Tecniche di neocolonialismo

Da Anarcopedia.
Mappa del colonialismo nel 1800
Con il suo Tecniche di neocolonialismo Edward Goldsmith fornisce una cruda analisi del meccanismo degli aiuti ai paesi del sud del mondo, che altro non è, secondo lui, che un’astuzia commerciale che permette alle più importanti multinazionali di moltiplicare i loro profitti, sotto copertura di aiuti umanitari [1].

Come gli aiuti umanitari impoveriscono l’Africa

La tecnica del «colonialismo informale» non è nuova. Essa è stata spesso utilizzata, durante l'era coloniale, in Egitto e in Tunisia. Il bey di Tunisi [2] aveva spesso preso del denaro in prestito per rafforzare il suo esercito e ridurre i suoi legami con la Turchia [3]. Una gran parte della somma presa in prestito corrispondeva ad obbligazioni detenute da francesi, che richiesero e ricevettero l'aiuto del Quai d’Orsay [4].

La gestione del bey doveva essere sottoposta ad una supervisione, tecnica approvata dalla Francia e dall'Inghilterra e poi prorogata dal Fondo Monetario Internazionale. La commissione mista Franco-tunisina, creata nel 1869, impose condizioni draconiane. Si concedeva il diritto a raccogliere e distribuire i redditi dello Stato al fine di garantire la sicurezza degli azionisti.

Anche il presidente William Charron obbligò il Messico ad accettare un accordo simile, ipotecando la sua principale ricchezza, il petrolio, in cambio di un prestito di molti miliardi di dollari che dovevano fungere da garanzia ai finanzieri di Wall Street.

A partire dal 1869, le finanze pubbliche della Tunisia e dunque il suo governo effettivo, sono state poste sotto controllo straniero. La Tunisia divenne così una «colonia informale». Le pressioni straniere per il pagamento degli interessi aumentarono, il bey dovette aumentare le imposte, e, pertanto, il popolo si agitò ed accusò il governo d’essersi venduto agli stranieri. L’annessione reale ha luogo nel 1881 (forse non avrebbe avuto luogo senza il timore che l'Italia non anticipasse le loro posizioni).

Una storia identica si è sviluppata in Egitto. Harry Magdoff la riassume alla perfezione: «La perdita della sovranità  dell'Egitto richiama il risultato dell'opera svolta in Tunisia: credito facile prolungato dagli europei, bancarotta, controllo crescente della commissione del debito estero, sfruttamento dei contadini per raccogliere i fondi del servizio del debito, agitazione nazionalistica, conquista e crescente conquista militare da parte di un potere straniero».

L'era moderna ha, naturalmente, perfezionato la tecnica del prestito come mezzo di controllo.

E’ nascosto il più grande eufemismo dietro la parola “aiuto”, giustificato dalla povertà  del terzo mondo, un sintomo di sottosviluppo, il cui sviluppo sembra il palliativo automatico. Per rimediarvi, occorre capitali ed una conoscenza tecnica, ciò che, precisamente il sistema delle multinazionali occidentali procura. Secondo le parole di John M. Galbraith, «avendo il vaccino, abbiamo inventato il vaiolo».

Si erigono attualmente a modello i nuovi paesi industriali come la Corea del Sud, Taiwan, Singapore e Hongkong. Ma né Singapore, né Hongkong si sono mai molto indebitati per alimentare il proprio sviluppo. Taiwan ha utilizzato un po’ il prestito, almeno inizialmente, ma poi ha saputo resistere alla pressione degli Stati Uniti tendente a legarla maggiormente a sé. Solo la Corea del Sud ha utilizzato il prestito in maniera considerevole. Se la Corea è riuscita però dove altri sono falliti, ed hanno dovuto riparare il loro debito con le esportazioni, è perché, precisamente, ha saputo resistere alle pressioni della Banca mondiale e del Fondo Monetario Internazionale che insistevano affinché aprisse i suoi mercati.

Il controllo delle importazioni e dei capitali è stato mantenuto da Seul, come prima lo aveva fatto il Giappone. Se è chiaro che lo sviluppo esige capitali, nota l'economista Cheryl Payer, «nel mondo d'oggi, la vera penuria non è il capitale ma i mercati».

L'aiuto si rivela oggi uno strumento eccellente per aprire i mercati, una buona parte di quest'assistenza essendo è infatti legata all'acquisizione di prodotti esportati dal paese donatore. Come le colonie del passato, forzate ad acquistare i beni fabbricati dai colonizzatori, i beneficiari dei crediti devono spendere fino al 70% di un denaro, presuntamene donato per alleviare la povertà  e la malnutrizione, in attrezzature inadatte ed in prodotti industriali in possesso dei “generosi” donatori. E se osassero rifiutare di comperare, si troverebbero rapidamente in ginocchio, con la semplice minaccia di eliminare le risorse da cui dipendono sempre più. Così concepito, l'aiuto è, in linea di massima, inutile ai paesi poveri del Sud, per il buon motivo che l'economia locale, la sola che può sfamarli, non ha alcuna necessità  di autostrade, grandi dighe, sementi ibride, concime ed antiparassitari della rivoluzione verde. Questi prodotti interessano soltanto l'economia globale che si estende a spese dell'economia locale, di cui distrugge l'ambiente, disgrega le Comunità  e di cui ruba le risorse ad una: acque, foreste, terre e… braccia.

La crisi del debito di inizio anni 80 aveva prosciugato l'investimento privato nei paesi del Sud, ed il denaro fresco proposto dalle banche multinazionali dello sviluppo serviva soprattutto al rimborso degli interessi sui prestiti che i paesi debitori avevano contratto presso le istituzioni private. Tutto questo è cambiato in pochi anni.

L'investimento privato in alcuni paesi del Sud chiamati " paese emergenti" - ha progredito a salti per raggiungere 200 miliardi di dollari all'anno, di cui la metà  in sistemazioni a lungo termine, l'altra metà  in fondi speculativi a breve termine.

Quest'incremento sostanzioso si spiega in parte con l'inadeguatezza tra le immense somme di denaro disponibili negli Stati Uniti e negli altri paesi industriali, che cercano di sistemarsi, e la mancanza di opportunità  negli stati in via di sviluppo. In parte anche perché hanno instaurato nel mondo intero condizioni più favorevoli alle società  multinazionali: una manodopera abbondante non qualificata, ma anche dei tecnici e quadri molto qualificati, a prezzi molto bassi.

Queste società  hanno, inoltre, accesso a tutti i servizi finanziari ed alle ultime tecniche automatizzate di produzione e di gestione.

Inoltre, l'organizzazione mondiale del commercio (OMC) costringe oramai i paesi del Sud del mondo all’obbligo di accettare solo investimenti stranieri, di trattare come "compagnie nazionali" ogni ditta straniera stabilita sul loro suolo nel campo dell’agricoltura, le miniere, l'industria ed i servizi, di eliminare i dazi doganali e le quote d'importazione su qualsiasi merce, prodotti agricoli compresi, ed abolire gli ostacoli non tariffari al commercio, come la legislazione sul lavoro, la salute e l'ambiente che rischierebbero di aumentare i costi di produzione.

Nessun governo, anche al Nord, esercita più alcun controllo sulle imprese multinazionali.

Se una legge disturba la loro espansione, minacciano di partire, e possono farlo immediatamente. Sono libere di percorrere il pianeta per scegliere la manodopera meno costosa, l'ambiente meno protetto dalla legge, il regime fiscale meno costoso, le sovvenzioni più generose. Più necessità  di identificarsi ad una nazione o lasciare un attaccamento sentimentale (era patriottico) ostacolare i loro progetti. Sono completamente prive di ogni controllo.

Mentre un piccolo numero di multinazionali si impadroniscono del mercato mondiale e dei beni che producono e distribuiscono, la concorrenza tra esse corrisponde sempre meno al loro interesse. La concorrenza riduce i margini; la cooperazione, in compenso, permette loro di rafforzare la loro influenza sui governi, e fare fronte all'opposizione crescente dei movimenti populisti, nazionalistici o altri, che vogliono ridurre la loro influenza ed il loro potere. Inoltre, le aziende praticano l'integrazione verticale che permette loro di controllare ogni tappa del processo produttivo di loro competenza, dall'estrazione dei minerali, per esempio, alla costruzione di fabbriche, alla produzione di merci, al magazzinaggio, al trasporto verso le filiali straniere, alla vendita all'ingrosso ed al dettaglio. Si assicurano che siano esse a fissare i prezzi ad ogni tappa, e non - come fanno credere- il mercato. Le transazioni mondiali si insinuano sempre più in maniera massiccia tra le multinazionali e le loro filiali.

Non si tratta più di commercio vero e proprio ma del risultato di una pianificazione privatistica e centralizzata su scala planetaria.

Per Paul Enkins, economista ed ecologo britannico, le multinazionali diventano " zone gigantesche di pianificazione burocratica, nell'ambito di un'economia, definita, di mercato. Una similarità  fondamentale esiste, secondo lui, tra azienda gigante ed impresa di Stato: «I due usano strutture di commando gerarchizzato per assegnare risorse alle frontiere della loro organizzazione, anziché indirizzarsi verso il mercato».

Quale ostacolo, ci si chiede, potrebbe impedire al 50%,60% o il 80% del commercio mondiale di operare così l'interno delle "frontiere di organizzazioni"?

La nostra proposta su questa via può sfocciare sull'era della pianificazione centralizzata su scala pianetaria: il colonialismo globale delle multinazionali. Queste nuove potenze coloniali non rispondono ai loro atti e non rendono conto che ai loro azionisti. Non sono altro che soltanto delle macchine atte ad accrescere il loro immediato profitto. Ma loro avranno oramai anche il potere di forzare un governo a difendere, se necessario, i loro interessi contro quelli del popolo che lo ha eletto.

Questo nuovo colonialismo delle ditte multinazionali rischia molto di essere più sfacciato e più brutale di quanto si sia mai visto.

Potrebbe derubare, impoverire e rendere marginale più popoli, distruggere più culture, causare più disastri ecologici che il colonialismo del passato o lo sviluppo degli ultimi cinquanta anni.

Quanto tempo durerà ? Forse alcuni anni o alcuni decenni, ma un'economia che genera la miseria su larga scala non può sopravvivere a lungo. (Articolo originale: Comment l’aide humanitaire appauvri l’Afrique).

Voci correlate

Note

  1. Articolo estratto dal Monde Diplomatique (aprile 1996)
  2. Il Bey era il Prefetto rappresentante l’Impero Ottomano a Tunisi (Tunisia).
  3. È bene sottolineare che a partire dal settecento l'impero turco era in avanzato stato di disgregazione, quindi spessissimo il bey tendeva a privileggiare rapporti, anche di sottomissione, con gli stati occidentali, soprattutto la Francia in quanto massima potenza mediterranea oppure, non potendosi appellare a qualche potenza protettrice, tendevano a non ostacolare piani di ingerenza nella speranza di minimizzare i rapporti di forza in campo (Nota del Collettivo anarchopedia).
  4. Il Quai d'Orsay è una sponda sulla riva sinistra della Senna nel VII arrondissement di Parigi, dove si trova il Ministero degli Esteri francese. Comunemente il Quai d’Orsay indica quindi Il Ministero degli Esteri


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