato dai fascisti il 16 febbraio 1937.
«Nel luglio del 1940, ottenuta la licenza scientifica, dopo neanche un mese, sono stato chiamato al lavoro "coatto", in quanto ebreo, e sono stato destinato alle cave di bauxite, la cui sede principale era a S. Domenica d'Albona. Quello che ho veduto in quel periodo, sino al 1941 - poi sono stato trasferito a Verteneglio - ha dell'incredibile . La crudeltà  dei fascisti italiani contro chi parlava il croato, invece che l'italiano, o chi si opponeva a cambiare il proprio cognome croato o sloveno, con altro italiano, era tale che di notte prendevano di forza dalle loro abitazioni gli uomini, giovani e vecchi, e con sistemi incredibili li trascinavano sino a Vignes, Chersano e altre localita' limitrofe, ove c'erano delle foibe e dopo un colpo di pistola alla nuca, li gettavano nel baratro . Quando queste cavità  erano riempite, ho veduto diversi camion, di giorno e di sera, con del calcestruzzo prelevato da un deposito di materiali da costruzione sito alla base di Albona, che si dirigevano verso quei siti e dopo poco tempo ritornavano vuoti.» [11]

Furono accelerati i fini preposti dalla riforma Gentile, che prevedeva la chiusura graduale delle scuole delle minoranze entro l'anno scolastico 1928/29, iniziando l'allontanamento degli insegnanti elementari di etnia slovena e croata sin dal 1924. Ci furono licenziamenti in massa degli insegnanti e con l'imposizione di un esame da superare entro il 24 aprile 1924.

Lentamente Mussolini portò avanti la fascistizzazione dello Stato italiano, anche attraverso lo sviluppo di politiche prettamente razziste e antislave. Il 23 Maggio 1925, durante il congresso dei fascisti istriani, il commissario Horst Venturi, puntando l'indice contro i sacerdoti sloveni e croati, affermò: «.. ci sono in questa regione sacerdoti che non sono italiani e non comprendono cosa significhi essere italiano e cocciutamente insistono nel celebrare le funzioni religiose in lingua slovena. Noi invece affermiamo che in Italia si può pregare solo in italiano». Le misure restrittive furono poi radicalizzare con il Regio Decreto Legislativo n. 1796 (15 ottobre 1925), che dichiarava nulli tutti gli atti pubblici non redatti in italiano [5]. Nella seconda metà  degli anni '20 vennero cancellate le insegne pubbliche e le indicazioni stradali riportate in sloveno o croato, proseguendo quindi quelle politiche razziste volte ad italianizzare i territori con "forti presenze slave". Nel 1931, per esempio, si susseguiranno i pignoramenti ai danni degli sloveni che finivano in mano al "Ente per la rinascita agraria della Tre Venezie", istituito appositamente il 14 agosto 1931. A partire dal 1935, l'ente "Tre Venezie" cominciò a distribuire le terre pignorate e a distribuirle a coloni italiani importati da zone agricole vicine, principalmente dal Veneto, secondo il piano etnocida di snazionalizzazione e italianizzazione delineato da Italo Sauro[12], figlio del più noto Nazario "eroe della Patria" ed "esperto per le questioni etniche del Confine Orientale" del Governo Mussolini. I procedimenti di esproprio saranno però alquanto lenti e poi saranno interrotti nell'imminenza della guerra. Nella seconda metà  degli anni trenta si moltiplicheranno le violenze contro sacerdoti, intellettuali ed artisti di etnia slovena la cui unica colpa era quella di voler restare legati alla propria lingua e tradizioni. Contorni di sadica efferatezza assunse l'assassinio del compositore Lojze Bratuž, che, per aver diretto dei cori in sloveno, fu costretto ad ingerire dell'olio lubrificante per motori mescolato con olio di ricino: morì alcuni giorni più tardi, fra atroci dolori.

Per proteggere ancor meglio il regime dagli antifascisti, italiani e non, il 5 novembre 1926 la legge n. 2008 (Provvedimenti per la difesa dello Stato) aveva reintrodotto la pena di morte per gli attentati contro il re e Mussolini, istituendo il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato (i collegi giudicanti non erano formati da magistrati bensì da ufficiali militari fascisti)[13]. In 17 anni di attività  (ultima sentenza il 23 Luglio 1943), il Tribunale Speciale condannò 4.595 persone tra cui moltissimi antifascisti sloveni e croati, che spesso operarono in stretta sinergia con antifascisti italiani, con i quali spesso si ritrovarono in carcere o al confino.

Sempre in chiave antislava, il fascismo italiano appoggiò e sostenne le formazioni croate degli Ustascia, nazionalisti croati di ispirazione fascista e strenui difensori del cattolicesimo contro i cristiani ortodossi e contro i comunisti; mentre, in seguito all'invasione ed alla spartizione della Jugoslavia tra le potenze dell'Asse, la Germania nazista favorì la nascita dei Domobranci, formazioni slovene di stampo nazionalista e nazista che si ispiravano alle SS.

La guerra

La spartizione della Iugoslavia dopo la sua invasione dell'aprile 1941

Il 1° settembre 1939 la Germania nazista aggredì e invase la Polonia. Inizia così la seconda guerra mondiale. L'Italia, dopo un breve periodo di non belligeranza, entrò in guerra a fianco dell'alleato tedesco il 10 giugno 1940. L'idea imperialista fascista era quella di espandersi verso la Francia (Nizza, Savoia e Corsica), l'Africa (Libia, Tunisia che andavano ad aggiungersi all'Etiopia) e i Balcani. Il 6 aprile 1941 iniziò l'aggressione alla Jugoslavia, in seguito alla quale si venne a formare dapprima una resistenza monarchica leale alla corona serba dei Karađorđević, i četnici serbo-ortodossi del Generale Dragoljub "Draža" Mihailović, e poi la resistenza popolare jugoslava di ispirazione marxista, che trovò in Tito un leader indiscusso: [14]

«Popoli della Jugoslavia! Voi che combattete e vi sacrificate nella lotta per la vostra indipendenza, sappiate che questa lotta sarà  coronata dal successo, anche se momentaneamente sarete sopraffatti nella battaglia da parte di un nemico strapotente. Non perdetevi d'animo, serrate saldamente le nostre file, abbiate fiducia, tenete alta la testa anche sotto i più duri colpi: i comunisti e tutta la classe lavoratrice della Jugoslavia saranno fermamente in prima linea nella lotta contro gli occupanti fino alla vittoria finale... Saremo infine veramente indipendenti e sarà  allora creata una fiera fraterna comunità  dei popoli Jugoslavi...Operai, contadini, cittadini tutti che amate la vostra terra, unitevi! In questi giorni decisivi è necessario raccogliere tutte le forze per la comune sopravvivenza... Accorrete e sostenete tenacemente la lotta alla quale vi chiama l'avanguardia della classe lavoratrice» (Proclama di Tito)

Per portare avanti le politiche repressive e razziste, i fascisti aprirono campi di concentramento per slavi e diedero vita ad una specifica struttura, l'Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza per la Venezia Giulia, volta a reprimere gli slavi e gli antifascisti in genere. Furono così seminati i germi dell'odio etnico che poi sfoceranno nel dramma delle foibe.

Inquadramento storico degli infoibamenti

Come già  scritto, gli infoibamenti sono stati una "pratica" risalente a ben prima della seconda guerra mondiale. Tuttavia, comunemente, seppur impropriamente, con i fatti delle foibe ci si riferisce a due periodi storici ben distinti e definiti: il primo riguarda l'Istria e va dal 9 settembre al 13 ottobre 1943; il secondo periodo va dal 1° maggio alla metà  di giugno 1945 e riguarda le città  di Trieste e Gorizia, quando quei territori furono conquistati ed amministrati per 45 giorni dalle truppe jugoslave.

Le foibe del settembre 1943

Successivamente all'8 settembre 1943, ovvero immediatamente dopo l'armistizio firmato da Badoglio,[15] quasi tutta l'Istria insorse a favore dei partigiani jugoslavi, dando libero sfogo al profondo desiderio di vendetta covato da tutti coloro che avevano subito la violenza nazifascista. È in questo periodo che si registrò un primo fenomeno degli infoibamenti in Istria e in Dalmazia, con l'uccisione da parte degli insorti di alcune centinaia di fascisti italiani. Dopo un breve periodo, i nazifascisti rioccuparono l'Istria (completata intorno al 4-5 ottobre 1943) e la misero a ferro e fuoco, vantandosene nei loro stessi documenti ufficiali, uccidendo almeno 3000 partigiani e deportando in Germania circa 10.000 persone. Le foibe funsero quindi da pratiche fosse comuni in cui far sparire le vittime di questi scontri.

Le foibe di maggio-giugno '45

Con l'avvicinarsi della sconfitta dei nazifascisti, la IV armata di Tito entrò a Trieste, anticipando gli anglo-americani, il 1º maggio; più o meno alla stessa ora entrarono anche a Gorizia. In un clima di resa dei conti per le precedenti violenze fasciste, fu emanato un ordine per l'eliminazione degli elementi legati al fascismo e/o dichiaratisi anti-titoisti. Tale situazione ebbe termine il 9 giugno 1945, quando Tito e il generale Alexander tratteggiarono una linea di demarcazione, nota come linea Morgan,[16] che prevedeva due zone di occupazione – la A e la B – dei territori goriziano e triestino, che saranno poi confermate dal Memorandum di Londra del 1954.

Le foibe: propaganda e verità 

Il numero degli infoibati

Per molti anni una propaganda revisionista, neonazionalista e fascistoide ha diffuso l'idea dei «migliaia di infoibati solo perché italiani». Oggi, però, le fonti storiche più accreditate hanno ridimensionato notevolmente la cifra sia degli infoibati che del totale delle vittime dei partigiani titoisti e delle truppe jugoslave (scomparsi cioè non solo nelle foibe, ma anche in campi di concentramento, prigioni, ecc.) nelle ex province italiane di Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, portando il numero di questi ultimi da un minimo di cinquemila a un massimo di dieci o ventimila. Fra costoro (gran parte dei quali, paradossalmente, erano proprio di etnia slava) prevalevano nettamente i fedeli alla precedente monarchia jugoslava, soprattutto in Serbia, i sostenitori dei regimi nazifascisti ed i collaborazionisti negli anni dell'occupazione (1943-1945) [17].

Le riesumazioni del '43-44

Nell'inverno 1943-44 furono riesumati dai nazisti (precisazione dovuta ed importante) 204 corpi, che dal rapporto Harzarich [18] risultano recuperati da dieci foibe. Nell'autunno del ‘43 Manlio Granbassi, giornalista del «Piccolo» di Trieste, si recò in Istria per relazionare sui recuperi dalle foibe effettuati da Harzarich per conto dei nazisti. In realtà , quanto riportato da Granbassi non corrisponde totalmente al rapporto Harzarich. Considerando che quella dovrebbe essere l'unica fonte e che Granbassi per primo fa riferimento a violenze e ad episodi macabri (in base a quale fonti non è dato sapere...), si presume che Granbassi ci abbia messo del suo. Va inoltre sottolineato che il vero rapporto Harzarich, redatto per conto dei nazisti, non è più presente, e che la copia consultabile [19] è datata luglio 1945 ed è basata su un “interrogatorio” reso dallo stesso Harzarich agli Alleati. Va rimarcato ancora che, durante l'interrogatorio, Harzarich identifica gli “infoibati” non sulla base delle proprie documentazioni, ma su quanto apparve all'epoca a seguito delle riesumazioni, sia sulla stampa (cioè gli articoli di Granbassi), che nel libello propagandistico redatto dai nazisti in collaborazione con i servizi d'informazione della R.S.I. dal titolo Ecco il conto! [20]. D'altronde lo stesso federale fascista dell'Istria Bilucaglia sostenne che nell'aprile del 1945 erano circa 500 i familiari di persone uccise dai partigiani in Istria tra l'8.9.1943 e l'aprile 1945. Bilucaglia inviò ad Ercole Miani, dirigente del C.L.N. di Trieste «alcuni documenti che costituiscono una pagina di sanguinosa storia italiana in questa Provincia (…) trattasi di circa 500 pratiche per l'ottenimento della pensione alle famiglie dei Caduti delle foibe» [21].

Le riesumazioni del dopo 1945

Dopo il maggio 1945 da Trieste scomparvero poco più di 500 persone [22], tra cui poche donne, la maggior parte delle quali erano state compromesse col regime fascista. Si trattò quindi di vendette private, come scrive Claudio Venza [23] in «Umanità  Nova»:

«In effetti se i collaborazionisti nella sola Trieste - cioè coloro che fornivano i nomi di ebrei e di oppositori alla Gestapo che si incaricava di torturarli e di farli finire nella Risiera di San Sabba, dove morirono in circa 5.000 -, furono attorno alle duemila persone (secondo stime prudenziali) si può comprendere come, dopo il Primo Maggio del 1945, quando la città  fu liberata dai nazifascisti e occupata per un mese e mezzo dalle truppe del IX Korpus dell'esercito jugoslavo, si fosse realizzata una "caccia al fascista" nel corso della quale, come accade sempre in questi casi, le vendette più personali che politiche hanno avuto un peso non secondario.» [24]

Nessuna vittima invece ci fu tra i bambini, nonostante i "foibologi" facciano riferimento ad una inesistente “relazione Chelleri" che dimostrerebbe il contrario ma che lo stesso capitano Chelleri (del Comitato di Liberazione Nazionale di Isola d'Istria) nega di aver mai scritto [25].

A Gorizia e provincia (all'epoca si estendeva molto al di là  dell'attuale confine con la Slovenia), ricorda, i nomi dei “deportati" nel maggio ‘45 incisi sul Lapidario di Gorizia sono 653 nomi (solo 314 erano residenti nella provincia di Gorizia, gli altri provenivano o dalle province di Trieste e Udine, o addirittura dall'allora Jugoslavia).

Non tutti gli scomparsi furono in realtà  infoibati: gran parte degli scomparsi furono militari arrestati da forze armate jugoslave e poi imprigionati in campi di internamento insieme a molti collaborazionisti. Molti non fecero ritorno perché morti di stenti o vittime di vendette personali o processate e giustiziate. Molti di coloro che si vendicarono e uccisero fascisti e collaborazionisti, furono processati nel dopoguerra e poi amnistiati. [26]

Va detto che le riesumazioni delle "foibe" triestine e goriziane effettuate tra il 1945 ed il 1948 portarono alla luce 464 corpi, la maggior parte dei quali erano militari (per lo più germanici, ma anche partigiani) morti nel corso della guerra e solo per una quarantina di vittime si può esser certi che siano state vittime di esecuzioni sommarie. Nel caso della "foiba Plutone" 18 persone furono uccise da un gruppo di criminali comuni (Banda Steffe)[dal nome di Giovanni Steffè, [27]già  membro della X Mas di Junio Valerio Borghese] infiltratisi nelle formazioni partigiane e poi processati. [26]

Ricapitolando, nelle foibe istriane del 1943 sarebbero state pertanto infoibate circa 204 persone, ma tenendo conto che non tutte le salme potrebbero essere state riesumate, è doveroso effettuare una stima che amplierebbe tale cifra a un totale di 300 persone circa. Per il 1945 le riesumazioni sono state 464; anche in questo caso si potrebbe tener conto di mancate risumazioni e altro, in ogni caso il totale degli infoibati (1943-1945) non raggiunge le 1000 persone. Questa cifra è in linea con la cifra riportata da due siti web propensi a sostenere la tesi degli «infoibati perchè italiani»: il primo è il sito dedicato alla foiba di basovizza che sostiene siano stati riesumati circa 1000 corpi; il secondo invece riporta la cifra di 994 infoibate, 326 accertate ma non recuperate dalle profondità  carsiche [28], 5.643 vittime presunte sulla base di segnalazioni locali o altre fonti [29], 3.174 morte nei campi di concentramento jugoslavi.

Approssimando per eccesso e non tenendo conto del fatto che le riesumazioni del 1943 furono fatte da nazisti, ricordandosi che non è sempre dato sapere se coloro che furono infoibati furono là  gettati prima o dopo la morte, che poteva quindi essere giunta anche in battaglia, e del fatto che queste vittime potevano benissimo essere slavi infoibati durante l'occupazione e la prima epurazione compiuta dagli italiani tra il 1919 ed il 1922, la cifra è sempre e comunque ben lontana dalle 10-20.000 vittime di cui parla la propaganda italiana revisionistica.

I "foibologi"

Molti dei presunti esperti di foibe e di infoibamenti, autori di testi e articoli spesso utilizzati come fonte anche da esponenti della sinistra italiana, non sono altro che fascisti od ex-fascisti.:

  • Luigi Papo:

Autore di molti testi sulla questione delle foibe, pubblicati con la casa editrice fascista Settimo sigillo, Luigi Papo, che si firma “Luigi Papo de Montona”, è da sempre stato un fascista che durante la guerra si rese responsabile di rastrellamenti, esecuzioni sommarie e rappresaglie in Istria [30].

«Luigi Papo ex ufficiale della Milizia fascista al servizio dei tedeschi in Istria, il più fecondo "storico" delle foibe di estrema destra, è arrivato a scrivere che gli "eccidi" portarono alla "eliminazione del 5 per cento degli Italiani"! Insomma, si sono toccati livelli incredibili di esagerazioni e di falsificazioni.» [31]
  • Marco Pirina:

Nato nel 1943 da un ufficiale della Guardia Nazionale Repubblicana (Francesco Pirina), ucciso dai partigiani nel luglio del ‘44, fu militante e poi presidente del FUAN romano. Pirina Entrò a far parte del Fronte Delta, che nel tentato golpe Borghese avrebbe dovuto avere un ruolo di primo piano. Negli anni 80 militò nella Lega Nord, poi passò a Forza Italia e poi ancora ad Alleanza Nazionale. A Pordenone fondò il Centro Studi Silentes Loquimur [32]. Claudia Cernigli ha più volte denunciato le falsità  storiche riportate dal Pirina in molti suoi testi (es. l'inserimento nella lista degli infoibati anche di partigiani uccisi dai nazifascisti o di caduti in altre circostanze). Per il suo libro Genocidiò nel gennaio 2010 ha subito una condanna per diffamazione poiché il suo testo non forniva prove sulle accuse rivolte a tre partigiani sulla loro partecipazione agli infoibamenti [33]

  • Augusto Sinagra:

Legale di Licio Gelli, membro della loggia p2 e legale del governo turco all'epoca del "caso Ocalan", recentemente ha affermato che «le foibe sono il prodotto di "una barbarie antica che viene da lontano" perché i popoli "slavi" sono privi di civiltà , come s'é visto poi anche con le vicende della Bosnia.» [34]

  • Padre Flaminio Rocchi:

Pseudonimo di Anton Sokolic, di padre croato, in seguito cambiò il suo nome originale nell'italiano Flaminio Rocchi. Divenne francescano all'età  di 14 anni e fu cappellano militare durante la guerra, poi dirigente dell'Unione degli Istriani; esponente dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, di chiara tendenza nazifascista, Rocchi fu anche vicepresidente della “Lega istriana” . Il suo libro L'esodo dei 350.000 Giuliani, Fiumani e Dalmati, secondo Claudia Cernigoi, è infarcito di molti errori marchiani, in particolare sulla cosiddetta “foiba” di Basovizza. [35]

  • Giorgio Rustia:

Triestino, si è avvicinato negli anni '90 a Forza Nuova dopo aver fondato un “Comitato spontaneo di triestini che non parlano lo sloveno”. Laureato in scienze biologiche si spaccia per storico; ha stretti contatti con le varie associazioni combattentistiche comprese quelle dei reduci della Repubblica di Salò, unite nell'Associazione Grigioverde. [36]

Altri "esperti di foibe" non fascisti:

  • Gianni Bartoli:

Democristiano, esule istriano e sindaco di Trieste negli anni ‘50. Nel suo Martirologio delle genti adriatiche cita 4.000 nomi di infoibati per tutta la “Venezia Giulia” (le attuali province di Trieste e Gorizia, ed il retroterra di queste che si trova oggi in Slovenia), l'Istria, Fiume e la Dalmazia, in riferimento al periodo che va dal 1943 all'estate del 1945. Secondo Foibe e mito vi sarebbero molti errori di trascrizione, nomi duplicati e addirittura di persone che non morirono affatto e rientrarono dalla prigionia.

  • Gianni Oliva:

Laureato in lettere, è anche studioso ed insegnante di Storia delle istituzioni militari alla Scuola di applicazione d'arma di Torino. Pubblica libri per la Mondadori, ed oltre sulla questione delle foibe ha scritto testi sulla storia dei carabinieri e degli alpini. Secondo Oliva ci sarebbero stati circa 10.000 tra morti e infoibati, cifra però senza riscontro alcuno.[37]

Mistificazioni: la foiba di Basovizza e la storia dei sopravissuti agli infoibamenti

La foiba di Basovizza

Il sito web dedicato alla "foiba di Basovizza", che in realtà  è un pozzo minerario, riporta che per stabilire il numero delle persone che sarebbero state infoibate a Basovizza «è stato fatto un calcolo inusuale e impressionante. Tenendo presente la profondità  del pozzo prima e dopo la strage, fu rilevata la differenza di una trentina di metri. Lo spazio volumetrico conterrebbe le salme degli infoibati: oltre duemila vittime.». Ma quanto sono in realtà  gli infoibati riesumati? Nessuno!

Wikipedia, sempre attenta a non andare oltre le verità  ufficiali e istituzionali, prima che intervenisse la censura revisionistica,[38]ha riportato che «il pozzo minerario prima del 1945 era profondo 228 metri, mentre dopo il 1945 i metri erano diventati 198, per cui si hanno 250 metri cubi riempiti con materiali che, secondo questa interpretazione, erano corpi umani [...] Tra il settembre e l'ottobre del 1945 gli Alleati effettuarono esumazioni dal pozzo minerario di Basovizza. Vennero portati alla luce una decina di cadaveri di soldati tedeschi e resti di cavalli. Il pozzo venne utilizzato poi come discarica dal governo militare angloamericano negli anni successivi. Nel 1954 venne effettuato uno svuotamento del pozzo arrivando alla profondità  di 225 metri. Nessuna traccia di resti umani venne portata alla luce.».

Un monumento nazionale come Basovizza è diventato tale sulla base di semplici e fantasiose ipotesi, ovviamente mai suffragate dalle prove dei fatti.[39][40]

I sopravvissuti: Udovisi e Radeticchio

Graziano Udovisi, per merito dei media [41], è divenuto celebre in qualità  di infoibato sfuggito alla morte il 14 maggio 1945 e quindi testimone diretto dei crimini perpetrati dai partigiani contro gli italiani. Bisogna innanzitutto sottolineare chi sia Graziano Udovisi e tal proposito riportiamo come fonte la sentenza n. 165/46 della Corte d'Assise Straordinaria di Trieste:

«Udovisi Graziano, appena ottenuto il diploma delle scuole magistrali di Pola, all'età  di 18 anni, si arruolò nella milizia per evitare di iscriversi nelle organizzazioni tedesche. (…) Fatto il corso allievi ufficiali, venne nell'ottobre 1944 inviato a Portole quale comandante del Presidio e quivi rimase fino alla fine della guerra (…)».

Udovisi quindi è stato un fascista che venne riconosciuto colpevole di collaborazionismo con i nazifascisti e accusato di aver arrestato e legato col fil di ferro [42]i partigiani Antonio Gorian e Giusto Masserotto, nei pressi di Portole.

Secondo la sua testimonianza, ripresa enfaticamente da tv e giornali, Udovisi non solo sarebbe miracolosamente riuscito a salvare se stesso, ma anche un altro italiano di cui però non ricorda incredibilmente il nome:

«[Dopo essere stato torturato] “tutta la notte” e “dopo mezz'ora non sentivo più nulla (…) una donna ufficiale mi spaccò la mascella sinistra con il calcio della pistola (…) ci legarono in fila indiana, l'ultimo di noi era svenuto e gli fecero passare il fil di ferro intorno al collo. Lo abbiamo inevitabilmente soffocato nel dirigerci verso la foiba [43] (…) Durante il tragitto (…) mi hanno fatto mangiare della carta, dei sassi, mi hanno sparato vicino alle orecchie (…) Poi la Foiba. (…) quando ho sentito l'urlaccio di guerra mi sono buttato subito dentro come se questa Foiba rappresentasse per me un'ancora di salvezza. Sono piombato dentro l'acqua e mentre calavo a picco sono riuscito a liberarmi una mano con la quale ho toccato quella che credevo essere una zolla con dell'erba mentre in realtà  era una testa con dei capelli. L'ho afferrata e tirata in modo spasmodico verso di me e sono riuscito a risalire (…) ho salvato un italiano». [44]

La sua testimonianza va incrociata con quella di Giovanni Radeticchio di Sisano, che sostenne di essersi salvato dall'infoibamento in questo modo:

«...mi appesero un grosso sasso, del peso di circa dieci chilogrammi, per mezzo di filo di ferro ai polsi già  legati con altro filo di ferro e mi costrinsero ad andare da solo dietro Udovisi, già  sceso nella Foiba. Dopo qualche istante mi spararono qualche colpo di moschetto. Dio volle che colpissero il filo di ferro che fece cadere il sasso. Così caddi illeso nell'acqua della Foiba. Nuotando, con le mani legate dietro la schiena, ho potuto arenarmi. Intanto continuavano a cadere gli altri miei compagni e dietro ad ognuno sparavano colpi di mitra. Dopo l'ultima vittima gettarono una bomba a mano per finirci tutti. Costernato dal dolore non reggevo più. Sono riuscito a rompere il filo di ferro che mi serrava i polsi, straziando contemporaneamente le mie carni, poiché i polsi cedettero prima del filo di ferro. Rimasi così nella foiba per un paio di ore. Poi col favore della notte, uscii da quella che doveva essere la mia tomba…».

Dunque, Udovisi avrebbe salvato Radeticchio, dato che Radeticchio sostiene di essere sopravvissuto, tuttavia Radeticchio non ne fa alcun riferimento e dalla sua testimonianza addirittura Udovisi sarebbe morto. Oltre tutto i due sarebbero sopravvissuti dopo essere stati prima torturati, poi legati col fil di ferro e poi sarebbero scampati ai colpi di mitragliatrice e alle bombe a mano gettate nella foiba. Dopo tutto questo, i due sarebbero comunque riusciti a resistere e a nuotare nell'acqua grazie al solito miracolo del fil di ferro spezzatosi incredibilmente grazie a incredibili colpi di fortuna. [45]

A parte l'inverosimiglianza e le lacune delle due storie, va detto che Radeticchio e Udovisi non sarebbero stati infoibati perchè italiani ma in qualità  di elementi facenti parte di un esercito invasore ed occupante.

Note sulla repressione del CLN triestino

La repressione del CLN triestino ad opera delle truppe titoiste è inquadrabile nell'ambito delle lotte nazionalistiche e di quelle politico-partitiche che presero a svilupparsi via via che si approssimava la sconfitta del nazifascismo, e che erano finalizzate alla sostituzione di un potere (quello nazifascista) con un altro (quello comunista-marxista). Premettendo che gli anarchici ripudiano ogni violenza tesa a difendere principi nazionalistici e\o ad instaurare nuove forme di potere autoritario, sia esso marxista o capitalista, riportiamo quanto pubblica il sito web nuovaalabarda.org sulla questione del CLN triestino:

«...quello che vorremmo infine evidenziare e chiarire una volta per tutte, è la mistificazione di fondo che sta purtroppo prendendo piede anche negli ambienti storici, sul fatto che il PCI triestino scelse di uscire dal CLN italiano, per allearsi con i “titini”, e “tradendo” in tal modo la propria patria. In realtà , e per verificare questo basterebbe andare a leggere qualche libro di storia oppure i semplici documenti ufficiali, nell'estate del ‘44 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI, ) ebbe degli incontri a Milano con rappresentanti dell'Osvoboldilna Fronta. Nel corso di queste riunioni, i due comitati si accordarono per un'alleanza in funzione antinazifascista. Però il CLN triestino (quello di don Marzari, Fonda Savio ed Ercole Miani) rifiutò questa alleanza con l'OF, in quanto non voleva “collaborare con gli slavi”. Fu questo il motivo per cui il PCI triestino decise di uscire dal CLN: per rispettare le direttive del CLNAI (che istituzionalmente rappresentava, a livello internazionale, qualcosa di più del CLN triestino) in merito all'alleanza con l'Esercito di liberazione jugoslavo. Quindi, se vogliamo parlare di chi si fosse trovato “fuori linea” o comunque non in regola con le direttive alleate, questo era il CLN triestino, che aveva preferito cercare accordi con le formazioni collaborazioniste triestine (la Guardia civica prima di tutte) perché il loro scopo principale non era stato quello di abbattere il nazifascismo (essi davano per scontata la sconfitta di Hitler, quindi ritenevano relativa la resistenza ad esso), ma piuttosto di preparare il terreno per il ritorno di un'amministrazione italiana, apprestando nel contempo la resistenza armata, questa volta sì, nei confronti dell'Esercito jugoslavo che sarebbe entrato a Trieste, visto non come liberatore dal nazifascismo, ma come nuovo occupatore, perché non italiano.» [46] [47]

Considerazioni finali

Premesso che una vicenda storica complessa come quella delle foibe, intrecciata con il fascismo e le due guerre mondiali (come s'é visto tutto parte dal primo dopo guerra), è difficilmente sintetizzabile in un articolo senza rischiare di essere approssimativi, è bene sottolineare che in questa sede è stato trattato principalmente il tema degli infoibamenti (anzi, dei presunti tali) e non degli scomparsi o dei morti nei campi prigionieri. Con quest'articolo inoltre non si intende negare che nel 1943 e nel maggio 1945 ci furono atti di violenza o di rappresaglia contro fascisti, ex-fascisti e\o collaborazionisti, poiché questi fatti si accompagnano sempre e comunque ad ogni dopo guerra, e nemmeno si intende esaltare la violenza vendicativa contro gli sconfitti, quanto evidenziare alcuni aspetti su quelle vicende:

  1. All'origine di questo dramma ci sono le politiche razziste antislave iniziate nel primo dopo-guerra e culminate poi nella cieca e insensata violenza del fascismo;
  2. Il nazionalismo, il militarismo e il patriottismo generano sempre violenza;
  3. Gli episodi delle “foibe” del settembre 1943 vanno distinti dagli arresti e dalle esecuzioni del dopoguerra;
  4. Tra i partigiani vi erano alcuni infiltrati, come dimostra l'esempio della Banda Steffè (una banda composta in realtà  da militari della X Flottiglia MAS che commettevano crimini facendosi passare per partigiani al fine di screditare questi ultimi agli occhi della popolazione.)
  5. Non è mai esistita una volontà  dei popoli slavi di organizzare una pulizia etnica degli insediamenti italiani.
  6. Non vi furono massacri indiscriminati di persone in quanto italiani, la maggior parte delle vittime furono fascisti o collaborazionisti, nonché oppositori anticomunisti, spesso slavi;
  7. La maggior parte dei morti si ebbe nei campi di internamento, dove certamente le condizioni di vita non erano buone. Va però detto che la Slovenia era stata distrutta dagli invasori nazifascisti. Mancavano impianti sanitari, acquedotti, ecc. Le stesse sofferenze furono patite anche dalla popolazione civile che aveva difficoltà  a sfamarsi;
  8. È praticamente impossibile uccidere un così alto numero di persone in così poco tempo semplicemente gettandole in delle cavità  naturali: ci sono prove che il numero delle vittime sia notevolmente inferiore rispetto a quanto riportano le campagne mediatiche disinformative.
  9. Vi furono vendette personali, ma molti di coloro che le perpetrarono furono processati e condannati (e in taluni casi amnistiati).
  10. La narrazione dei presunti massacri si è spesso rivelata uno strumento per giustificare una futura presa di potere di forze populiste e anti-rivoluzionarie.
  11. Non si può piegare la storia alla volontà  dei vincitori; infatti, la rinascita e il ritorno in auge della destra neonazionalista, reazionaria e populista sono le motivazioni e le pericolose conseguenze alla base del revisionismo storico di questi anni.

Note

  1. In sloveno Beneška Slovenija è denominata la regione collinare e montuosa (Prealpi Giulie) del Friuli orientale, che si estende tra Cividale del Friuli e i monti che sovrastano Caporetto (attualmente in Slovenia).
  2. Alessandra Kersevan, storica specializzata nella storia del novecento e dei territori di frontiera a ridosso dei confini orientali italiani durante l'epoca fascista, nel 1995 dà  alle stampe Porzûs, provando ad inquadrare l'eccidio di Porzûs (Brigata Osoppo). Analoghe considerazione farà  monsignor Aldo Moretti, nel 2003 su indicazione del comune di Gonars. La Kersevan si dedica a ricerca ed approfondimento degli accadimenti nel campo di concentramento fascista di Gonars con il testo Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943. Nel 2005, su indicazione della Commissione europea e del Comune di Gonars, produce il documentario The Gonars Memorial 1942-1943: il simbolo della memoria italiana perduta. È coordinatrice della collana dal titolo “Resistenzastorica”, facente capo alle edizioni KappaVu
  3. La cultura della foiba
  4. Sergio Fumich, Il Pozzo e le parole, p 148, Ambrosiana, 200
  5. 5,0 5,1 Antefatti foibe
  6. Trattato di Londra del 1915
  7. Le barricate di San Giacomo, Trieste, 1920
  8. Vedi anche commento in discussione
  9. Articolo di Atos Benaglia Segretario A.n.p.i. Pianoro (fonti : Giacomo Scotti, giornalista e scrittore di Fiume/Rijeka - "Il Manifesto" 04/02/2005)
  10. Solo nella provincia di Trieste furono italianizzati più di 100.000 cognomi di origine slovena e croata: es. il cognome Vodopivec fu italianizzato in Bevilacqua, Russovich in Russo, Krizman in Crismani ecc. Dell'argomento tratta Paolo Parovel in L'identità  cancellata. L'italianizzazione forzata dei cognomi, nomi e toponimi nella "Venezia Giulia" dal 1919 al 1945, con gli elenchi delle province di Trieste, Gorizia, Istria ed i dati dei primi 5.300 decreti, (Trieste, Eugenio Parovel Editore, 1985), Boris Pahor in Necropoli (Roma, Fazi Editore, 2008) e Alois Lasciac in Erinnerungen aus meiner Beamtencarriere in Österreich in den Jahren 1881-1918 (Trieste, Tipografia Editoriale Libraria, 1939).
  11. L'orrore delel foibe
  12. Memoriale di Italo Sauro
  13. Tribunale Speciale Difesa Stato
  14. Cenni biografici su Tito (da ANPI)
  15. «Nel novembre del 1989, l'emittente inglese BBC, mise in onda un film in due parti, "The fascist Legacy", L'eredità  fascista, nel quale vennero documentati i crimini di guerra commessi durante l'invasione italiana dell'Etiopia e nel Regno di Jugoslavia con l'impiego dell'iprite, o gas mostarda, da parte del Generale Badoglio, i bombardamenti di ospedali della Croce Rossa e le rappresaglie scatenate dopo un attentato contro l'allora Governatore italiano dell'Etiopia» (da Associazione Nazionale Partigiani d'Italia di Rimini)
  16. «Le città  di Trieste, di Gorizia e Pola ed i territori limitrofi vennero definitivamente occupati dalle truppe anglo-americane. Tutto il resto della vecchia regione della Venezia Giulia e dell'Istria restò sotto il controllo Jugoslavo. Venne stabilita una linea di demarcazione che separava la zona occupata dai militari alleati da quella occupata dai militari jugoslavi, definite zona “A” e zona “B”. Questo tracciato si chiamò la “Linea Morgan” e prese il nome del generale inglese che la suggerì e quindi la definì in dettaglio sulle mappe militari. In attesa delle risoluzioni della Conferenza di Pace in corso di organizzazione a Parigi, ove tutti i contenziosi fra gli stati ex belligeranti sarebbero stati esaminati e decisi, il confine provvisorio fra l'Italia e la Jugoslavia, divenne questa linea di demarcazione fra i due eserciti occupanti e dagli stessi presidiata e garantita. Da una parte gli eserciti inglese ed americano, e dall'altra l'esercito della nuova Jugoslavia di Tito.» L'occupazione militare del Friuli e della Venezia Giulia (1945 – 1947)
  17. Cuore nel pozzo
  18. Dati tratti del rapporto del sottufficiale dei Vigili del Fuoco Harzarich (che diresse le operazioni di recupero dalle foibe istriane tra l'ottobre ed il dicembre 1943), che si trova conservato in copia presso l'Archivio dell'I.R.S.M.L.T., n. 346. (Citato in Foibe tra storia e mito)
  19. Copia conservata nell'archivio dell'Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione di Trieste, n.346
  20. Un altro libello propagandistico è stato Elenco degli Italiani Istriani trucidati dagli slavo-comunisti durante il periodo del predominio partigiano in Istria. Settembre-ottobre 1943 redatto nel 1944 per incarico del Comandante Junio Valerio Borghese, capo della X Mas e dell'on. Luigi Bilucaglia, Federale dei Fasci Repubblicani dell'Istria, da Maria Pasquinelli con l'ausilio di Luigi Papo ed altri ufficiali dei servizi della X Mas”.
  21. Documento datato 24.4.45 pubblicato nel testo di Luigi Papo, “L'Istria e le sue foibe”, ed. Italo Svevo 1998 (Citato in Foibe tra storia e mito)
  22. Si legga il testo di Claudia Cernigoi, “Operazione foibe a Trieste”, ed. Kappavu Udine 1997
  23. Caludio Venza, docente universitario di Storia della Spagna contemporanea all'Università?? di Trieste.
  24. [1]Foibe: "giornata dell'odio". La memoria seppellita
  25. In “Foibe. Un dibattito ancora aperto”, Lega Nazionale Trieste, 1990, p. 87. Sulla “relazione Chelleri” ritorniamo più avanti nel capitolo dedicato a padre Flaminio Rocchi. (Citato in Foibe tra storia e mito)
  26. 26,0 26,1 Articolo di Caludia Cernigoi
  27. la foiba di Plutone
  28. Vittime accertate riporta il sito, che però non riporta fonti
  29. Le vittime sono presunte e non si citano fonti.
  30. Note su Luigi Papo
  31. Le foibe istriane, di Giacomo Scotti, consegnato ai margini del convegno PARTIGIANI! (Roma 7-8 maggio 2005
  32. Note sul fascista Marco Pirina
  33. Pirina condannato per diffamazione
  34. Note su Augusto Sinagra
  35. Flaminio Rocchi
  36. Le ricerche sulle foibe del dottor Rustia
  37. Convegno sui Pozzi della memoria
  38. Cronologia dell'articolo sulla foiba di Basovizza
  39. Combattiamo il revisionismo storico
  40. La-foiba-di-Basovizza-un-falso-storico-diventato-monumento-nazionale
  41. Video intervista a Graziano Udovisi
  42. Particolare importante questo perchè Udovisi, in qualità  di persona scampata agli infoibamenti, racconterà  modalità  operative del tutte identiche a quelle che la magistratura imputò a lui stesso.
  43. Si tratterebbe della foiba di Fianona
  44. Foibe tra storia e mito
  45. Testimonianza di Giovanni Radeticchio
  46. Un autunno nazionalista
  47. Non affrontando in questa sede la suddetta questione in maniera approfondita, si rimanda il lettore ad eventuali altri articoli anarchopediani e\o agli specifici approfondimenti nella vasta bibliografia e linkografia.

Bibliografia

Specifica su foibe

  • ANED, Fascismo – Foibe – Esodo, Atti a conclusione Convegno dell'ANED alla Risiera di San Sabba, Trieste 23.92004
  • Claudia Cernigoi, Operazione foibe fra storia e mito Edizioni Kappa Vu,2005, Udine
  • F.W.D. Deakin, La montagna più alta, Einaudi Editore Torino, 1971,
  • Fascismo e foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani , La Città  del Sole , 2008
  • Alberto Buvoli Foibe e deportazioni - Per ristabilire la verità  storica, (Quaderni della resistenza, n. 10, Comitato Regionale dell'ANPI del Friuli - Venezia Giulia )

Su invasione italiana in jugoslavia

  • Carlo Spartaco Capogreco [1], I campi del duce - Einaudi Editore Torino, 2006 [2]
  • Angelo Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2005
  • Eric Gobetti, L'occupazione allegra. Gli italiani in Jugoslavia (1941 – 1943), Carocci, Roma, 2007 (cap. 9) [3]
  • Tone Ferenc [4], La provincia "italiana" di Lubiana: documenti 1941-1942, Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione fondato da Ercole Miani, Pubblicato da Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, 1994
  • Alessandra Kersevan [5], Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943
  • Michael Palumbo, L'olcausto dimenticato, Rizzoli
  • Tone Ferenc, Ravel Kodrič, Damijan Guštin, Nevenka Troha , Neupogljivi zakon Rima: fasizem in osvobodilni boj primorskih Slovencev 1941-1943; La legge inflessibile di Roma: il fascismo e la lotta di liberazione degli Sloveni nella Venezia Giulia 1941-1943; Pubblicato da Društvo piscev zgodovine NOB, 2004
  • Tone Ferenc, Pavel Kodrič, Si ammazza troppo poco: condannati a morte, ostaggi, passati per le armi nella provincia di Lubiana; 1941-1943. Documenti; Pubblicato da Società  degli scrittori della storia della Lotta di Liberazione, 1999
  • Tone Ferenc La provincia 'italiana' di Lubiana, documenti 1941-1942 Studi e documenti; Pubblicato da Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, 1994
  • Tone Ferenc L`amministrazione partigiana slovena civile e militare nella Venezia Giulia nell`autunno 1943 , Trieste, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione[6]
  • Tone Ferenc, La zona libera del IX Korpus d'Armata sloveno nella Venezia Giulia
  • Tone Ferenc, Milizia volontaria per la sicurezza nazionale: MVSN
  • Tone Ferenc, Mojca Š irok, Ali H. ŽerdinFašisti brez krinke
  • Tone Ferenc, Ljudska oblast na Slovenskem 1941-1945, Pubblicato da Partizanska knjiga, 1987
  • Tone Ferenc, Quellen zur nationalsozialistischen Entnationalisierungspolitik in Slowenien, 1941-1945: Viri Nacistični Raznarodovalni Politiki V Sloveniji, 1941-1945, Pubblicato da Založba Obzorja, 1980
  • Tone Ferenc, Martin Cregeen, There is Not Enough Killing: Condemned to Death, Hostages, Shot in the Ljubljana Province, 1941-1943: Documents, Institute for Contemporary History : Society of the Writers of the History of the Liberation War in Slovenia, 1999
  • Tone Ferenc, Nacistična raznarodovalna politika v Sloveniji v letih 1941-1945; Pubblicato da Založba "Obzorja,", 1968 (Originale disponibile presso la University of Michigan)
  • Tone Ferenc, Kapitulacija Italije in narodnoosvobodilna borba v Sloveniji jeseni 1943; Pubblicato da Zalozba "Obzorja,, 1967
  • Tone Ferenc, Aleksandra Frantar, Matej Okorn, Marija Počivavšek, Iris Zakošek, Andreja Rihter Razstava ob petdesetletnici konca druge svetovne vojne: Exhibition on the 50th Anniversary of the End of the Second World War Pubblicato da Muzej novejše zgodovine, 1995
  • Giorgio Visintin [7], Guerra di Liberazione sui Confini Orientali, 4 giugno 1942 -7 maggio 1945, Milano 1975
  • Pietro Secchia e Filippo Frassati, Storia della Resistenza - La guerra di liberazione in Italia 1943-1945, Volume II, Editori Riuniti, Roma, 1965
  • Bruno Steffè, Guerra di liberazione nel territorio della Provincia di Pordenone 1943-1945 , ETS, 1996
  • Giorgio Visintin, Antifascismo e guerra di liberazione nella regione Giulia (14ma Brigata d'assalto Garibaldi Trieste)
  • Luciano Patat, Terra di frontiera. Fascismo, guerra e resistenza nell'Isontino e nella Bassa Friulana, KAPPA VU, 2002 Udine
  • Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell'Italia fascista (1940-1943), Nuova cultura, 94 Bollati Boringhieri, Torino 2002
  • Fabio Galluccio, I Lager in Italia: La Memoria Sepolta nei Duecento Luoghi di Deportazione Fascisti, Non luoghi Libere Edizioni, Civezzano TN, 2002,
  • Gianni Oliva, "Si ammazza troppo poco". I crimini di guerra italiani 1940-1943, Mondadori, 2007

Collegamenti esterni

Dossier e testi

Articoli

  • Articolo inerente dello storico Carlo Spartaco Capogreco
  • Associazione nazionale ex deportati di guerra; alcuni di libri di Capogreco:
    • I campi del Duce. L'internamento civile nell'Italia fascista (1940-1943), Einaudi, 2004
    • Renicci. Un campo di concentramento in riva al Tevere
  • Recensione da associazione nazionale ex deportati di guerra
  • Tone Ferenc: «Il suo lavoro in titoli costa di oltre trecento documenti molti dei quali divenuti libri, di particolare importanza sono le ultime ricerche sulla «Provincia italiana di Lubiana» che tramite accurata e certosina documentazione raccolgono le prove dei crimini di guerra perpetrati dall'esercito italiano e dai nazifascisti prima della caduta del fascismo e nel periodo attorno a quest'ultima inoltre è riconosciuta la sua esperienza nello studio ed il materiale storico e documentale prodotto sui campi di concentramento fascisti sia in Italia che in Jugoslavia.»
  • Alessandra Kersevan, storica specializzata nella storia del novecento e in quanto accadde sui confini orientali italiani durante l'epoca fascista, nel 1995 dà  alle stampe Porzûs, provando ad inquadrare l' eccidio di Porzûs (Brigata Osoppo). Analoghe considerazione farà  monsignor Aldo Moretti, nel 2003 su indicazione del comune di Gonars. La Kersevan si dedica a ricerca ed approfondimento degli accadimenti nel campo di concentramento fascista di Gonars con il testo Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943. Nel 2005, su indicazione della Commissione europea e del Comune di Gonars, produce il documentario The Gonars Memorial 1942-1943: il simbolo della memoria italiana perduta. È coordinatrice della collana dal titolo “Resistenzastorica”, facente capo alle edizioni KappaVu
  • Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione
  • Giorgio Visintin
  • Paolo Rumiz