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	<title>Carlo Carrà - Cronologia</title>
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	<subtitle>Cronologia della pagina su questo sito</subtitle>
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		<title>K2: /* Biografia Fonte: E. Civolani, Carlo Dalmazzo Carrà, in Dizionario biografico degli anarchici italiani, Tomo I, Pisa, BFS, 2003, pp. 328-330 */</title>
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		<updated>2022-08-01T12:28:45Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;autocomment&quot;&gt;Biografia Fonte: E. Civolani, Carlo Dalmazzo Carrà, in Dizionario biografico degli anarchici italiani, Tomo I, Pisa, BFS, 2003, pp. 328-330&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
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Nel [[1899]] va a Parigi, dove lavora come decoratore nei padiglioni allestiti per la Grande esposizione del [[1900]]. Nella capitale francese ha la possibilità di conoscere la pittura antica e moderna. Entrato in contatto con il movimento anarchico francese, incontra l&#039;ex-comunardo [[Amilcare Cipriani]] e assiste a un comizio di [[Sébastien Faure]]. Nel [[1900]] Carrà si reca a Londra per approfondire la propria cultura e pratica artistiche e per cercare un nuovo lavoro. Si lega con un gruppo di fuorusciti italiani, fra cui [[Emidio Recchioni]] e [[Alessandro Baccherini]], che si ritrovano abitualmente nella pensione gestita da [[Mario Tedeschi]]. Legge importanti opere del pensiero politico socialista e anarchico ([[Fourier]], [[Owen]], [[Saint-Simon]], [[Bakunin]] ecc.) e assume posizioni individualistico-libertarie. Alla morte di Umberto I, re d&#039;Italia, assassinato il [[29 luglio]] [[1900]] dall&#039;anarchico [[Gaetano Bresci]], Carrà, insieme con [[Mario Tedeschi|Tedeschi]] e altri anarchici, diffonde un manifesto, duramente criticato da [[Errico Malatesta]], in cui si prendono le distanze da quell&#039;atto terroristico. Dipinge, inoltre, un ritratto del re ucciso, che viene esposto nella sede londinese del Circolo monarchico italiano. Rientrato in Italia nello stesso anno, Carrà lavora dapprima a Milano, presso una fabbrica di ventagli; svolge quindi l&#039;attività di decoratore murale nel Canton Ticino e in varie città della Lombardia. A Milano Carrà frequenta la trattoria Lazzari, a Porta Tenaglia, luogo d&#039;incontro di socialisti e di anarchici. Queste relazioni, il contatto quotidiano con il mondo del lavoro, lo studio delle opere di teorici dell&#039;[[anarco-individualismo|anarchismo individualista]] e del [[marxismo]], dei testi di [[Bergson]], di [[Nietzsche]] e di [[Sorel]], rappresentano elementi che, tra il [[1901]] e il [[1904]], inducono Carrà ad «appassionar[si] ai problemi politici», a percepire «l&#039;urgenza di una risoluzione radicale dei problemi sociali». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, pp. 67-70&amp;lt;/ref&amp;gt; Si trova tra la folla durante gli scontri tra anarchici e cavalleria in occasione dei funerali di [[Angelo Galli]], il giovane anarchico ucciso dal custode della Macchi e Passoni nel maggio [[1906]]. [[File:Funerali Galli.webp|miniatura|&#039;&#039;I funerali dell&#039;anarchico Galli&#039;&#039; ([[1906]]-[[1911]]).]] Questa circostanza è all&#039;origine della trasposizione di quell&#039;evento nel quadro d&#039;impostazione futurista &#039;&#039;[[I funerali dell&#039;anarchico Galli]]&#039;&#039; ([[1906]]-[[1911]]) e della frase «noi metteremo lo spettatore al centro del quadro», che apparirà nel Manifesto tecnico della pittura futurista ([[1910]]). In quegli stessi anni Carrà esegue disegni per alcune pubblicazioni anarchiche, tra cui la &#039;&#039;[[Libreria Editrice Sociale]]&#039;&#039; fondata da [[Giuseppe Monanni]] e [[Leda Rafanelli]] al loro arrivo a Milano, le loro riviste «Sciarpa nera» e «La Rivolta» (di cui traccia l&#039;emblema), «La Barricata» di Parma e «La Rivolta» di Pistoia, delle quali compone la testata. Dipinge ritratti di [[Friedrich Engels]], di [[Pietro Gori]] e di [[Nietzsche]], e illustra testi di [[Paolo Valera]]. Insegna, inoltre, presso la Società Cooperativa Umanitaria, fondata a Milano dopo le barricate del [[1898]]. Nel [[1904]] ottiene la direzione artistica della Cooperativa Pittori e Imbiancatori di Milano. Nel [[1905]] vince il premio della Scuola Superiore d&#039;Arte Applicata del Castello Sforzesco, che gli consente di essere ammesso l&#039;anno seguente all&#039;Accademia di Brera, dove segue i corsi di Cesare Tallone. Entrato in contatto con [[Giuseppe Pellizza da Volpedo]], [[Gaetano Previati]], anch&#039;essi orientati politicamente in senso socialista, Carrà passa dall&#039;originario realismo ai modi del divisionismo. L&#039;ingresso all&#039;Accademia e il trasferimento di domicilio in via Brera hanno l&#039;effetto di diradare in misura sempre maggiore i rapporti di Carrà con il gruppo anarchico dell&#039;osteria Lazzari. Nella riconsiderazione retrospettiva della sua esistenza, Carrà svilisce il grado di rilevanza avuto dall&#039;[[anarchismo]] nella sua maturazione intellettuale e artistica. Sottolinea il «divario» esistente tra l&#039;andamento «occasionale» delle sue scelte ideologiche e il procedere «istintivo» e sicuro di quelle artistiche. &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, p. 82&amp;lt;/ref&amp;gt; Tuttavia, in alcuni manifesti del [[futurismo]], di cui Carrà è coautore e autore, si avvertono consonanze con alcuni principi dell’estetica anarchica e del sindacalismo di [[Sorel]] in particolare. &#039;&#039;&#039;Con gli anarchici e con i futuristi Carrà condivide non solo una profonda avversione nei confronti dell&#039;egemonia culturale esercitata dalla borghesia, ma anche la convinzione che all&#039;arte e agli artisti spetti una funzione di primo piano nella costruzione di una società su basi completamente rinnovate, in sintonia con i progressi della scienza e della tecnica.&#039;&#039;&#039; Nella progettualità politica di [[Sorel]] Carrà intravede, inoltre, una maggiore aderenza alla problematica storica e sociale dell&#039;epoca rispetto a quella dei socialisti riformisti, quali, ad esempio, [[Eduard Bernstein]], [[Karl Kautsky]], [[Filippo Turati]], [[Leonida Bissolati]]. Queste convinzioni politiche sono, tra l&#039;altro, alla base dell&#039;amicizia che, a partire dal [[1909]], lega Carrà a [[Renzo Provinciali]] e a [[Filippo Corridoni]]. Nel [[1912]] Carrà espone a Parigi, presso la galleria Bernheim Jeune, opere, quali &#039;&#039;La Stazione di Milano&#039;&#039; ([[1909]]), &#039;&#039;L&#039;uscita dal teatro&#039;&#039; [[1909]], &#039;&#039;[[I funerali dell&#039;anarchico Galli]]&#039;&#039; ([[1910]]-[[1911]]), che traducono efficacemente i principi di un&#039;estetica volta a esaltare «le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa». &amp;lt;ref&amp;gt;Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, [[1909]]&amp;lt;/ref&amp;gt; Durante i soggiorni nella capitale francese, Carrà stringe rapporti di amicizia con artisti d&#039;avanguardia, come [[Georges Braque]], [[Pablo Picasso]] – che lo avvicinano ai principi della pittura cubista – [[Guillaume Apollinaire]], [[Gustave Kahn]], [[Amedeo Modigliani]], [[Medardo Rosso]], anch&#039;essi nella maggior parte simpatizzanti dell&#039;[[anarchismo]]. Nel [[1911]] Carrà inizia una stretta collaborazione con gli scrittori de «La Voce» (tra cui [[Ardengo Soffici]], [[Giuseppe Prezzolini]], [[Scipio Slataper]]). Collabora assiduamente al quindicinale «Lacerba», fondato nel [[1913]], diretto da [[Giovanni Papini]] e [[Ardengo Soffici]] e diventato l&#039;organo del movimento futurista. Partecipa alle «serate futuriste», dove si realizza quella percezione estetica «attiva» già propugnata da [[Proudhon]]. &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Du principe de l&#039;art et e sa destination sociale&#039;&#039; ([[1865]]), Parigi, 1939, pp. 70-71&amp;lt;/ref&amp;gt; Allo scoppio della guerra, con l&#039;amico [[Filippo Corridoni|Corridoni]], la maggior parte dei futuristi e i gruppi legati alle riviste «La Voce» e «Lacerba», Carrà condivide l&#039;adesione alla corrente interventista. Nel settembre [[1914]], insieme a [[Umberto Boccioni]] e a [[Luigi Russolo]], Carrà firma la Sintesi futurista della guerra. Con [[Umberto Boccioni|Boccioni]], [[Luigi Russolo|Russolo]] e [[Tommaso Marinetti|Marinetti]] viene arrestato per avere organizzato manifestazioni interventiste. Nel [[1915]], dipinge il collage Manifestazione interventista. Nello stesso anno pubblica il libro &#039;&#039;Guerrapittura&#039;&#039;, dove esalta il «nazionalismo futurista» e la guerra che aumenta le «possibilità creative». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, pp. 45-46&amp;lt;/ref&amp;gt; Contemporaneamente, dopo un «travaglio di coscienza», che lo induce a considerare che la lotta rivendicativa «non comporta se non una generica e superficiale dialettica di assai scarso valore storico» &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, p. 123&amp;lt;/ref&amp;gt;, Carrà abbandona definitivamente i principi del socialismo anarchico. Le convinzioni interventiste e nazionaliste lo spingono ad assumere toni di intolleranza ideologica. «Quando ci si convincerà che la gentetta socialista – che ogni giorno, ogni minuto sputa sentenze sulle libertà dei popoli – come pure quella pseudoanarchica, sono alla libertà dei popoli molto più nocive della cosiddetta &quot;borghesia sanguinaria, cinica, guerrafondaia&quot;?». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Guerrapittura&#039;&#039;, pp. 5-6&amp;lt;/ref&amp;gt; Verso la fine del [[1915]] Carrà pone fine alla sua collaborazione con i futuristi. Negli articoli &#039;&#039;Parlata su Giotto&#039;&#039; ([[31 marzo]] [[1916]]) e &#039;&#039;Paolo Uccello costruttore&#039;&#039; ([[30 settembre]] [[1916]]), pubblicati sulla nuova edizione de «La Voce», uscita nel dicembre [[1914]] e diretta da [[Giuseppe De Robertiis]], Carrà contrappone alla dottrina estetica e politica del [[futurismo]], a suo avviso ormai superata, una poetica volta a stabilire una stretta connessione tra opera pittorica e tradizione artistica italiana. Iniziatore, nel [[1916]], della pittura «metafisica», insieme con [[Giorgio de Chirico]] – che ritrova nel [[1917]] nell&#039;ospedale di Ferrara, insieme con [[Alberto Savinio]], [[Corrado Govoni]] e [[Filippo De Pisis]] – Carrà orienta la propria ricerca pittorica verso un «realismo magico», un misticismo fantastico, propugnato anche da «Valori Plastici», rivista diretta da [[Mario Broglio]], alla quale Carrà collabora dal [[1919]] al [[1921]]. A giustificazione delle sue scelte artistiche e politiche Carrà adduce l&#039;esigenza impellente di non accompagnarsi più ad alcuno, di essere solo sé stesso, di rimanere fuori dalle correnti di qualsiasi tipo, nella convinzione che «i &quot;movimenti&quot;» contino poco, «siano essi fatti in nome della tradizione o della rivoluzione, poiché quello che conta è l&#039;individuo». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Il rinnovamento della pittura in Italia&#039;&#039;, parte IV, «Valori Plastici», maggio-giugno 1920, p. 55&amp;lt;/ref&amp;gt; Carrà ha ormai maturato un [[individualismo]] non più volto ad assimilare rivoluzione artistica e rivoluzione sociale, ma improntato ai valori dell&#039;idealismo e alla ricerca di un «nuovo misticismo». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Misticità e ironia nella pittura contemporanea&#039;&#039;, parte IV, «Valori Plastici», luglio-agosto 1920, p. 69&amp;lt;/ref&amp;gt; Avverte il bisogno di riproporre nella sua pittura «le cose ordinarie» &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Il quadrante dello spirito&#039;&#039;, «Valori Plastici», 15 novembre 1918, p. 1&amp;lt;/ref&amp;gt; sottratte dalle contingenze; di riavvicinarsi alla natura (al mare della Liguria e della Versilia, in particolare), nella ricerca di un «ordine nuovo», di una «trascendenza plastica», di una rappresentazione del reale che ne colga il mistero. Nel [[1919]] Carrà sposa a Milano [[Ines Minoja]] dalla quale ha, nel [[1922]], un figlio. Nel novembre [[1922]] partecipa alla costituzione della Corporazione nazionale delle Arti Plastiche, nella convinzione della necessità di una valorizzazione sociale delle arti, che ritiene perseguibile attraverso strutture associative e sindacali. Nel dicembre successivo assume la carica di critico d&#039;arte sul giornale «L&#039;Ambrosiano», che mantiene per venti anni. Collabora anche alle riviste «Esprit nouveau», «Convegno», «La Fiera letteraria», «La Ronda», «Tempo» ecc. Nel [[1942]] Carrà dipinge due affreschi nel Palazzo di Giustizia di Milano (&#039;&#039;Giustiniano che libera uno schiavo e Giudizio Universale&#039;&#039;), opere che definisce di carattere sociale e che, a causa delle polemiche suscitate per l&#039;assenza di riferimenti a simboli del regime, vengono fatte ricoprire dalle autorità fasciste. Dal [[1941]] fino al [[1952]] occupa la cattedra di pittura all&#039;Accademia di Belle Arti di Brera. Nel dopoguerra, collabora come critico d&#039;arte a «Milano Sera», «Omnibus» ecc. Da sempre fecondo disegnatore, Carrà illustra, fra l&#039;altro, &#039;&#039;L&#039;Odissea&#039;&#039;, tradotta da [[Salvatore Quasimodo]], &#039;&#039;Un coup de dés&#039;&#039; di Mallarmé e &#039;&#039;L&#039;après-midi d&#039;un faune&#039;&#039;, tradotto da Ungaretti. Muore a Milano il [[13 aprile]] [[1966]].&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;td class=&quot;diff-marker&quot; data-marker=&quot;+&quot;&gt;&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;color: #202122; font-size: 88%; border-style: solid; border-width: 1px 1px 1px 4px; border-radius: 0.33em; border-color: #a3d3ff; vertical-align: top; white-space: pre-wrap;&quot;&gt;&lt;div&gt;Carrà nasce a Quargnento (Alessandria) l&#039;[[11 febbraio]] [[1881]] da Giuseppe e Giuseppina Pittolo. Nel [[1893]], ancora dodicenne, deve recarsi a lavorare a Valenza Po, dapprima come garzone muratore, successivamente in qualità di apprendista decoratore murale. Nella cittadina piemontese, così come a Milano, dove si trasferisce nel [[1895]], segue corsi serali di disegno. Coinvolto nel clima di fermento politico e sociale che caratterizza gli ultimi anni del secolo, partecipa alle dimostrazioni contro la campagna d&#039;Africa e assiste ad alcuni drammatici episodi durante i moti del [[1898]]. Nel [[1899]] va a Parigi, dove lavora come decoratore nei padiglioni allestiti per la Grande esposizione del [[1900]]. Nella capitale francese ha la possibilità di conoscere la pittura antica e moderna. Entrato in contatto con il movimento anarchico francese, incontra l&#039;ex-comunardo [[Amilcare Cipriani]] e assiste a un comizio di [[Sébastien Faure]]. Nel [[1900]] Carrà si reca a Londra per approfondire la propria cultura e pratica artistiche e per cercare un nuovo lavoro. Si lega con un gruppo di fuorusciti italiani, fra cui [[Emidio Recchioni]] e [[Alessandro Baccherini]], che si ritrovano abitualmente nella pensione gestita da [[Mario Tedeschi]]. Legge importanti opere del pensiero politico socialista e anarchico ([[Fourier]], [[Owen]], [[Saint-Simon]], [[Bakunin]] ecc.) e assume posizioni individualistico-libertarie. Alla morte di Umberto I, re d&#039;Italia, assassinato il [[29 luglio]] [[1900]] dall&#039;anarchico [[Gaetano Bresci]], Carrà, insieme con [[Mario Tedeschi|Tedeschi]] e altri anarchici, diffonde un manifesto, duramente criticato da [[Errico Malatesta]], in cui si prendono le distanze da quell&#039;atto terroristico. Dipinge, inoltre, un ritratto del re ucciso, che viene esposto nella sede londinese del Circolo monarchico italiano. Rientrato in Italia nello stesso anno, Carrà lavora dapprima a Milano, presso una fabbrica di ventagli; svolge quindi l&#039;attività di decoratore murale nel Canton Ticino e in varie città della Lombardia. A Milano Carrà frequenta la trattoria Lazzari, a Porta Tenaglia, luogo d&#039;incontro di socialisti e di anarchici. Queste relazioni, il contatto quotidiano con il mondo del lavoro, lo studio delle opere di teorici dell&#039;[[anarco-individualismo|anarchismo individualista]] e del [[marxismo]], dei testi di [[Bergson]], di [[Nietzsche]] e di [[Sorel]], rappresentano elementi che, tra il [[1901]] e il [[1904]], inducono Carrà ad «appassionar[si] ai problemi politici», a percepire «l&#039;urgenza di una risoluzione radicale dei problemi sociali». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, pp. 67-70&amp;lt;/ref&amp;gt; Si trova tra la folla durante gli scontri tra anarchici e cavalleria in occasione dei funerali di [[Angelo Galli]], il giovane anarchico ucciso dal custode della Macchi e Passoni nel maggio [[1906]]. 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Dipinge ritratti di [[Friedrich Engels]], di [[Pietro Gori]] e di [[Nietzsche]], e illustra testi di [[Paolo Valera]]. Insegna, inoltre, presso la Società Cooperativa Umanitaria, fondata a Milano dopo le barricate del [[1898]]. Nel [[1904]] ottiene la direzione artistica della Cooperativa Pittori e Imbiancatori di Milano. Nel [[1905]] vince il premio della Scuola Superiore d&#039;Arte Applicata del Castello Sforzesco, che gli consente di essere ammesso l&#039;anno seguente all&#039;Accademia di Brera, dove segue i corsi di Cesare Tallone. Entrato in contatto con [[Giuseppe Pellizza da Volpedo]], [[Gaetano Previati]], anch&#039;essi orientati politicamente in senso socialista, Carrà passa dall&#039;originario realismo ai modi del divisionismo. L&#039;ingresso all&#039;Accademia e il trasferimento di domicilio in via Brera hanno l&#039;effetto di diradare in misura sempre maggiore i rapporti di Carrà con il gruppo anarchico dell&#039;osteria Lazzari. 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Sottolinea il «divario» esistente tra l&#039;andamento «occasionale» delle sue scelte ideologiche e il procedere «istintivo» e sicuro di quelle artistiche. &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, p. 82&amp;lt;/ref&amp;gt; Tuttavia, in alcuni manifesti del [[futurismo]], di cui Carrà è coautore e autore, si avvertono consonanze con alcuni principi dell’estetica anarchica e del sindacalismo di [[Sorel]] in particolare. &#039;&#039;&#039;Con gli anarchici e con i futuristi Carrà condivide non solo una profonda avversione nei confronti dell&#039;egemonia culturale esercitata dalla borghesia, ma anche la convinzione che all&#039;arte e agli artisti spetti una funzione di primo piano nella costruzione di una società su basi completamente rinnovate, in sintonia con i progressi della scienza e della tecnica.&#039;&#039;&#039; Nella progettualità politica di [[Sorel]] Carrà intravede, inoltre, una maggiore aderenza alla problematica storica e sociale dell&#039;epoca rispetto a quella dei socialisti riformisti, quali, ad esempio, [[Eduard Bernstein]], [[Karl Kautsky]], [[Filippo Turati]], [[Leonida Bissolati]]. Queste convinzioni politiche sono, tra l&#039;altro, alla base dell&#039;amicizia che, a partire dal [[1909]], lega Carrà a [[Renzo Provinciali]] e a [[Filippo Corridoni]]. Nel [[1912]] Carrà espone a Parigi, presso la galleria Bernheim Jeune, opere, quali &#039;&#039;La Stazione di Milano&#039;&#039; ([[1909]]), &#039;&#039;L&#039;uscita dal teatro&#039;&#039; [[1909]], &#039;&#039;[[I funerali dell&#039;anarchico Galli]]&#039;&#039; ([[1910]]-[[1911]]), che traducono efficacemente i principi di un&#039;estetica volta a esaltare «le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa». &amp;lt;ref&amp;gt;Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, [[1909]]&amp;lt;/ref&amp;gt; Durante i soggiorni nella capitale francese, Carrà stringe rapporti di amicizia con artisti d&#039;avanguardia, come [[Georges Braque]], [[Pablo Picasso]] – che lo avvicinano ai principi della pittura cubista – [[Guillaume Apollinaire]], [[Gustave Kahn]], [[Amedeo Modigliani]], [[Medardo Rosso]], anch&#039;essi nella maggior parte simpatizzanti dell&#039;[[anarchismo]]. Nel [[1911]] Carrà inizia una stretta collaborazione con gli scrittori de «La Voce» (tra cui [[Ardengo Soffici]], [[Giuseppe Prezzolini]], [[Scipio Slataper]]). Collabora assiduamente al quindicinale «Lacerba», fondato nel [[1913]], diretto da [[Giovanni Papini]] e [[Ardengo Soffici]] e diventato l&#039;organo del movimento futurista. Partecipa alle «serate futuriste», dove si realizza quella percezione estetica «attiva» già propugnata da [[Proudhon]]. &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Du principe de l&#039;art et e sa destination sociale&#039;&#039; ([[1865]]), Parigi, 1939, pp. 70-71&amp;lt;/ref&amp;gt; Allo scoppio della guerra, con l&#039;amico [[Filippo Corridoni|Corridoni]], la maggior parte dei futuristi e i gruppi legati alle riviste «La Voce» e «Lacerba», Carrà condivide l&#039;adesione alla corrente interventista. Nel settembre [[1914]], insieme a [[Umberto Boccioni]] e a [[Luigi Russolo]], Carrà firma la Sintesi futurista della guerra. Con [[Umberto Boccioni|Boccioni]], [[Luigi Russolo|Russolo]] e [[Tommaso Marinetti|Marinetti]] viene arrestato per avere organizzato manifestazioni interventiste. Nel [[1915]], dipinge il collage Manifestazione interventista. Nello stesso anno pubblica il libro &#039;&#039;Guerrapittura&#039;&#039;, dove esalta il «nazionalismo futurista» e la guerra che aumenta le «possibilità creative». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, pp. 45-46&amp;lt;/ref&amp;gt; Contemporaneamente, dopo un «travaglio di coscienza», che lo induce a considerare che la lotta rivendicativa «non comporta se non una generica e superficiale dialettica di assai scarso valore storico» &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, p. 123&amp;lt;/ref&amp;gt;, Carrà abbandona definitivamente i principi del socialismo anarchico. Le convinzioni interventiste e nazionaliste lo spingono ad assumere toni di intolleranza ideologica. «Quando ci si convincerà che la gentetta socialista – che ogni giorno, ogni minuto sputa sentenze sulle libertà dei popoli – come pure quella pseudoanarchica, sono alla libertà dei popoli molto più nocive della cosiddetta &quot;borghesia sanguinaria, cinica, guerrafondaia&quot;?». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Guerrapittura&#039;&#039;, pp. 5-6&amp;lt;/ref&amp;gt; Verso la fine del [[1915]] Carrà pone fine alla sua collaborazione con i futuristi. Negli articoli &#039;&#039;Parlata su Giotto&#039;&#039; ([[31 marzo]] [[1916]]) e &#039;&#039;Paolo Uccello costruttore&#039;&#039; ([[30 settembre]] [[1916]]), pubblicati sulla nuova edizione de «La Voce», uscita nel dicembre [[1914]] e diretta da [[Giuseppe De Robertiis]], Carrà contrappone alla dottrina estetica e politica del [[futurismo]], a suo avviso ormai superata, una poetica volta a stabilire una stretta connessione tra opera pittorica e tradizione artistica italiana. Iniziatore, nel [[1916]], della pittura «metafisica», insieme con [[Giorgio de Chirico]] – che ritrova nel [[1917]] nell&#039;ospedale di Ferrara, insieme con [[Alberto Savinio]], [[Corrado Govoni]] e [[Filippo De Pisis]] – Carrà orienta la propria ricerca pittorica verso un «realismo magico», un misticismo fantastico, propugnato anche da «Valori Plastici», rivista diretta da [[Mario Broglio]], alla quale Carrà collabora dal [[1919]] al [[1921]]. A giustificazione delle sue scelte artistiche e politiche Carrà adduce l&#039;esigenza impellente di non accompagnarsi più ad alcuno, di essere solo sé stesso, di rimanere fuori dalle correnti di qualsiasi tipo, nella convinzione che «i &quot;movimenti&quot;» contino poco, «siano essi fatti in nome della tradizione o della rivoluzione, poiché quello che conta è l&#039;individuo». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Il rinnovamento della pittura in Italia&#039;&#039;, parte IV, «Valori Plastici», maggio-giugno 1920, p. 55&amp;lt;/ref&amp;gt; Carrà ha ormai maturato un [[individualismo]] non più volto ad assimilare rivoluzione artistica e rivoluzione sociale, ma improntato ai valori dell&#039;idealismo e alla ricerca di un «nuovo misticismo». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Misticità e ironia nella pittura contemporanea&#039;&#039;, parte IV, «Valori Plastici», luglio-agosto 1920, p. 69&amp;lt;/ref&amp;gt; Avverte il bisogno di riproporre nella sua pittura «le cose ordinarie» &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Il quadrante dello spirito&#039;&#039;, «Valori Plastici», 15 novembre 1918, p. 1&amp;lt;/ref&amp;gt; sottratte dalle contingenze; di riavvicinarsi alla natura (al mare della Liguria e della Versilia, in particolare), nella ricerca di un «ordine nuovo», di una «trascendenza plastica», di una rappresentazione del reale che ne colga il mistero. Nel [[1919]] Carrà sposa a Milano [[Ines Minoja]] dalla quale ha, nel [[1922]], un figlio. Nel novembre [[1922]] partecipa alla costituzione della Corporazione nazionale delle Arti Plastiche, nella convinzione della necessità di una valorizzazione sociale delle arti, che ritiene perseguibile attraverso strutture associative e sindacali. Nel dicembre successivo assume la carica di critico d&#039;arte sul giornale «L&#039;Ambrosiano», che mantiene per venti anni. Collabora anche alle riviste «Esprit nouveau», «Convegno», «La Fiera letteraria», «La Ronda», «Tempo» ecc. Nel [[1942]] Carrà dipinge due affreschi nel Palazzo di Giustizia di Milano (&#039;&#039;Giustiniano che libera uno schiavo e Giudizio Universale&#039;&#039;), opere che definisce di carattere sociale e che, a causa delle polemiche suscitate per l&#039;assenza di riferimenti a simboli del regime, vengono fatte ricoprire dalle autorità fasciste. Dal [[1941]] fino al [[1952]] occupa la cattedra di pittura all&#039;Accademia di Belle Arti di Brera. Nel dopoguerra, collabora come critico d&#039;arte a «Milano Sera», «Omnibus» ecc. Da sempre fecondo disegnatore, Carrà illustra, fra l&#039;altro, &#039;&#039;L&#039;Odissea&#039;&#039;, tradotta da [[Salvatore Quasimodo]], &#039;&#039;Un coup de dés&#039;&#039; di Mallarmé e &#039;&#039;L&#039;après-midi d&#039;un faune&#039;&#039;, tradotto da Ungaretti. Muore a Milano il [[13 aprile]] [[1966]].&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
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		<title>K2 il 12:27, 1 ago 2022</title>
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Nel [[1899]] va a Parigi, dove lavora come decoratore nei padiglioni allestiti per la Grande esposizione del [[1900]]. Nella capitale francese ha la possibilità di conoscere la pittura antica e moderna. Entrato in contatto con il movimento anarchico francese, incontra l&#039;ex-comunardo [[Amilcare Cipriani]] e assiste a un comizio di [[Sébastien Faure]]. Nel [[1900]] Carrà si reca a Londra per approfondire la propria cultura e pratica artistiche e per cercare un nuovo lavoro. Si lega con un gruppo di fuorusciti italiani, fra cui [[Emidio Recchioni]] e [[Alessandro Baccherini]], che si ritrovano abitualmente nella pensione gestita da [[Mario Tedeschi]]. Legge importanti opere del pensiero politico socialista e anarchico ([[Fourier]], [[Owen]], [[Saint-Simon]], [[Bakunin]] ecc.) e assume posizioni individualistico-libertarie. Alla morte di Umberto I, re d&#039;Italia, assassinato il [[29 luglio]] [[1900]] dall&#039;anarchico [[Gaetano Bresci]], Carrà, insieme con [[Mario Tedeschi|Tedeschi]] e altri anarchici, diffonde un manifesto, duramente criticato da [[Errico Malatesta]], in cui si prendono le distanze da quell&#039;atto terroristico. Dipinge, inoltre, un ritratto del re ucciso, che viene esposto nella sede londinese del Circolo monarchico italiano. Rientrato in Italia nello stesso anno, Carrà lavora dapprima a Milano, presso una fabbrica di ventagli; svolge quindi l&#039;attività di decoratore murale nel Canton Ticino e in varie città della Lombardia. A Milano Carrà frequenta la trattoria Lazzari, a Porta Tenaglia, luogo d&#039;incontro di socialisti e di anarchici. Queste relazioni, il contatto quotidiano con il mondo del lavoro, lo studio delle opere di teorici dell&#039;[[anarco-individualismo|anarchismo individualista]] e del [[marxismo]], dei testi di [[Bergson]], di [[Nietzsche]] e di [[Sorel]], rappresentano elementi che, tra il [[1901]] e il [[1904]], inducono Carrà ad «appassionar[si] ai problemi politici», a percepire «l&#039;urgenza di una risoluzione radicale dei problemi sociali». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, pp. 67-70&amp;lt;/ref&amp;gt; Si trova tra la folla durante gli scontri tra anarchici e cavalleria in occasione dei funerali di [[Angelo Galli]], il giovane anarchico ucciso dal custode della Macchi e Passoni nel maggio [[1906]]. Questa circostanza è all&#039;origine della trasposizione di quell&#039;evento nel quadro d&#039;impostazione futurista &#039;&#039;[[I funerali dell&#039;anarchico Galli]]&#039;&#039; ([[1906]]-[[1911]]) e della frase «noi metteremo lo spettatore al centro del quadro», che apparirà nel Manifesto tecnico della pittura futurista ([[1910]]). In quegli stessi anni Carrà esegue disegni per alcune pubblicazioni anarchiche, tra cui la &#039;&#039;[[Libreria Editrice Sociale]]&#039;&#039; fondata da [[Giuseppe Monanni]] e [[Leda Rafanelli]] al loro arrivo a Milano, le loro riviste «Sciarpa nera» e «La Rivolta» (di cui traccia l&#039;emblema), «La Barricata» di Parma e «La Rivolta» di Pistoia, delle quali compone la testata. Dipinge ritratti di [[Friedrich Engels]], di [[Pietro Gori]] e di [[Nietzsche]], e illustra testi di [[Paolo Valera]]. Insegna, inoltre, presso la Società Cooperativa Umanitaria, fondata a Milano dopo le barricate del [[1898]]. Nel [[1904]] ottiene la direzione artistica della Cooperativa Pittori e Imbiancatori di Milano. Nel [[1905]] vince il premio della Scuola Superiore d&#039;Arte Applicata del Castello Sforzesco, che gli consente di essere ammesso l&#039;anno seguente all&#039;Accademia di Brera, dove segue i corsi di Cesare Tallone. Entrato in contatto con [[Giuseppe Pellizza da Volpedo]], [[Gaetano Previati]], anch&#039;essi orientati politicamente in senso socialista, Carrà passa dall&#039;originario realismo ai modi del divisionismo. L&#039;ingresso all&#039;Accademia e il trasferimento di domicilio in via Brera hanno l&#039;effetto di diradare in misura sempre maggiore i rapporti di Carrà con il gruppo anarchico dell&#039;osteria Lazzari. Nella riconsiderazione retrospettiva della sua esistenza, Carrà svilisce il grado di rilevanza avuto dall&#039;[[anarchismo]] nella sua maturazione intellettuale e artistica. Sottolinea il «divario» esistente tra l&#039;andamento «occasionale» delle sue scelte ideologiche e il procedere «istintivo» e sicuro di quelle artistiche. &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, p. 82&amp;lt;/ref&amp;gt; Tuttavia, in alcuni manifesti del [[futurismo]], di cui Carrà è coautore e autore, si avvertono consonanze con alcuni principi dell’estetica anarchica e del sindacalismo di [[Sorel]] in particolare. &#039;&#039;&#039;Con gli anarchici e con i futuristi Carrà condivide non solo una profonda avversione nei confronti dell&#039;egemonia culturale esercitata dalla borghesia, ma anche la convinzione che all&#039;arte e agli artisti spetti una funzione di primo piano nella costruzione di una società su basi completamente rinnovate, in sintonia con i progressi della scienza e della tecnica.&#039;&#039;&#039; Nella progettualità politica di [[Sorel]] Carrà intravede, inoltre, una maggiore aderenza alla problematica storica e sociale dell&#039;epoca rispetto a quella dei socialisti riformisti, quali, ad esempio, [[Eduard Bernstein]], [[Karl Kautsky]], [[Filippo Turati]], [[Leonida Bissolati]]. Queste convinzioni politiche sono, tra l&#039;altro, alla base dell&#039;amicizia che, a partire dal [[1909]], lega Carrà a [[Renzo Provinciali]] e a [[Filippo Corridoni]]. Nel [[1912]] Carrà espone a Parigi, presso la galleria Bernheim Jeune, opere, quali &#039;&#039;La Stazione di Milano&#039;&#039; ([[1909]]), &#039;&#039;L&#039;uscita dal teatro&#039;&#039; [[1909]], &#039;&#039;[[I funerali dell&#039;anarchico Galli]]&#039;&#039; ([[1910]]-[[1911]]), che traducono efficacemente i principi di un&#039;estetica volta a esaltare «le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa». &amp;lt;ref&amp;gt;Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, [[1909]]&amp;lt;/ref&amp;gt; Durante i soggiorni nella capitale francese, Carrà stringe rapporti di amicizia con artisti d&#039;avanguardia, come [[Georges Braque]], [[Pablo Picasso]] – che lo avvicinano ai principi della pittura cubista – [[Guillaume Apollinaire]], [[Gustave Kahn]], [[Amedeo Modigliani]], [[Medardo Rosso]], anch&#039;essi nella maggior parte simpatizzanti dell&#039;[[anarchismo]]. Nel [[1911]] Carrà inizia una stretta collaborazione con gli scrittori de «La Voce» (tra cui [[Ardengo Soffici]], [[Giuseppe Prezzolini]], [[Scipio Slataper]]). Collabora assiduamente al quindicinale «Lacerba», fondato nel [[1913]], diretto da [[Giovanni Papini]] e [[Ardengo Soffici]] e diventato l&#039;organo del movimento futurista. Partecipa alle «serate futuriste», dove si realizza quella percezione estetica «attiva» già propugnata da [[Proudhon]]. &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Du principe de l&#039;art et e sa destination sociale&#039;&#039; ([[1865]]), Parigi, 1939, pp. 70-71&amp;lt;/ref&amp;gt; Allo scoppio della guerra, con l&#039;amico [[Filippo Corridoni|Corridoni]], la maggior parte dei futuristi e i gruppi legati alle riviste «La Voce» e «Lacerba», Carrà condivide l&#039;adesione alla corrente interventista. Nel settembre [[1914]], insieme a [[Umberto Boccioni]] e a [[Luigi Russolo]], Carrà firma la Sintesi futurista della guerra. Con [[Umberto Boccioni|Boccioni]], [[Luigi Russolo|Russolo]] e [[Tommaso Marinetti|Marinetti]] viene arrestato per avere organizzato manifestazioni interventiste. Nel [[1915]], dipinge il collage Manifestazione interventista. Nello stesso anno pubblica il libro &#039;&#039;Guerrapittura&#039;&#039;, dove esalta il «nazionalismo futurista» e la guerra che aumenta le «possibilità creative». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, pp. 45-46&amp;lt;/ref&amp;gt; Contemporaneamente, dopo un «travaglio di coscienza», che lo induce a considerare che la lotta rivendicativa «non comporta se non una generica e superficiale dialettica di assai scarso valore storico» &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, p. 123&amp;lt;/ref&amp;gt;, Carrà abbandona definitivamente i principi del socialismo anarchico. Le convinzioni interventiste e nazionaliste lo spingono ad assumere toni di intolleranza ideologica. «Quando ci si convincerà che la gentetta socialista – che ogni giorno, ogni minuto sputa sentenze sulle libertà dei popoli – come pure quella pseudoanarchica, sono alla libertà dei popoli molto più nocive della cosiddetta &quot;borghesia sanguinaria, cinica, guerrafondaia&quot;?». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Guerrapittura&#039;&#039;, pp. 5-6&amp;lt;/ref&amp;gt; Verso la fine del [[1915]] Carrà pone fine alla sua collaborazione con i futuristi. Negli articoli &#039;&#039;Parlata su Giotto&#039;&#039; ([[31 marzo]] [[1916]]) e &#039;&#039;Paolo Uccello costruttore&#039;&#039; ([[30 settembre]] [[1916]]), pubblicati sulla nuova edizione de «La Voce», uscita nel dicembre [[1914]] e diretta da [[Giuseppe De Robertiis]], Carrà contrappone alla dottrina estetica e politica del [[futurismo]], a suo avviso ormai superata, una poetica volta a stabilire una stretta connessione tra opera pittorica e tradizione artistica italiana. Iniziatore, nel [[1916]], della pittura «metafisica», insieme con [[Giorgio de Chirico]] – che ritrova nel [[1917]] nell&#039;ospedale di Ferrara, insieme con [[Alberto Savinio]], [[Corrado Govoni]] e [[Filippo De Pisis]] – Carrà orienta la propria ricerca pittorica verso un «realismo magico», un misticismo fantastico, propugnato anche da «Valori Plastici», rivista diretta da [[Mario Broglio]], alla quale Carrà collabora dal [[1919]] al [[1921]]. A giustificazione delle sue scelte artistiche e politiche Carrà adduce l&#039;esigenza impellente di non accompagnarsi più ad alcuno, di essere solo sé stesso, di rimanere fuori dalle correnti di qualsiasi tipo, nella convinzione che «i &quot;movimenti&quot;» contino poco, «siano essi fatti in nome della tradizione o della rivoluzione, poiché quello che conta è l&#039;individuo». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Il rinnovamento della pittura in Italia&#039;&#039;, parte IV, «Valori Plastici», maggio-giugno 1920, p. 55&amp;lt;/ref&amp;gt; Carrà ha ormai maturato un [[individualismo]] non più volto ad assimilare rivoluzione artistica e rivoluzione sociale, ma improntato ai valori dell&#039;idealismo e alla ricerca di un «nuovo misticismo». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Misticità e ironia nella pittura contemporanea&#039;&#039;, parte IV, «Valori Plastici», luglio-agosto 1920, p. 69&amp;lt;/ref&amp;gt; Avverte il bisogno di riproporre nella sua pittura «le cose ordinarie» &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Il quadrante dello spirito&#039;&#039;, «Valori Plastici», 15 novembre 1918, p. 1&amp;lt;/ref&amp;gt; sottratte dalle contingenze; di riavvicinarsi alla natura (al mare della Liguria e della Versilia, in particolare), nella ricerca di un «ordine nuovo», di una «trascendenza plastica», di una rappresentazione del reale che ne colga il mistero. Nel [[1919]] Carrà sposa a Milano [[Ines Minoja]] dalla quale ha, nel [[1922]], un figlio. Nel novembre [[1922]] partecipa alla costituzione della Corporazione nazionale delle Arti Plastiche, nella convinzione della necessità di una valorizzazione sociale delle arti, che ritiene perseguibile attraverso strutture associative e sindacali. Nel dicembre successivo assume la carica di critico d&#039;arte sul giornale «L&#039;Ambrosiano», che mantiene per venti anni. Collabora anche alle riviste «Esprit nouveau», «Convegno», «La Fiera letteraria», «La Ronda», «Tempo» ecc. Nel [[1942]] Carrà dipinge due affreschi nel Palazzo di Giustizia di Milano (&#039;&#039;Giustiniano che libera uno schiavo e Giudizio Universale&#039;&#039;), opere che definisce di carattere sociale e che, a causa delle polemiche suscitate per l&#039;assenza di riferimenti a simboli del regime, vengono fatte ricoprire dalle autorità fasciste. Dal [[1941]] fino al [[1952]] occupa la cattedra di pittura all&#039;Accademia di Belle Arti di Brera. Nel dopoguerra, collabora come critico d&#039;arte a «Milano Sera», «Omnibus» ecc. Da sempre fecondo disegnatore, Carrà illustra, fra l&#039;altro, &#039;&#039;L&#039;Odissea&#039;&#039;, tradotta da [[Salvatore Quasimodo]], &#039;&#039;Un coup de dés&#039;&#039; di Mallarmé e &#039;&#039;L&#039;après-midi d&#039;un faune&#039;&#039;, tradotto da Ungaretti. Muore a Milano il [[13 aprile]] [[1966]].&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;td class=&quot;diff-marker&quot; data-marker=&quot;+&quot;&gt;&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;color: #202122; font-size: 88%; border-style: solid; border-width: 1px 1px 1px 4px; border-radius: 0.33em; border-color: #a3d3ff; vertical-align: top; white-space: pre-wrap;&quot;&gt;&lt;div&gt;&lt;ins style=&quot;font-weight: bold; text-decoration: none;&quot;&gt;[[File:C Carra.jpg|miniatura|left|Carlo Carrà]]&lt;/ins&gt;&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;&lt;td colspan=&quot;2&quot; class=&quot;diff-side-deleted&quot;&gt;&lt;/td&gt;&lt;td class=&quot;diff-marker&quot; data-marker=&quot;+&quot;&gt;&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;color: #202122; font-size: 88%; border-style: solid; border-width: 1px 1px 1px 4px; border-radius: 0.33em; border-color: #a3d3ff; vertical-align: top; white-space: pre-wrap;&quot;&gt;&lt;div&gt;Carrà nasce a Quargnento (Alessandria) l&#039;[[11 febbraio]] [[1881]] da Giuseppe e Giuseppina Pittolo. Nel [[1893]], ancora dodicenne, deve recarsi a lavorare a Valenza Po, dapprima come garzone muratore, successivamente in qualità di apprendista decoratore murale. Nella cittadina piemontese, così come a Milano, dove si trasferisce nel [[1895]], segue corsi serali di disegno. Coinvolto nel clima di fermento politico e sociale che caratterizza gli ultimi anni del secolo, partecipa alle dimostrazioni contro la campagna d&#039;Africa e assiste ad alcuni drammatici episodi durante i moti del [[1898]]. Nel [[1899]] va a Parigi, dove lavora come decoratore nei padiglioni allestiti per la Grande esposizione del [[1900]]. Nella capitale francese ha la possibilità di conoscere la pittura antica e moderna. Entrato in contatto con il movimento anarchico francese, incontra l&#039;ex-comunardo [[Amilcare Cipriani]] e assiste a un comizio di [[Sébastien Faure]]. Nel [[1900]] Carrà si reca a Londra per approfondire la propria cultura e pratica artistiche e per cercare un nuovo lavoro. Si lega con un gruppo di fuorusciti italiani, fra cui [[Emidio Recchioni]] e [[Alessandro Baccherini]], che si ritrovano abitualmente nella pensione gestita da [[Mario Tedeschi]]. Legge importanti opere del pensiero politico socialista e anarchico ([[Fourier]], [[Owen]], [[Saint-Simon]], [[Bakunin]] ecc.) e assume posizioni individualistico-libertarie. Alla morte di Umberto I, re d&#039;Italia, assassinato il [[29 luglio]] [[1900]] dall&#039;anarchico [[Gaetano Bresci]], Carrà, insieme con [[Mario Tedeschi|Tedeschi]] e altri anarchici, diffonde un manifesto, duramente criticato da [[Errico Malatesta]], in cui si prendono le distanze da quell&#039;atto terroristico. Dipinge, inoltre, un ritratto del re ucciso, che viene esposto nella sede londinese del Circolo monarchico italiano. Rientrato in Italia nello stesso anno, Carrà lavora dapprima a Milano, presso una fabbrica di ventagli; svolge quindi l&#039;attività di decoratore murale nel Canton Ticino e in varie città della Lombardia. A Milano Carrà frequenta la trattoria Lazzari, a Porta Tenaglia, luogo d&#039;incontro di socialisti e di anarchici. Queste relazioni, il contatto quotidiano con il mondo del lavoro, lo studio delle opere di teorici dell&#039;[[anarco-individualismo|anarchismo individualista]] e del [[marxismo]], dei testi di [[Bergson]], di [[Nietzsche]] e di [[Sorel]], rappresentano elementi che, tra il [[1901]] e il [[1904]], inducono Carrà ad «appassionar[si] ai problemi politici», a percepire «l&#039;urgenza di una risoluzione radicale dei problemi sociali». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, pp. 67-70&amp;lt;/ref&amp;gt; Si trova tra la folla durante gli scontri tra anarchici e cavalleria in occasione dei funerali di [[Angelo Galli]], il giovane anarchico ucciso dal custode della Macchi e Passoni nel maggio [[1906]]. &lt;ins style=&quot;font-weight: bold; text-decoration: none;&quot;&gt;[[File:Funerali Galli.webp|miniatura|&#039;&#039;I funerali dell&#039;anarchico Galli&#039;&#039; ([[1906]]-[[1911]]).]] &lt;/ins&gt;Questa circostanza è all&#039;origine della trasposizione di quell&#039;evento nel quadro d&#039;impostazione futurista &#039;&#039;[[I funerali dell&#039;anarchico Galli]]&#039;&#039; ([[1906]]-[[1911]]) e della frase «noi metteremo lo spettatore al centro del quadro», che apparirà nel Manifesto tecnico della pittura futurista ([[1910]]). In quegli stessi anni Carrà esegue disegni per alcune pubblicazioni anarchiche, tra cui la &#039;&#039;[[Libreria Editrice Sociale]]&#039;&#039; fondata da [[Giuseppe Monanni]] e [[Leda Rafanelli]] al loro arrivo a Milano, le loro riviste «Sciarpa nera» e «La Rivolta» (di cui traccia l&#039;emblema), «La Barricata» di Parma e «La Rivolta» di Pistoia, delle quali compone la testata. Dipinge ritratti di [[Friedrich Engels]], di [[Pietro Gori]] e di [[Nietzsche]], e illustra testi di [[Paolo Valera]]. Insegna, inoltre, presso la Società Cooperativa Umanitaria, fondata a Milano dopo le barricate del [[1898]]. Nel [[1904]] ottiene la direzione artistica della Cooperativa Pittori e Imbiancatori di Milano. Nel [[1905]] vince il premio della Scuola Superiore d&#039;Arte Applicata del Castello Sforzesco, che gli consente di essere ammesso l&#039;anno seguente all&#039;Accademia di Brera, dove segue i corsi di Cesare Tallone. Entrato in contatto con [[Giuseppe Pellizza da Volpedo]], [[Gaetano Previati]], anch&#039;essi orientati politicamente in senso socialista, Carrà passa dall&#039;originario realismo ai modi del divisionismo. L&#039;ingresso all&#039;Accademia e il trasferimento di domicilio in via Brera hanno l&#039;effetto di diradare in misura sempre maggiore i rapporti di Carrà con il gruppo anarchico dell&#039;osteria Lazzari. Nella riconsiderazione retrospettiva della sua esistenza, Carrà svilisce il grado di rilevanza avuto dall&#039;[[anarchismo]] nella sua maturazione intellettuale e artistica. Sottolinea il «divario» esistente tra l&#039;andamento «occasionale» delle sue scelte ideologiche e il procedere «istintivo» e sicuro di quelle artistiche. &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, p. 82&amp;lt;/ref&amp;gt; Tuttavia, in alcuni manifesti del [[futurismo]], di cui Carrà è coautore e autore, si avvertono consonanze con alcuni principi dell’estetica anarchica e del sindacalismo di [[Sorel]] in particolare. &#039;&#039;&#039;Con gli anarchici e con i futuristi Carrà condivide non solo una profonda avversione nei confronti dell&#039;egemonia culturale esercitata dalla borghesia, ma anche la convinzione che all&#039;arte e agli artisti spetti una funzione di primo piano nella costruzione di una società su basi completamente rinnovate, in sintonia con i progressi della scienza e della tecnica.&#039;&#039;&#039; Nella progettualità politica di [[Sorel]] Carrà intravede, inoltre, una maggiore aderenza alla problematica storica e sociale dell&#039;epoca rispetto a quella dei socialisti riformisti, quali, ad esempio, [[Eduard Bernstein]], [[Karl Kautsky]], [[Filippo Turati]], [[Leonida Bissolati]]. Queste convinzioni politiche sono, tra l&#039;altro, alla base dell&#039;amicizia che, a partire dal [[1909]], lega Carrà a [[Renzo Provinciali]] e a [[Filippo Corridoni]]. Nel [[1912]] Carrà espone a Parigi, presso la galleria Bernheim Jeune, opere, quali &#039;&#039;La Stazione di Milano&#039;&#039; ([[1909]]), &#039;&#039;L&#039;uscita dal teatro&#039;&#039; [[1909]], &#039;&#039;[[I funerali dell&#039;anarchico Galli]]&#039;&#039; ([[1910]]-[[1911]]), che traducono efficacemente i principi di un&#039;estetica volta a esaltare «le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa». &amp;lt;ref&amp;gt;Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, [[1909]]&amp;lt;/ref&amp;gt; Durante i soggiorni nella capitale francese, Carrà stringe rapporti di amicizia con artisti d&#039;avanguardia, come [[Georges Braque]], [[Pablo Picasso]] – che lo avvicinano ai principi della pittura cubista – [[Guillaume Apollinaire]], [[Gustave Kahn]], [[Amedeo Modigliani]], [[Medardo Rosso]], anch&#039;essi nella maggior parte simpatizzanti dell&#039;[[anarchismo]]. Nel [[1911]] Carrà inizia una stretta collaborazione con gli scrittori de «La Voce» (tra cui [[Ardengo Soffici]], [[Giuseppe Prezzolini]], [[Scipio Slataper]]). Collabora assiduamente al quindicinale «Lacerba», fondato nel [[1913]], diretto da [[Giovanni Papini]] e [[Ardengo Soffici]] e diventato l&#039;organo del movimento futurista. Partecipa alle «serate futuriste», dove si realizza quella percezione estetica «attiva» già propugnata da [[Proudhon]]. &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Du principe de l&#039;art et e sa destination sociale&#039;&#039; ([[1865]]), Parigi, 1939, pp. 70-71&amp;lt;/ref&amp;gt; Allo scoppio della guerra, con l&#039;amico [[Filippo Corridoni|Corridoni]], la maggior parte dei futuristi e i gruppi legati alle riviste «La Voce» e «Lacerba», Carrà condivide l&#039;adesione alla corrente interventista. Nel settembre [[1914]], insieme a [[Umberto Boccioni]] e a [[Luigi Russolo]], Carrà firma la Sintesi futurista della guerra. Con [[Umberto Boccioni|Boccioni]], [[Luigi Russolo|Russolo]] e [[Tommaso Marinetti|Marinetti]] viene arrestato per avere organizzato manifestazioni interventiste. Nel [[1915]], dipinge il collage Manifestazione interventista. Nello stesso anno pubblica il libro &#039;&#039;Guerrapittura&#039;&#039;, dove esalta il «nazionalismo futurista» e la guerra che aumenta le «possibilità creative». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, pp. 45-46&amp;lt;/ref&amp;gt; Contemporaneamente, dopo un «travaglio di coscienza», che lo induce a considerare che la lotta rivendicativa «non comporta se non una generica e superficiale dialettica di assai scarso valore storico» &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, p. 123&amp;lt;/ref&amp;gt;, Carrà abbandona definitivamente i principi del socialismo anarchico. Le convinzioni interventiste e nazionaliste lo spingono ad assumere toni di intolleranza ideologica. «Quando ci si convincerà che la gentetta socialista – che ogni giorno, ogni minuto sputa sentenze sulle libertà dei popoli – come pure quella pseudoanarchica, sono alla libertà dei popoli molto più nocive della cosiddetta &quot;borghesia sanguinaria, cinica, guerrafondaia&quot;?». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Guerrapittura&#039;&#039;, pp. 5-6&amp;lt;/ref&amp;gt; Verso la fine del [[1915]] Carrà pone fine alla sua collaborazione con i futuristi. Negli articoli &#039;&#039;Parlata su Giotto&#039;&#039; ([[31 marzo]] [[1916]]) e &#039;&#039;Paolo Uccello costruttore&#039;&#039; ([[30 settembre]] [[1916]]), pubblicati sulla nuova edizione de «La Voce», uscita nel dicembre [[1914]] e diretta da [[Giuseppe De Robertiis]], Carrà contrappone alla dottrina estetica e politica del [[futurismo]], a suo avviso ormai superata, una poetica volta a stabilire una stretta connessione tra opera pittorica e tradizione artistica italiana. Iniziatore, nel [[1916]], della pittura «metafisica», insieme con [[Giorgio de Chirico]] – che ritrova nel [[1917]] nell&#039;ospedale di Ferrara, insieme con [[Alberto Savinio]], [[Corrado Govoni]] e [[Filippo De Pisis]] – Carrà orienta la propria ricerca pittorica verso un «realismo magico», un misticismo fantastico, propugnato anche da «Valori Plastici», rivista diretta da [[Mario Broglio]], alla quale Carrà collabora dal [[1919]] al [[1921]]. A giustificazione delle sue scelte artistiche e politiche Carrà adduce l&#039;esigenza impellente di non accompagnarsi più ad alcuno, di essere solo sé stesso, di rimanere fuori dalle correnti di qualsiasi tipo, nella convinzione che «i &quot;movimenti&quot;» contino poco, «siano essi fatti in nome della tradizione o della rivoluzione, poiché quello che conta è l&#039;individuo». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Il rinnovamento della pittura in Italia&#039;&#039;, parte IV, «Valori Plastici», maggio-giugno 1920, p. 55&amp;lt;/ref&amp;gt; Carrà ha ormai maturato un [[individualismo]] non più volto ad assimilare rivoluzione artistica e rivoluzione sociale, ma improntato ai valori dell&#039;idealismo e alla ricerca di un «nuovo misticismo». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Misticità e ironia nella pittura contemporanea&#039;&#039;, parte IV, «Valori Plastici», luglio-agosto 1920, p. 69&amp;lt;/ref&amp;gt; Avverte il bisogno di riproporre nella sua pittura «le cose ordinarie» &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Il quadrante dello spirito&#039;&#039;, «Valori Plastici», 15 novembre 1918, p. 1&amp;lt;/ref&amp;gt; sottratte dalle contingenze; di riavvicinarsi alla natura (al mare della Liguria e della Versilia, in particolare), nella ricerca di un «ordine nuovo», di una «trascendenza plastica», di una rappresentazione del reale che ne colga il mistero. Nel [[1919]] Carrà sposa a Milano [[Ines Minoja]] dalla quale ha, nel [[1922]], un figlio. Nel novembre [[1922]] partecipa alla costituzione della Corporazione nazionale delle Arti Plastiche, nella convinzione della necessità di una valorizzazione sociale delle arti, che ritiene perseguibile attraverso strutture associative e sindacali. Nel dicembre successivo assume la carica di critico d&#039;arte sul giornale «L&#039;Ambrosiano», che mantiene per venti anni. Collabora anche alle riviste «Esprit nouveau», «Convegno», «La Fiera letteraria», «La Ronda», «Tempo» ecc. Nel [[1942]] Carrà dipinge due affreschi nel Palazzo di Giustizia di Milano (&#039;&#039;Giustiniano che libera uno schiavo e Giudizio Universale&#039;&#039;), opere che definisce di carattere sociale e che, a causa delle polemiche suscitate per l&#039;assenza di riferimenti a simboli del regime, vengono fatte ricoprire dalle autorità fasciste. Dal [[1941]] fino al [[1952]] occupa la cattedra di pittura all&#039;Accademia di Belle Arti di Brera. Nel dopoguerra, collabora come critico d&#039;arte a «Milano Sera», «Omnibus» ecc. Da sempre fecondo disegnatore, Carrà illustra, fra l&#039;altro, &#039;&#039;L&#039;Odissea&#039;&#039;, tradotta da [[Salvatore Quasimodo]], &#039;&#039;Un coup de dés&#039;&#039; di Mallarmé e &#039;&#039;L&#039;après-midi d&#039;un faune&#039;&#039;, tradotto da Ungaretti. Muore a Milano il [[13 aprile]] [[1966]].&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
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		<title>K2: /* Biografia Fonte: E. Civolani, Carlo Dalmazzo Carrà], in Dizionario biografico degli anarchici italiani, Tomo I, Pisa, BFS, 2003, pp. 328-330 */</title>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;autocomment&quot;&gt;Biografia Fonte: E. Civolani, Carlo Dalmazzo Carrà], in Dizionario biografico degli anarchici italiani, Tomo I, Pisa, BFS, 2003, pp. 328-330&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
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Nel [[1899]] va a Parigi, dove lavora come decoratore nei padiglioni allestiti per la Grande esposizione del [[1900]]. Nella capitale francese ha la possibilità di conoscere la pittura antica e moderna. Entrato in contatto con il movimento anarchico francese, incontra l&amp;#039;ex-comunardo [[Amilcare Cipriani]] e assiste a un comizio di [[Sébastien Faure]]. Nel [[1900]] Carrà si reca a Londra per approfondire la propria cultura e pratica artistiche e per cercare un nuovo lavoro. Si lega con un gruppo di fuorusciti italiani, fra cui [[Emidio Recchioni]] e [[Alessandro Baccherini]], che si ritrovano abitualmente nella pensione gestita da [[Mario Tedeschi]]. Legge importanti opere del pensiero politico socialista e anarchico ([[Fourier]], [[Owen]], [[Saint-Simon]], [[Bakunin]] ecc.) e assume posizioni individualistico-libertarie. Alla morte di Umberto I, re d&amp;#039;Italia, assassinato il [[29 luglio]] [[1900]] dall&amp;#039;anarchico [[Gaetano Bresci]], Carrà, insieme con [[Mario Tedeschi|Tedeschi]] e altri anarchici, diffonde un manifesto, duramente criticato da [[Errico Malatesta]], in cui si prendono le distanze da quell&amp;#039;atto terroristico. Dipinge, inoltre, un ritratto del re ucciso, che viene esposto nella sede londinese del Circolo monarchico italiano. Rientrato in Italia nello stesso anno, Carrà lavora dapprima a Milano, presso una fabbrica di ventagli; svolge quindi l&amp;#039;attività di decoratore murale nel Canton Ticino e in varie città della Lombardia. A Milano Carrà frequenta la trattoria Lazzari, a Porta Tenaglia, luogo d&amp;#039;incontro di socialisti e di anarchici. Queste relazioni, il contatto quotidiano con il mondo del lavoro, lo studio delle opere di teorici dell&amp;#039;[[anarco-individualismo|anarchismo individualista]] e del [[marxismo]], dei testi di [[Bergson]], di [[Nietzsche]] e di [[Sorel]], rappresentano elementi che, tra il [[1901]] e il [[1904]], inducono Carrà ad «appassionar[si] ai problemi politici», a percepire «l&amp;#039;urgenza di una risoluzione radicale dei problemi sociali». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, pp. 67-70&amp;lt;/ref&amp;gt; Si trova tra la folla durante gli scontri tra anarchici e cavalleria in occasione dei funerali di [[Angelo Galli]], il giovane anarchico ucciso dal custode della Macchi e Passoni nel maggio [[1906]]. Questa circostanza è all&amp;#039;origine della trasposizione di quell&amp;#039;evento nel quadro d&amp;#039;impostazione futurista &amp;#039;&amp;#039;[[I funerali dell&amp;#039;anarchico Galli]]&amp;#039;&amp;#039; ([[1906]]-[[1911]]) e della frase «noi metteremo lo spettatore al centro del quadro», che apparirà nel Manifesto tecnico della pittura futurista ([[1910]]). In quegli stessi anni Carrà esegue disegni per alcune pubblicazioni anarchiche, tra cui la &amp;#039;&amp;#039;[[Libreria Editrice Sociale]]&amp;#039;&amp;#039; fondata da [[Giuseppe Monanni]] e [[Leda Rafanelli]] al loro arrivo a Milano, le loro riviste «Sciarpa nera» e «La Rivolta» (di cui traccia l&amp;#039;emblema), «La Barricata» di Parma e «La Rivolta» di Pistoia, delle quali compone la testata. Dipinge ritratti di [[Friedrich Engels]], di [[Pietro Gori]] e di [[Nietzsche]], e illustra testi di [[Paolo Valera]]. Insegna, inoltre, presso la Società Cooperativa Umanitaria, fondata a Milano dopo le barricate del [[1898]]. Nel [[1904]] ottiene la direzione artistica della Cooperativa Pittori e Imbiancatori di Milano. Nel [[1905]] vince il premio della Scuola Superiore d&amp;#039;Arte Applicata del Castello Sforzesco, che gli consente di essere ammesso l&amp;#039;anno seguente all&amp;#039;Accademia di Brera, dove segue i corsi di Cesare Tallone. Entrato in contatto con [[Giuseppe Pellizza da Volpedo]], [[Gaetano Previati]], anch&amp;#039;essi orientati politicamente in senso socialista, Carrà passa dall&amp;#039;originario realismo ai modi del divisionismo. L&amp;#039;ingresso all&amp;#039;Accademia e il trasferimento di domicilio in via Brera hanno l&amp;#039;effetto di diradare in misura sempre maggiore i rapporti di Carrà con il gruppo anarchico dell&amp;#039;osteria Lazzari. Nella riconsiderazione retrospettiva della sua esistenza, Carrà svilisce il grado di rilevanza avuto dall&amp;#039;[[anarchismo]] nella sua maturazione intellettuale e artistica. Sottolinea il «divario» esistente tra l&amp;#039;andamento «occasionale» delle sue scelte ideologiche e il procedere «istintivo» e sicuro di quelle artistiche. &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, p. 82&amp;lt;/ref&amp;gt; Tuttavia, in alcuni manifesti del [[futurismo]], di cui Carrà è coautore e autore, si avvertono consonanze con alcuni principi dell’estetica anarchica e del sindacalismo di [[Sorel]] in particolare. &amp;#039;&amp;#039;&amp;#039;Con gli anarchici e con i futuristi Carrà condivide non solo una profonda avversione nei confronti dell&amp;#039;egemonia culturale esercitata dalla borghesia, ma anche la convinzione che all&amp;#039;arte e agli artisti spetti una funzione di primo piano nella costruzione di una società su basi completamente rinnovate, in sintonia con i progressi della scienza e della tecnica.&amp;#039;&amp;#039;&amp;#039; Nella progettualità politica di [[Sorel]] Carrà intravede, inoltre, una maggiore aderenza alla problematica storica e sociale dell&amp;#039;epoca rispetto a quella dei socialisti riformisti, quali, ad esempio, [[Eduard Bernstein]], [[Karl Kautsky]], [[Filippo Turati]], [[Leonida Bissolati]]. Queste convinzioni politiche sono, tra l&amp;#039;altro, alla base dell&amp;#039;amicizia che, a partire dal [[1909]], lega Carrà a [[Renzo Provinciali]] e a [[Filippo Corridoni]]. Nel [[1912]] Carrà espone a Parigi, presso la galleria Bernheim Jeune, opere, quali &amp;#039;&amp;#039;La Stazione di Milano&amp;#039;&amp;#039; ([[1909]]), &amp;#039;&amp;#039;L&amp;#039;uscita dal teatro&amp;#039;&amp;#039; [[1909]], &amp;#039;&amp;#039;[[I funerali dell&amp;#039;anarchico Galli]]&amp;#039;&amp;#039; ([[1910]]-[[1911]]), che traducono efficacemente i principi di un&amp;#039;estetica volta a esaltare «le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa». &amp;lt;ref&amp;gt;Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, [[1909]]&amp;lt;/ref&amp;gt; Durante i soggiorni nella capitale francese, Carrà stringe rapporti di amicizia con artisti d&amp;#039;avanguardia, come [[Georges Braque]], [[Pablo Picasso]] – che lo avvicinano ai principi della pittura cubista – [[Guillaume Apollinaire]], [[Gustave Kahn]], [[Amedeo Modigliani]], [[Medardo Rosso]], anch&amp;#039;essi nella maggior parte simpatizzanti dell&amp;#039;[[anarchismo]]. Nel [[1911]] Carrà inizia una stretta collaborazione con gli scrittori de «La Voce» (tra cui [[Ardengo Soffici]], [[Giuseppe Prezzolini]], [[Scipio Slataper]]). Collabora assiduamente al quindicinale «Lacerba», fondato nel [[1913]], diretto da [[Giovanni Papini]] e [[Ardengo Soffici]] e diventato l&amp;#039;organo del movimento futurista. Partecipa alle «serate futuriste», dove si realizza quella percezione estetica «attiva» già propugnata da [[Proudhon]]. &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Du principe de l&amp;#039;art et e sa destination sociale&amp;#039;&amp;#039; ([[1865]]), Parigi, 1939, pp. 70-71&amp;lt;/ref&amp;gt; Allo scoppio della guerra, con l&amp;#039;amico [[Filippo Corridoni|Corridoni]], la maggior parte dei futuristi e i gruppi legati alle riviste «La Voce» e «Lacerba», Carrà condivide l&amp;#039;adesione alla corrente interventista. Nel settembre [[1914]], insieme a [[Umberto Boccioni]] e a [[Luigi Russolo]], Carrà firma la Sintesi futurista della guerra. Con [[Umberto Boccioni|Boccioni]], [[Luigi Russolo|Russolo]] e [[Tommaso Marinetti|Marinetti]] viene arrestato per avere organizzato manifestazioni interventiste. Nel [[1915]], dipinge il collage Manifestazione interventista. Nello stesso anno pubblica il libro &amp;#039;&amp;#039;Guerrapittura&amp;#039;&amp;#039;, dove esalta il «nazionalismo futurista» e la guerra che aumenta le «possibilità creative». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, pp. 45-46&amp;lt;/ref&amp;gt; Contemporaneamente, dopo un «travaglio di coscienza», che lo induce a considerare che la lotta rivendicativa «non comporta se non una generica e superficiale dialettica di assai scarso valore storico» &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, p. 123&amp;lt;/ref&amp;gt;, Carrà abbandona definitivamente i principi del socialismo anarchico. Le convinzioni interventiste e nazionaliste lo spingono ad assumere toni di intolleranza ideologica. «Quando ci si convincerà che la gentetta socialista – che ogni giorno, ogni minuto sputa sentenze sulle libertà dei popoli – come pure quella pseudoanarchica, sono alla libertà dei popoli molto più nocive della cosiddetta &amp;quot;borghesia sanguinaria, cinica, guerrafondaia&amp;quot;?». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Guerrapittura&amp;#039;&amp;#039;, pp. 5-6&amp;lt;/ref&amp;gt; Verso la fine del [[1915]] Carrà pone fine alla sua collaborazione con i futuristi. Negli articoli &amp;#039;&amp;#039;Parlata su Giotto&amp;#039;&amp;#039; ([[31 marzo]] [[1916]]) e &amp;#039;&amp;#039;Paolo Uccello costruttore&amp;#039;&amp;#039; ([[30 settembre]] [[1916]]), pubblicati sulla nuova edizione de «La Voce», uscita nel dicembre [[1914]] e diretta da [[Giuseppe De Robertiis]], Carrà contrappone alla dottrina estetica e politica del [[futurismo]], a suo avviso ormai superata, una poetica volta a stabilire una stretta connessione tra opera pittorica e tradizione artistica italiana. Iniziatore, nel [[1916]], della pittura «metafisica», insieme con [[Giorgio de Chirico]] – che ritrova nel [[1917]] nell&amp;#039;ospedale di Ferrara, insieme con [[Alberto Savinio]], [[Corrado Govoni]] e [[Filippo De Pisis]] – Carrà orienta la propria ricerca pittorica verso un «realismo magico», un misticismo fantastico, propugnato anche da «Valori Plastici», rivista diretta da [[Mario Broglio]], alla quale Carrà collabora dal [[1919]] al [[1921]]. A giustificazione delle sue scelte artistiche e politiche Carrà adduce l&amp;#039;esigenza impellente di non accompagnarsi più ad alcuno, di essere solo sé stesso, di rimanere fuori dalle correnti di qualsiasi tipo, nella convinzione che «i &amp;quot;movimenti&amp;quot;» contino poco, «siano essi fatti in nome della tradizione o della rivoluzione, poiché quello che conta è l&amp;#039;individuo». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Il rinnovamento della pittura in Italia&amp;#039;&amp;#039;, parte IV, «Valori Plastici», maggio-giugno 1920, p. 55&amp;lt;/ref&amp;gt; Carrà ha ormai maturato un [[individualismo]] non più volto ad assimilare rivoluzione artistica e rivoluzione sociale, ma improntato ai valori dell&amp;#039;idealismo e alla ricerca di un «nuovo misticismo». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Misticità e ironia nella pittura contemporanea&amp;#039;&amp;#039;, parte IV, «Valori Plastici», luglio-agosto 1920, p. 69&amp;lt;/ref&amp;gt; Avverte il bisogno di riproporre nella sua pittura «le cose ordinarie» &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Il quadrante dello spirito&amp;#039;&amp;#039;, «Valori Plastici», 15 novembre 1918, p. 1&amp;lt;/ref&amp;gt; sottratte dalle contingenze; di riavvicinarsi alla natura (al mare della Liguria e della Versilia, in particolare), nella ricerca di un «ordine nuovo», di una «trascendenza plastica», di una rappresentazione del reale che ne colga il mistero. Nel [[1919]] Carrà sposa a Milano [[Ines Minoja]] dalla quale ha, nel [[1922]], un figlio. Nel novembre [[1922]] partecipa alla costituzione della Corporazione nazionale delle Arti Plastiche, nella convinzione della necessità di una valorizzazione sociale delle arti, che ritiene perseguibile attraverso strutture associative e sindacali. Nel dicembre successivo assume la carica di critico d&amp;#039;arte sul giornale «L&amp;#039;Ambrosiano», che mantiene per venti anni. Collabora anche alle riviste «Esprit nouveau», «Convegno», «La Fiera letteraria», «La Ronda», «Tempo» ecc. Nel [[1942]] Carrà dipinge due affreschi nel Palazzo di Giustizia di Milano (&amp;#039;&amp;#039;Giustiniano che libera uno schiavo e Giudizio Universale&amp;#039;&amp;#039;), opere che definisce di carattere sociale e che, a causa delle polemiche suscitate per l&amp;#039;assenza di riferimenti a simboli del regime, vengono fatte ricoprire dalle autorità fasciste. Dal [[1941]] fino al [[1952]] occupa la cattedra di pittura all&amp;#039;Accademia di Belle Arti di Brera. Nel dopoguerra, collabora come critico d&amp;#039;arte a «Milano Sera», «Omnibus» ecc. Da sempre fecondo disegnatore, Carrà illustra, fra l&amp;#039;altro, &amp;#039;&amp;#039;L&amp;#039;Odissea&amp;#039;&amp;#039;, tradotta da [[Salvatore Quasimodo]], &amp;#039;&amp;#039;Un coup de dés&amp;#039;&amp;#039; di Mallarmé e &amp;#039;&amp;#039;L&amp;#039;après-midi d&amp;#039;un faune&amp;#039;&amp;#039;, tradotto da Ungaretti. Muore a Milano il [[13 aprile]] [[1966]].&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;td class=&quot;diff-marker&quot;&gt;&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;background-color: #f8f9fa; color: #202122; font-size: 88%; border-style: solid; border-width: 1px 1px 1px 4px; border-radius: 0.33em; border-color: #eaecf0; vertical-align: top; white-space: pre-wrap;&quot;&gt;&lt;div&gt;Carrà nasce a Quargnento (Alessandria) l&amp;#039;[[11 febbraio]] [[1881]] da Giuseppe e Giuseppina Pittolo. Nel [[1893]], ancora dodicenne, deve recarsi a lavorare a Valenza Po, dapprima come garzone muratore, successivamente in qualità di apprendista decoratore murale. Nella cittadina piemontese, così come a Milano, dove si trasferisce nel [[1895]], segue corsi serali di disegno. Coinvolto nel clima di fermento politico e sociale che caratterizza gli ultimi anni del secolo, partecipa alle dimostrazioni contro la campagna d&amp;#039;Africa e assiste ad alcuni drammatici episodi durante i moti del [[1898]]. Nel [[1899]] va a Parigi, dove lavora come decoratore nei padiglioni allestiti per la Grande esposizione del [[1900]]. Nella capitale francese ha la possibilità di conoscere la pittura antica e moderna. Entrato in contatto con il movimento anarchico francese, incontra l&amp;#039;ex-comunardo [[Amilcare Cipriani]] e assiste a un comizio di [[Sébastien Faure]]. Nel [[1900]] Carrà si reca a Londra per approfondire la propria cultura e pratica artistiche e per cercare un nuovo lavoro. Si lega con un gruppo di fuorusciti italiani, fra cui [[Emidio Recchioni]] e [[Alessandro Baccherini]], che si ritrovano abitualmente nella pensione gestita da [[Mario Tedeschi]]. Legge importanti opere del pensiero politico socialista e anarchico ([[Fourier]], [[Owen]], [[Saint-Simon]], [[Bakunin]] ecc.) e assume posizioni individualistico-libertarie. Alla morte di Umberto I, re d&amp;#039;Italia, assassinato il [[29 luglio]] [[1900]] dall&amp;#039;anarchico [[Gaetano Bresci]], Carrà, insieme con [[Mario Tedeschi|Tedeschi]] e altri anarchici, diffonde un manifesto, duramente criticato da [[Errico Malatesta]], in cui si prendono le distanze da quell&amp;#039;atto terroristico. Dipinge, inoltre, un ritratto del re ucciso, che viene esposto nella sede londinese del Circolo monarchico italiano. Rientrato in Italia nello stesso anno, Carrà lavora dapprima a Milano, presso una fabbrica di ventagli; svolge quindi l&amp;#039;attività di decoratore murale nel Canton Ticino e in varie città della Lombardia. A Milano Carrà frequenta la trattoria Lazzari, a Porta Tenaglia, luogo d&amp;#039;incontro di socialisti e di anarchici. Queste relazioni, il contatto quotidiano con il mondo del lavoro, lo studio delle opere di teorici dell&amp;#039;[[anarco-individualismo|anarchismo individualista]] e del [[marxismo]], dei testi di [[Bergson]], di [[Nietzsche]] e di [[Sorel]], rappresentano elementi che, tra il [[1901]] e il [[1904]], inducono Carrà ad «appassionar[si] ai problemi politici», a percepire «l&amp;#039;urgenza di una risoluzione radicale dei problemi sociali». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, pp. 67-70&amp;lt;/ref&amp;gt; Si trova tra la folla durante gli scontri tra anarchici e cavalleria in occasione dei funerali di [[Angelo Galli]], il giovane anarchico ucciso dal custode della Macchi e Passoni nel maggio [[1906]]. Questa circostanza è all&amp;#039;origine della trasposizione di quell&amp;#039;evento nel quadro d&amp;#039;impostazione futurista &amp;#039;&amp;#039;[[I funerali dell&amp;#039;anarchico Galli]]&amp;#039;&amp;#039; ([[1906]]-[[1911]]) e della frase «noi metteremo lo spettatore al centro del quadro», che apparirà nel Manifesto tecnico della pittura futurista ([[1910]]). In quegli stessi anni Carrà esegue disegni per alcune pubblicazioni anarchiche, tra cui la &amp;#039;&amp;#039;[[Libreria Editrice Sociale]]&amp;#039;&amp;#039; fondata da [[Giuseppe Monanni]] e [[Leda Rafanelli]] al loro arrivo a Milano, le loro riviste «Sciarpa nera» e «La Rivolta» (di cui traccia l&amp;#039;emblema), «La Barricata» di Parma e «La Rivolta» di Pistoia, delle quali compone la testata. Dipinge ritratti di [[Friedrich Engels]], di [[Pietro Gori]] e di [[Nietzsche]], e illustra testi di [[Paolo Valera]]. Insegna, inoltre, presso la Società Cooperativa Umanitaria, fondata a Milano dopo le barricate del [[1898]]. Nel [[1904]] ottiene la direzione artistica della Cooperativa Pittori e Imbiancatori di Milano. Nel [[1905]] vince il premio della Scuola Superiore d&amp;#039;Arte Applicata del Castello Sforzesco, che gli consente di essere ammesso l&amp;#039;anno seguente all&amp;#039;Accademia di Brera, dove segue i corsi di Cesare Tallone. Entrato in contatto con [[Giuseppe Pellizza da Volpedo]], [[Gaetano Previati]], anch&amp;#039;essi orientati politicamente in senso socialista, Carrà passa dall&amp;#039;originario realismo ai modi del divisionismo. L&amp;#039;ingresso all&amp;#039;Accademia e il trasferimento di domicilio in via Brera hanno l&amp;#039;effetto di diradare in misura sempre maggiore i rapporti di Carrà con il gruppo anarchico dell&amp;#039;osteria Lazzari. Nella riconsiderazione retrospettiva della sua esistenza, Carrà svilisce il grado di rilevanza avuto dall&amp;#039;[[anarchismo]] nella sua maturazione intellettuale e artistica. Sottolinea il «divario» esistente tra l&amp;#039;andamento «occasionale» delle sue scelte ideologiche e il procedere «istintivo» e sicuro di quelle artistiche. &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, p. 82&amp;lt;/ref&amp;gt; Tuttavia, in alcuni manifesti del [[futurismo]], di cui Carrà è coautore e autore, si avvertono consonanze con alcuni principi dell’estetica anarchica e del sindacalismo di [[Sorel]] in particolare. &amp;#039;&amp;#039;&amp;#039;Con gli anarchici e con i futuristi Carrà condivide non solo una profonda avversione nei confronti dell&amp;#039;egemonia culturale esercitata dalla borghesia, ma anche la convinzione che all&amp;#039;arte e agli artisti spetti una funzione di primo piano nella costruzione di una società su basi completamente rinnovate, in sintonia con i progressi della scienza e della tecnica.&amp;#039;&amp;#039;&amp;#039; Nella progettualità politica di [[Sorel]] Carrà intravede, inoltre, una maggiore aderenza alla problematica storica e sociale dell&amp;#039;epoca rispetto a quella dei socialisti riformisti, quali, ad esempio, [[Eduard Bernstein]], [[Karl Kautsky]], [[Filippo Turati]], [[Leonida Bissolati]]. Queste convinzioni politiche sono, tra l&amp;#039;altro, alla base dell&amp;#039;amicizia che, a partire dal [[1909]], lega Carrà a [[Renzo Provinciali]] e a [[Filippo Corridoni]]. Nel [[1912]] Carrà espone a Parigi, presso la galleria Bernheim Jeune, opere, quali &amp;#039;&amp;#039;La Stazione di Milano&amp;#039;&amp;#039; ([[1909]]), &amp;#039;&amp;#039;L&amp;#039;uscita dal teatro&amp;#039;&amp;#039; [[1909]], &amp;#039;&amp;#039;[[I funerali dell&amp;#039;anarchico Galli]]&amp;#039;&amp;#039; ([[1910]]-[[1911]]), che traducono efficacemente i principi di un&amp;#039;estetica volta a esaltare «le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa». &amp;lt;ref&amp;gt;Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, [[1909]]&amp;lt;/ref&amp;gt; Durante i soggiorni nella capitale francese, Carrà stringe rapporti di amicizia con artisti d&amp;#039;avanguardia, come [[Georges Braque]], [[Pablo Picasso]] – che lo avvicinano ai principi della pittura cubista – [[Guillaume Apollinaire]], [[Gustave Kahn]], [[Amedeo Modigliani]], [[Medardo Rosso]], anch&amp;#039;essi nella maggior parte simpatizzanti dell&amp;#039;[[anarchismo]]. Nel [[1911]] Carrà inizia una stretta collaborazione con gli scrittori de «La Voce» (tra cui [[Ardengo Soffici]], [[Giuseppe Prezzolini]], [[Scipio Slataper]]). Collabora assiduamente al quindicinale «Lacerba», fondato nel [[1913]], diretto da [[Giovanni Papini]] e [[Ardengo Soffici]] e diventato l&amp;#039;organo del movimento futurista. Partecipa alle «serate futuriste», dove si realizza quella percezione estetica «attiva» già propugnata da [[Proudhon]]. &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Du principe de l&amp;#039;art et e sa destination sociale&amp;#039;&amp;#039; ([[1865]]), Parigi, 1939, pp. 70-71&amp;lt;/ref&amp;gt; Allo scoppio della guerra, con l&amp;#039;amico [[Filippo Corridoni|Corridoni]], la maggior parte dei futuristi e i gruppi legati alle riviste «La Voce» e «Lacerba», Carrà condivide l&amp;#039;adesione alla corrente interventista. Nel settembre [[1914]], insieme a [[Umberto Boccioni]] e a [[Luigi Russolo]], Carrà firma la Sintesi futurista della guerra. Con [[Umberto Boccioni|Boccioni]], [[Luigi Russolo|Russolo]] e [[Tommaso Marinetti|Marinetti]] viene arrestato per avere organizzato manifestazioni interventiste. Nel [[1915]], dipinge il collage Manifestazione interventista. Nello stesso anno pubblica il libro &amp;#039;&amp;#039;Guerrapittura&amp;#039;&amp;#039;, dove esalta il «nazionalismo futurista» e la guerra che aumenta le «possibilità creative». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, pp. 45-46&amp;lt;/ref&amp;gt; Contemporaneamente, dopo un «travaglio di coscienza», che lo induce a considerare che la lotta rivendicativa «non comporta se non una generica e superficiale dialettica di assai scarso valore storico» &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, p. 123&amp;lt;/ref&amp;gt;, Carrà abbandona definitivamente i principi del socialismo anarchico. 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A giustificazione delle sue scelte artistiche e politiche Carrà adduce l&amp;#039;esigenza impellente di non accompagnarsi più ad alcuno, di essere solo sé stesso, di rimanere fuori dalle correnti di qualsiasi tipo, nella convinzione che «i &amp;quot;movimenti&amp;quot;» contino poco, «siano essi fatti in nome della tradizione o della rivoluzione, poiché quello che conta è l&amp;#039;individuo». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Il rinnovamento della pittura in Italia&amp;#039;&amp;#039;, parte IV, «Valori Plastici», maggio-giugno 1920, p. 55&amp;lt;/ref&amp;gt; Carrà ha ormai maturato un [[individualismo]] non più volto ad assimilare rivoluzione artistica e rivoluzione sociale, ma improntato ai valori dell&amp;#039;idealismo e alla ricerca di un «nuovo misticismo». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Misticità e ironia nella pittura contemporanea&amp;#039;&amp;#039;, parte IV, «Valori Plastici», luglio-agosto 1920, p. 69&amp;lt;/ref&amp;gt; Avverte il bisogno di riproporre nella sua pittura «le cose ordinarie» &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Il quadrante dello spirito&amp;#039;&amp;#039;, «Valori Plastici», 15 novembre 1918, p. 1&amp;lt;/ref&amp;gt; sottratte dalle contingenze; di riavvicinarsi alla natura (al mare della Liguria e della Versilia, in particolare), nella ricerca di un «ordine nuovo», di una «trascendenza plastica», di una rappresentazione del reale che ne colga il mistero. Nel [[1919]] Carrà sposa a Milano [[Ines Minoja]] dalla quale ha, nel [[1922]], un figlio. Nel novembre [[1922]] partecipa alla costituzione della Corporazione nazionale delle Arti Plastiche, nella convinzione della necessità di una valorizzazione sociale delle arti, che ritiene perseguibile attraverso strutture associative e sindacali. Nel dicembre successivo assume la carica di critico d&amp;#039;arte sul giornale «L&amp;#039;Ambrosiano», che mantiene per venti anni. Collabora anche alle riviste «Esprit nouveau», «Convegno», «La Fiera letteraria», «La Ronda», «Tempo» ecc. Nel [[1942]] Carrà dipinge due affreschi nel Palazzo di Giustizia di Milano (&amp;#039;&amp;#039;Giustiniano che libera uno schiavo e Giudizio Universale&amp;#039;&amp;#039;), opere che definisce di carattere sociale e che, a causa delle polemiche suscitate per l&amp;#039;assenza di riferimenti a simboli del regime, vengono fatte ricoprire dalle autorità fasciste. Dal [[1941]] fino al [[1952]] occupa la cattedra di pittura all&amp;#039;Accademia di Belle Arti di Brera. Nel dopoguerra, collabora come critico d&amp;#039;arte a «Milano Sera», «Omnibus» ecc. Da sempre fecondo disegnatore, Carrà illustra, fra l&amp;#039;altro, &amp;#039;&amp;#039;L&amp;#039;Odissea&amp;#039;&amp;#039;, tradotta da [[Salvatore Quasimodo]], &amp;#039;&amp;#039;Un coup de dés&amp;#039;&amp;#039; di Mallarmé e &amp;#039;&amp;#039;L&amp;#039;après-midi d&amp;#039;un faune&amp;#039;&amp;#039;, tradotto da Ungaretti. Muore a Milano il [[13 aprile]] [[1966]].&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
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Nel [[1899]] va a Parigi, dove lavora come decoratore nei padiglioni allestiti per la Grande esposizione del [[1900]]. Nella capitale francese ha la possibilità di conoscere la pittura antica e moderna. Entrato in contatto con il movimento anarchico francese, incontra l&amp;#039;ex-comunardo [[Amilcare Cipriani]] e assiste a un comizio di [[Sébastien Faure]]. Nel [[1900]] Carrà si reca a Londra per approfondire la propria cultura e pratica artistiche e per cercare un nuovo lavoro. Si lega con un gruppo di fuorusciti italiani, fra cui [[Emidio Recchioni]] e [[Alessandro Baccherini]], che si ritrovano abitualmente nella pensione gestita da [[Mario Tedeschi]]. Legge importanti opere del pensiero politico socialista e anarchico ([[Fourier]], [[Owen]], [[Saint-Simon]], [[Bakunin]] ecc.) e assume posizioni individualistico-libertarie. Alla morte di Umberto I, re d&amp;#039;Italia, assassinato il [[29 luglio]] [[1900]] dall&amp;#039;anarchico [[Gaetano Bresci]], Carrà, insieme con [[Mario Tedeschi|Tedeschi]] e altri anarchici, diffonde un manifesto, duramente criticato da [[Errico Malatesta]], in cui si prendono le distanze da quell&amp;#039;atto terroristico. Dipinge, inoltre, un ritratto del re ucciso, che viene esposto nella sede londinese del Circolo monarchico italiano. Rientrato in Italia nello stesso anno, Carrà lavora dapprima a Milano, presso una fabbrica di ventagli; svolge quindi l&amp;#039;attività di decoratore murale nel Canton Ticino e in varie città della Lombardia. A Milano Carrà frequenta la trattoria Lazzari, a Porta Tenaglia, luogo d&amp;#039;incontro di socialisti e di anarchici. Queste relazioni, il contatto quotidiano con il mondo del lavoro, lo studio delle opere di teorici dell&amp;#039;[[anarco-individualismo|anarchismo individualista]] e del [[marxismo]], dei testi di [[Bergson]], di [[Nietzsche]] e di [[Sorel]], rappresentano elementi che, tra il [[1901]] e il [[1904]], inducono Carrà ad «appassionar[si] ai problemi politici», a percepire «l&amp;#039;urgenza di una risoluzione radicale dei problemi sociali». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, pp. 67-70&amp;lt;/ref&amp;gt; Si trova tra la folla durante gli scontri tra anarchici e cavalleria in occasione dei funerali di [[Angelo Galli]], il giovane anarchico ucciso dal custode della Macchi e Passoni nel maggio [[1906]]. Questa circostanza è all&amp;#039;origine della trasposizione di quell&amp;#039;evento nel quadro d&amp;#039;impostazione futurista &amp;#039;&amp;#039;[[I funerali dell&amp;#039;anarchico Galli]]&amp;#039;&amp;#039; ([[1906]]-[[1911]]) e della frase «noi metteremo lo spettatore al centro del quadro», che apparirà nel Manifesto tecnico della pittura futurista ([[1910]]). In quegli stessi anni Carrà esegue disegni per alcune pubblicazioni anarchiche, tra cui la &amp;#039;&amp;#039;[[Libreria Editrice Sociale]]&amp;#039;&amp;#039; fondata da [[Giuseppe Monanni]] e [[Leda Rafanelli]] al loro arrivo a Milano, le loro riviste «Sciarpa nera» e «La Rivolta» (di cui traccia l&amp;#039;emblema), «La Barricata» di Parma e «La Rivolta» di Pistoia, delle quali compone la testata. Dipinge ritratti di [[Friedrich Engels]], di [[Pietro Gori]] e di [[Nietzsche]], e illustra testi di [[Paolo Valera]]. Insegna, inoltre, presso la Società Cooperativa Umanitaria, fondata a Milano dopo le barricate del [[1898]]. Nel [[1904]] ottiene la direzione artistica della Cooperativa Pittori e Imbiancatori di Milano. Nel [[1905]] vince il premio della Scuola Superiore d&amp;#039;Arte Applicata del Castello Sforzesco, che gli consente di essere ammesso l&amp;#039;anno seguente all&amp;#039;Accademia di Brera, dove segue i corsi di Cesare Tallone. Entrato in contatto con [[Giuseppe Pellizza da Volpedo]], [[Gaetano Previati]], anch&amp;#039;essi orientati politicamente in senso socialista, Carrà passa dall&amp;#039;originario realismo ai modi del divisionismo. L&amp;#039;ingresso all&amp;#039;Accademia e il trasferimento di domicilio in via Brera hanno l&amp;#039;effetto di diradare in misura sempre maggiore i rapporti di Carrà con il gruppo anarchico dell&amp;#039;osteria Lazzari. Nella riconsiderazione retrospettiva della sua esistenza, Carrà svilisce il grado di rilevanza avuto dall&amp;#039;[[anarchismo]] nella sua maturazione intellettuale e artistica. Sottolinea il «divario» esistente tra l&amp;#039;andamento «occasionale» delle sue scelte ideologiche e il procedere «istintivo» e sicuro di quelle artistiche. &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, p. 82&amp;lt;/ref&amp;gt; Tuttavia, in alcuni manifesti del [[futurismo]], di cui Carrà è coautore e autore, si avvertono consonanze con alcuni principi dell’estetica anarchica e del sindacalismo di [[Sorel]] in particolare. &amp;#039;&amp;#039;&amp;#039;Con gli anarchici e con i futuristi Carrà condivide non solo una profonda avversione nei confronti dell&amp;#039;egemonia culturale esercitata dalla borghesia, ma anche la convinzione che all&amp;#039;arte e agli artisti spetti una funzione di primo piano nella costruzione di una società su basi completamente rinnovate, in sintonia con i progressi della scienza e della tecnica.&amp;#039;&amp;#039;&amp;#039; Nella progettualità politica di [[Sorel]] Carrà intravede, inoltre, una maggiore aderenza alla problematica storica e sociale dell&amp;#039;epoca rispetto a quella dei socialisti riformisti, quali, ad esempio, [[Eduard Bernstein]], [[Karl Kautsky]], [[Filippo Turati]], [[Leonida Bissolati]]. Queste convinzioni politiche sono, tra l&amp;#039;altro, alla base dell&amp;#039;amicizia che, a partire dal [[1909]], lega Carrà a [[Renzo Provinciali]] e a [[Filippo Corridoni]]. Nel [[1912]] Carrà espone a Parigi, presso la galleria Bernheim Jeune, opere, quali &amp;#039;&amp;#039;La Stazione di Milano&amp;#039;&amp;#039; ([[1909]]), &amp;#039;&amp;#039;L&amp;#039;uscita dal teatro&amp;#039;&amp;#039; [[1909]], &amp;#039;&amp;#039;[[I funerali dell&amp;#039;anarchico Galli]]&amp;#039;&amp;#039; ([[1910]]-[[1911]]), che traducono efficacemente i principi di un&amp;#039;estetica volta a esaltare «le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa». &amp;lt;ref&amp;gt;Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, [[1909]]&amp;lt;/ref&amp;gt; Durante i soggiorni nella capitale francese, Carrà stringe rapporti di amicizia con artisti d&amp;#039;avanguardia, come [[Georges Braque]], [[Pablo Picasso]] – che lo avvicinano ai principi della pittura cubista – [[Guillaume Apollinaire]], [[Gustave Kahn]], [[Amedeo Modigliani]], [[Medardo Rosso]], anch&amp;#039;essi nella maggior parte simpatizzanti dell&amp;#039;[[anarchismo]]. Nel [[1911]] Carrà inizia una stretta collaborazione con gli scrittori de «La Voce» (tra cui [[Ardengo Soffici]], [[Giuseppe Prezzolini]], [[Scipio Slataper]]). Collabora assiduamente al quindicinale «Lacerba», fondato nel [[1913]], diretto da [[Giovanni Papini]] e [[Ardengo Soffici]] e diventato l&amp;#039;organo del movimento futurista. Partecipa alle «serate futuriste», dove si realizza quella percezione estetica «attiva» già propugnata da [[Proudhon]]. &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Du principe de l&amp;#039;art et e sa destination sociale&amp;#039;&amp;#039; ([[1865]]), Parigi, 1939, pp. 70-71&amp;lt;/ref&amp;gt; Allo scoppio della guerra, con l&amp;#039;amico [[Filippo Corridoni|Corridoni]], la maggior parte dei futuristi e i gruppi legati alle riviste «La Voce» e «Lacerba», Carrà condivide l&amp;#039;adesione alla corrente interventista. Nel settembre [[1914]], insieme a [[Umberto Boccioni]] e a [[Luigi Russolo]], Carrà firma la Sintesi futurista della guerra. Con [[Umberto Boccioni|Boccioni]], [[Luigi Russolo|Russolo]] e [[Tommaso Marinetti|Marinetti]] viene arrestato per avere organizzato manifestazioni interventiste. Nel [[1915]], dipinge il collage Manifestazione interventista. Nello stesso anno pubblica il libro &amp;#039;&amp;#039;Guerrapittura&amp;#039;&amp;#039;, dove esalta il «nazionalismo futurista» e la guerra che aumenta le «possibilità creative». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, pp. 45-46&amp;lt;/ref&amp;gt; Contemporaneamente, dopo un «travaglio di coscienza», che lo induce a considerare che la lotta rivendicativa «non comporta se non una generica e superficiale dialettica di assai scarso valore storico» &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, p. 123&amp;lt;/ref&amp;gt;, Carrà abbandona definitivamente i principi del socialismo anarchico. Le convinzioni interventiste e nazionaliste lo spingono ad assumere toni di intolleranza ideologica. «Quando ci si convincerà che la gentetta socialista – che ogni giorno, ogni minuto sputa sentenze sulle libertà dei popoli – come pure quella pseudoanarchica, sono alla libertà dei popoli molto più nocive della cosiddetta &amp;quot;borghesia sanguinaria, cinica, guerrafondaia&amp;quot;?». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Guerrapittura&amp;#039;&amp;#039;, pp. 5-6&amp;lt;/ref&amp;gt; Verso la fine del [[1915]] Carrà pone fine alla sua collaborazione con i futuristi. Negli articoli &amp;#039;&amp;#039;Parlata su Giotto&amp;#039;&amp;#039; ([[31 marzo]] [[1916]]) e &amp;#039;&amp;#039;Paolo Uccello costruttore&amp;#039;&amp;#039; ([[30 settembre]] [[1916]]), pubblicati sulla nuova edizione de «La Voce», uscita nel dicembre [[1914]] e diretta da [[Giuseppe De Robertiis]], Carrà contrappone alla dottrina estetica e politica del [[futurismo]], a suo avviso ormai superata, una poetica volta a stabilire una stretta connessione tra opera pittorica e tradizione artistica italiana. Iniziatore, nel [[1916]], della pittura «metafisica», insieme con [[Giorgio de Chirico]] – che ritrova nel [[1917]] nell&amp;#039;ospedale di Ferrara, insieme con [[Alberto Savinio]], [[Corrado Govoni]] e [[Filippo De Pisis]] – Carrà orienta la propria ricerca pittorica verso un «realismo magico», un misticismo fantastico, propugnato anche da «Valori Plastici», rivista diretta da [[Mario Broglio]], alla quale Carrà collabora dal [[1919]] al [[1921]]. A giustificazione delle sue scelte artistiche e politiche Carrà adduce l&amp;#039;esigenza impellente di non accompagnarsi più ad alcuno, di essere solo sé stesso, di rimanere fuori dalle correnti di qualsiasi tipo, nella convinzione che «i &amp;quot;movimenti&amp;quot;» contino poco, «siano essi fatti in nome della tradizione o della rivoluzione, poiché quello che conta è l&amp;#039;individuo». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Il rinnovamento della pittura in Italia&amp;#039;&amp;#039;, parte IV, «Valori Plastici», maggio-giugno 1920, p. 55&amp;lt;/ref&amp;gt; Carrà ha ormai maturato un [[individualismo]] non più volto ad assimilare rivoluzione artistica e rivoluzione sociale, ma improntato ai valori dell&amp;#039;idealismo e alla ricerca di un «nuovo misticismo». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Misticità e ironia nella pittura contemporanea&amp;#039;&amp;#039;, parte IV, «Valori Plastici», luglio-agosto 1920, p. 69&amp;lt;/ref&amp;gt; Avverte il bisogno di riproporre nella sua pittura «le cose ordinarie» &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Il quadrante dello spirito&amp;#039;&amp;#039;, «Valori Plastici», 15 novembre 1918, p. 1&amp;lt;/ref&amp;gt; sottratte dalle contingenze; di riavvicinarsi alla natura (al mare della Liguria e della Versilia, in particolare), nella ricerca di un «ordine nuovo», di una «trascendenza plastica», di una rappresentazione del reale che ne colga il mistero. Nel [[1919]] Carrà sposa a Milano [[Ines Minoja]] dalla quale ha, nel [[1922]], un figlio. Nel novembre [[1922]] partecipa alla costituzione della Corporazione nazionale delle Arti Plastiche, nella convinzione della necessità di una valorizzazione sociale delle arti, che ritiene perseguibile attraverso strutture associative e sindacali. Nel dicembre successivo assume la carica di critico d&amp;#039;arte sul giornale «L&amp;#039;Ambrosiano», che mantiene per venti anni. Collabora anche alle riviste «Esprit nouveau», «Convegno», «La Fiera letteraria», «La Ronda», «Tempo» ecc. Nel [[1942]] Carrà dipinge due affreschi nel Palazzo di Giustizia di Milano (&amp;#039;&amp;#039;Giustiniano che libera uno schiavo e Giudizio Universale&amp;#039;&amp;#039;), opere che definisce di carattere sociale e che, a causa delle polemiche suscitate per l&amp;#039;assenza di riferimenti a simboli del regime, vengono fatte ricoprire dalle autorità fasciste. Dal [[1941]] fino al [[1952]] occupa la cattedra di pittura all&amp;#039;Accademia di Belle Arti di Brera. Nel dopoguerra, collabora come critico d&amp;#039;arte a «Milano Sera», «Omnibus» ecc. Da sempre fecondo disegnatore, Carrà illustra, fra l&amp;#039;altro, &amp;#039;&amp;#039;L&amp;#039;Odissea&amp;#039;&amp;#039;, tradotta da [[Salvatore Quasimodo]], &amp;#039;&amp;#039;Un coup de dés&amp;#039;&amp;#039; di Mallarmé e &amp;#039;&amp;#039;L&amp;#039;après-midi d&amp;#039;un faune&amp;#039;&amp;#039;, tradotto da Ungaretti. Muore a Milano il [[13 aprile]] [[1966]].&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;td class=&quot;diff-marker&quot;&gt;&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;background-color: #f8f9fa; color: #202122; font-size: 88%; border-style: solid; border-width: 1px 1px 1px 4px; border-radius: 0.33em; border-color: #eaecf0; vertical-align: top; white-space: pre-wrap;&quot;&gt;&lt;div&gt;Carrà nasce a Quargnento (Alessandria) l&amp;#039;[[11 febbraio]] [[1881]] da Giuseppe e Giuseppina Pittolo. Nel [[1893]], ancora dodicenne, deve recarsi a lavorare a Valenza Po, dapprima come garzone muratore, successivamente in qualità di apprendista decoratore murale. Nella cittadina piemontese, così come a Milano, dove si trasferisce nel [[1895]], segue corsi serali di disegno. Coinvolto nel clima di fermento politico e sociale che caratterizza gli ultimi anni del secolo, partecipa alle dimostrazioni contro la campagna d&amp;#039;Africa e assiste ad alcuni drammatici episodi durante i moti del [[1898]]. Nel [[1899]] va a Parigi, dove lavora come decoratore nei padiglioni allestiti per la Grande esposizione del [[1900]]. Nella capitale francese ha la possibilità di conoscere la pittura antica e moderna. Entrato in contatto con il movimento anarchico francese, incontra l&amp;#039;ex-comunardo [[Amilcare Cipriani]] e assiste a un comizio di [[Sébastien Faure]]. Nel [[1900]] Carrà si reca a Londra per approfondire la propria cultura e pratica artistiche e per cercare un nuovo lavoro. Si lega con un gruppo di fuorusciti italiani, fra cui [[Emidio Recchioni]] e [[Alessandro Baccherini]], che si ritrovano abitualmente nella pensione gestita da [[Mario Tedeschi]]. Legge importanti opere del pensiero politico socialista e anarchico ([[Fourier]], [[Owen]], [[Saint-Simon]], [[Bakunin]] ecc.) e assume posizioni individualistico-libertarie. Alla morte di Umberto I, re d&amp;#039;Italia, assassinato il [[29 luglio]] [[1900]] dall&amp;#039;anarchico [[Gaetano Bresci]], Carrà, insieme con [[Mario Tedeschi|Tedeschi]] e altri anarchici, diffonde un manifesto, duramente criticato da [[Errico Malatesta]], in cui si prendono le distanze da quell&amp;#039;atto terroristico. Dipinge, inoltre, un ritratto del re ucciso, che viene esposto nella sede londinese del Circolo monarchico italiano. Rientrato in Italia nello stesso anno, Carrà lavora dapprima a Milano, presso una fabbrica di ventagli; svolge quindi l&amp;#039;attività di decoratore murale nel Canton Ticino e in varie città della Lombardia. A Milano Carrà frequenta la trattoria Lazzari, a Porta Tenaglia, luogo d&amp;#039;incontro di socialisti e di anarchici. Queste relazioni, il contatto quotidiano con il mondo del lavoro, lo studio delle opere di teorici dell&amp;#039;[[anarco-individualismo|anarchismo individualista]] e del [[marxismo]], dei testi di [[Bergson]], di [[Nietzsche]] e di [[Sorel]], rappresentano elementi che, tra il [[1901]] e il [[1904]], inducono Carrà ad «appassionar[si] ai problemi politici», a percepire «l&amp;#039;urgenza di una risoluzione radicale dei problemi sociali». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, pp. 67-70&amp;lt;/ref&amp;gt; Si trova tra la folla durante gli scontri tra anarchici e cavalleria in occasione dei funerali di [[Angelo Galli]], il giovane anarchico ucciso dal custode della Macchi e Passoni nel maggio [[1906]]. Questa circostanza è all&amp;#039;origine della trasposizione di quell&amp;#039;evento nel quadro d&amp;#039;impostazione futurista &amp;#039;&amp;#039;[[I funerali dell&amp;#039;anarchico Galli]]&amp;#039;&amp;#039; ([[1906]]-[[1911]]) e della frase «noi metteremo lo spettatore al centro del quadro», che apparirà nel Manifesto tecnico della pittura futurista ([[1910]]). In quegli stessi anni Carrà esegue disegni per alcune pubblicazioni anarchiche, tra cui la &amp;#039;&amp;#039;[[Libreria Editrice Sociale]]&amp;#039;&amp;#039; fondata da [[Giuseppe Monanni]] e [[Leda Rafanelli]] al loro arrivo a Milano, le loro riviste «Sciarpa nera» e «La Rivolta» (di cui traccia l&amp;#039;emblema), «La Barricata» di Parma e «La Rivolta» di Pistoia, delle quali compone la testata. Dipinge ritratti di [[Friedrich Engels]], di [[Pietro Gori]] e di [[Nietzsche]], e illustra testi di [[Paolo Valera]]. Insegna, inoltre, presso la Società Cooperativa Umanitaria, fondata a Milano dopo le barricate del [[1898]]. Nel [[1904]] ottiene la direzione artistica della Cooperativa Pittori e Imbiancatori di Milano. Nel [[1905]] vince il premio della Scuola Superiore d&amp;#039;Arte Applicata del Castello Sforzesco, che gli consente di essere ammesso l&amp;#039;anno seguente all&amp;#039;Accademia di Brera, dove segue i corsi di Cesare Tallone. Entrato in contatto con [[Giuseppe Pellizza da Volpedo]], [[Gaetano Previati]], anch&amp;#039;essi orientati politicamente in senso socialista, Carrà passa dall&amp;#039;originario realismo ai modi del divisionismo. L&amp;#039;ingresso all&amp;#039;Accademia e il trasferimento di domicilio in via Brera hanno l&amp;#039;effetto di diradare in misura sempre maggiore i rapporti di Carrà con il gruppo anarchico dell&amp;#039;osteria Lazzari. Nella riconsiderazione retrospettiva della sua esistenza, Carrà svilisce il grado di rilevanza avuto dall&amp;#039;[[anarchismo]] nella sua maturazione intellettuale e artistica. Sottolinea il «divario» esistente tra l&amp;#039;andamento «occasionale» delle sue scelte ideologiche e il procedere «istintivo» e sicuro di quelle artistiche. &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, p. 82&amp;lt;/ref&amp;gt; Tuttavia, in alcuni manifesti del [[futurismo]], di cui Carrà è coautore e autore, si avvertono consonanze con alcuni principi dell’estetica anarchica e del sindacalismo di [[Sorel]] in particolare. &amp;#039;&amp;#039;&amp;#039;Con gli anarchici e con i futuristi Carrà condivide non solo una profonda avversione nei confronti dell&amp;#039;egemonia culturale esercitata dalla borghesia, ma anche la convinzione che all&amp;#039;arte e agli artisti spetti una funzione di primo piano nella costruzione di una società su basi completamente rinnovate, in sintonia con i progressi della scienza e della tecnica.&amp;#039;&amp;#039;&amp;#039; Nella progettualità politica di [[Sorel]] Carrà intravede, inoltre, una maggiore aderenza alla problematica storica e sociale dell&amp;#039;epoca rispetto a quella dei socialisti riformisti, quali, ad esempio, [[Eduard Bernstein]], [[Karl Kautsky]], [[Filippo Turati]], [[Leonida Bissolati]]. Queste convinzioni politiche sono, tra l&amp;#039;altro, alla base dell&amp;#039;amicizia che, a partire dal [[1909]], lega Carrà a [[Renzo Provinciali]] e a [[Filippo Corridoni]]. Nel [[1912]] Carrà espone a Parigi, presso la galleria Bernheim Jeune, opere, quali &amp;#039;&amp;#039;La Stazione di Milano&amp;#039;&amp;#039; ([[1909]]), &amp;#039;&amp;#039;L&amp;#039;uscita dal teatro&amp;#039;&amp;#039; [[1909]], &amp;#039;&amp;#039;[[I funerali dell&amp;#039;anarchico Galli]]&amp;#039;&amp;#039; ([[1910]]-[[1911]]), che traducono efficacemente i principi di un&amp;#039;estetica volta a esaltare «le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa». &amp;lt;ref&amp;gt;Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, [[1909]]&amp;lt;/ref&amp;gt; Durante i soggiorni nella capitale francese, Carrà stringe rapporti di amicizia con artisti d&amp;#039;avanguardia, come [[Georges Braque]], [[Pablo Picasso]] – che lo avvicinano ai principi della pittura cubista – [[Guillaume Apollinaire]], [[Gustave Kahn]], [[Amedeo Modigliani]], [[Medardo Rosso]], anch&amp;#039;essi nella maggior parte simpatizzanti dell&amp;#039;[[anarchismo]]. Nel [[1911]] Carrà inizia una stretta collaborazione con gli scrittori de «La Voce» (tra cui [[Ardengo Soffici]], [[Giuseppe Prezzolini]], [[Scipio Slataper]]). Collabora assiduamente al quindicinale «Lacerba», fondato nel [[1913]], diretto da [[Giovanni Papini]] e [[Ardengo Soffici]] e diventato l&amp;#039;organo del movimento futurista. Partecipa alle «serate futuriste», dove si realizza quella percezione estetica «attiva» già propugnata da [[Proudhon]]. &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Du principe de l&amp;#039;art et e sa destination sociale&amp;#039;&amp;#039; ([[1865]]), Parigi, 1939, pp. 70-71&amp;lt;/ref&amp;gt; Allo scoppio della guerra, con l&amp;#039;amico [[Filippo Corridoni|Corridoni]], la maggior parte dei futuristi e i gruppi legati alle riviste «La Voce» e «Lacerba», Carrà condivide l&amp;#039;adesione alla corrente interventista. Nel settembre [[1914]], insieme a [[Umberto Boccioni]] e a [[Luigi Russolo]], Carrà firma la Sintesi futurista della guerra. Con [[Umberto Boccioni|Boccioni]], [[Luigi Russolo|Russolo]] e [[Tommaso Marinetti|Marinetti]] viene arrestato per avere organizzato manifestazioni interventiste. Nel [[1915]], dipinge il collage Manifestazione interventista. Nello stesso anno pubblica il libro &amp;#039;&amp;#039;Guerrapittura&amp;#039;&amp;#039;, dove esalta il «nazionalismo futurista» e la guerra che aumenta le «possibilità creative». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, pp. 45-46&amp;lt;/ref&amp;gt; Contemporaneamente, dopo un «travaglio di coscienza», che lo induce a considerare che la lotta rivendicativa «non comporta se non una generica e superficiale dialettica di assai scarso valore storico» &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, p. 123&amp;lt;/ref&amp;gt;, Carrà abbandona definitivamente i principi del socialismo anarchico. Le convinzioni interventiste e nazionaliste lo spingono ad assumere toni di intolleranza ideologica. «Quando ci si convincerà che la gentetta socialista – che ogni giorno, ogni minuto sputa sentenze sulle libertà dei popoli – come pure quella pseudoanarchica, sono alla libertà dei popoli molto più nocive della cosiddetta &amp;quot;borghesia sanguinaria, cinica, guerrafondaia&amp;quot;?». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Guerrapittura&amp;#039;&amp;#039;, pp. 5-6&amp;lt;/ref&amp;gt; Verso la fine del [[1915]] Carrà pone fine alla sua collaborazione con i futuristi. Negli articoli &amp;#039;&amp;#039;Parlata su Giotto&amp;#039;&amp;#039; ([[31 marzo]] [[1916]]) e &amp;#039;&amp;#039;Paolo Uccello costruttore&amp;#039;&amp;#039; ([[30 settembre]] [[1916]]), pubblicati sulla nuova edizione de «La Voce», uscita nel dicembre [[1914]] e diretta da [[Giuseppe De Robertiis]], Carrà contrappone alla dottrina estetica e politica del [[futurismo]], a suo avviso ormai superata, una poetica volta a stabilire una stretta connessione tra opera pittorica e tradizione artistica italiana. Iniziatore, nel [[1916]], della pittura «metafisica», insieme con [[Giorgio de Chirico]] – che ritrova nel [[1917]] nell&amp;#039;ospedale di Ferrara, insieme con [[Alberto Savinio]], [[Corrado Govoni]] e [[Filippo De Pisis]] – Carrà orienta la propria ricerca pittorica verso un «realismo magico», un misticismo fantastico, propugnato anche da «Valori Plastici», rivista diretta da [[Mario Broglio]], alla quale Carrà collabora dal [[1919]] al [[1921]]. A giustificazione delle sue scelte artistiche e politiche Carrà adduce l&amp;#039;esigenza impellente di non accompagnarsi più ad alcuno, di essere solo sé stesso, di rimanere fuori dalle correnti di qualsiasi tipo, nella convinzione che «i &amp;quot;movimenti&amp;quot;» contino poco, «siano essi fatti in nome della tradizione o della rivoluzione, poiché quello che conta è l&amp;#039;individuo». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Il rinnovamento della pittura in Italia&amp;#039;&amp;#039;, parte IV, «Valori Plastici», maggio-giugno 1920, p. 55&amp;lt;/ref&amp;gt; Carrà ha ormai maturato un [[individualismo]] non più volto ad assimilare rivoluzione artistica e rivoluzione sociale, ma improntato ai valori dell&amp;#039;idealismo e alla ricerca di un «nuovo misticismo». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Misticità e ironia nella pittura contemporanea&amp;#039;&amp;#039;, parte IV, «Valori Plastici», luglio-agosto 1920, p. 69&amp;lt;/ref&amp;gt; Avverte il bisogno di riproporre nella sua pittura «le cose ordinarie» &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Il quadrante dello spirito&amp;#039;&amp;#039;, «Valori Plastici», 15 novembre 1918, p. 1&amp;lt;/ref&amp;gt; sottratte dalle contingenze; di riavvicinarsi alla natura (al mare della Liguria e della Versilia, in particolare), nella ricerca di un «ordine nuovo», di una «trascendenza plastica», di una rappresentazione del reale che ne colga il mistero. Nel [[1919]] Carrà sposa a Milano [[Ines Minoja]] dalla quale ha, nel [[1922]], un figlio. Nel novembre [[1922]] partecipa alla costituzione della Corporazione nazionale delle Arti Plastiche, nella convinzione della necessità di una valorizzazione sociale delle arti, che ritiene perseguibile attraverso strutture associative e sindacali. Nel dicembre successivo assume la carica di critico d&amp;#039;arte sul giornale «L&amp;#039;Ambrosiano», che mantiene per venti anni. Collabora anche alle riviste «Esprit nouveau», «Convegno», «La Fiera letteraria», «La Ronda», «Tempo» ecc. Nel [[1942]] Carrà dipinge due affreschi nel Palazzo di Giustizia di Milano (&amp;#039;&amp;#039;Giustiniano che libera uno schiavo e Giudizio Universale&amp;#039;&amp;#039;), opere che definisce di carattere sociale e che, a causa delle polemiche suscitate per l&amp;#039;assenza di riferimenti a simboli del regime, vengono fatte ricoprire dalle autorità fasciste. Dal [[1941]] fino al [[1952]] occupa la cattedra di pittura all&amp;#039;Accademia di Belle Arti di Brera. Nel dopoguerra, collabora come critico d&amp;#039;arte a «Milano Sera», «Omnibus» ecc. Da sempre fecondo disegnatore, Carrà illustra, fra l&amp;#039;altro, &amp;#039;&amp;#039;L&amp;#039;Odissea&amp;#039;&amp;#039;, tradotta da [[Salvatore Quasimodo]], &amp;#039;&amp;#039;Un coup de dés&amp;#039;&amp;#039; di Mallarmé e &amp;#039;&amp;#039;L&amp;#039;après-midi d&amp;#039;un faune&amp;#039;&amp;#039;, tradotto da Ungaretti. Muore a Milano il [[13 aprile]] [[1966]].&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
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		<author><name>K2</name></author>
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		<title>K2: /* Biografia Fonte: Dizionario biografico degli anarchici italiani */</title>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;autocomment&quot;&gt;Biografia Fonte: Dizionario biografico degli anarchici italiani&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
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Nel [[1899]] va a Parigi, dove lavora come decoratore nei padiglioni allestiti per la Grande esposizione del [[1900]]. Nella capitale francese ha la possibilità di conoscere la pittura antica e moderna. Entrato in contatto con il movimento anarchico francese, incontra l&amp;#039;ex-comunardo [[Amilcare Cipriani]] e assiste a un comizio di [[Sébastien Faure]]. Nel [[1900]] Carrà si reca a Londra per approfondire la propria cultura e pratica artistiche e per cercare un nuovo lavoro. Si lega con un gruppo di fuorusciti italiani, fra cui [[Emidio Recchioni]] e [[Alessandro Baccherini]], che si ritrovano abitualmente nella pensione gestita da [[Mario Tedeschi]]. Legge importanti opere del pensiero politico socialista e anarchico ([[Fourier]], [[Owen]], [[Saint-Simon]], [[Bakunin]] ecc.) e assume posizioni individualistico-libertarie. Alla morte di Umberto I, re d&amp;#039;Italia, assassinato il [[29 luglio]] [[1900]] dall&amp;#039;anarchico [[Gaetano Bresci]], Carrà, insieme con [[Mario Tedeschi|Tedeschi]] e altri anarchici, diffonde un manifesto, duramente criticato da [[Errico Malatesta]], in cui si prendono le distanze da quell&amp;#039;atto terroristico. Dipinge, inoltre, un ritratto del re ucciso, che viene esposto nella sede londinese del Circolo monarchico italiano. Rientrato in Italia nello stesso anno, Carrà lavora dapprima a Milano, presso una fabbrica di ventagli; svolge quindi l&amp;#039;attività di decoratore murale nel Canton Ticino e in varie città della Lombardia. A Milano Carrà frequenta la trattoria Lazzari, a Porta Tenaglia, luogo d&amp;#039;incontro di socialisti e di anarchici. Queste relazioni, il contatto quotidiano con il mondo del lavoro, lo studio delle opere di teorici dell&amp;#039;[[anarco-individualismo|anarchismo individualista]] e del [[marxismo]], dei testi di [[Bergson]], di [[Nietzsche]] e di [[Sorel]], rappresentano elementi che, tra il [[1901]] e il [[1904]], inducono Carrà ad «appassionar[si] ai problemi politici», a percepire «l&amp;#039;urgenza di una risoluzione radicale dei problemi sociali». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, pp. 67-70&amp;lt;/ref&amp;gt; Si trova tra la folla durante gli scontri tra anarchici e cavalleria in occasione dei funerali di [[Angelo Galli]], il giovane anarchico ucciso dal custode della Macchi e Passoni nel maggio [[1906]]. Questa circostanza è all&amp;#039;origine della trasposizione di quell&amp;#039;evento nel quadro d&amp;#039;impostazione futurista &amp;#039;&amp;#039;[[I funerali dell&amp;#039;anarchico Galli]]&amp;#039;&amp;#039; ([[1906]]-[[1911]]) e della frase «noi metteremo lo spettatore al centro del quadro», che apparirà nel Manifesto tecnico della pittura futurista ([[1910]]). In quegli stessi anni Carrà esegue disegni per alcune pubblicazioni anarchiche, tra cui la &amp;#039;&amp;#039;[[Libreria Editrice Sociale]]&amp;#039;&amp;#039; fondata da [[Giuseppe Monanni]] e [[Leda Rafanelli]] al loro arrivo a Milano, le loro riviste «Sciarpa nera» e «La Rivolta» (di cui traccia l&amp;#039;emblema), «La Barricata» di Parma e «La Rivolta» di Pistoia, delle quali compone la testata. Dipinge ritratti di [[Friedrich Engels]], di [[Pietro Gori]] e di [[Nietzsche]], e illustra testi di [[Paolo Valera]]. Insegna, inoltre, presso la Società Cooperativa Umanitaria, fondata a Milano dopo le barricate del [[1898]]. Nel [[1904]] ottiene la direzione artistica della Cooperativa Pittori e Imbiancatori di Milano. Nel [[1905]] vince il premio della Scuola Superiore d&amp;#039;Arte Applicata del Castello Sforzesco, che gli consente di essere ammesso l&amp;#039;anno seguente all&amp;#039;Accademia di Brera, dove segue i corsi di Cesare Tallone. Entrato in contatto con [[Giuseppe Pellizza da Volpedo]], [[Gaetano Previati]], anch&amp;#039;essi orientati politicamente in senso socialista, Carrà passa dall&amp;#039;originario realismo ai modi del divisionismo. L&amp;#039;ingresso all&amp;#039;Accademia e il trasferimento di domicilio in via Brera hanno l&amp;#039;effetto di diradare in misura sempre maggiore i rapporti di Carrà con il gruppo anarchico dell&amp;#039;osteria Lazzari. Nella riconsiderazione retrospettiva della sua esistenza, Carrà svilisce il grado di rilevanza avuto dall&amp;#039;[[anarchismo]] nella sua maturazione intellettuale e artistica. Sottolinea il «divario» esistente tra l&amp;#039;andamento «occasionale» delle sue scelte ideologiche e il procedere «istintivo» e sicuro di quelle artistiche. &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, p. 82&amp;lt;/ref&amp;gt; Tuttavia, in alcuni manifesti del [[futurismo]], di cui Carrà è coautore e autore, si avvertono consonanze con alcuni principi dell’estetica anarchica e del sindacalismo di [[Sorel]] in particolare. &amp;#039;&amp;#039;&amp;#039;Con gli anarchici e con i futuristi Carrà condivide non solo una profonda avversione nei confronti dell&amp;#039;egemonia culturale esercitata dalla borghesia, ma anche la convinzione che all&amp;#039;arte e agli artisti spetti una funzione di primo piano nella costruzione di una società su basi completamente rinnovate, in sintonia con i progressi della scienza e della tecnica.&amp;#039;&amp;#039;&amp;#039; Nella progettualità politica di [[Sorel]] Carrà intravede, inoltre, una maggiore aderenza alla problematica storica e sociale dell&amp;#039;epoca rispetto a quella dei socialisti riformisti, quali, ad esempio, [[Eduard Bernstein]], [[Karl Kautsky]], [[Filippo Turati]], [[Leonida Bissolati]]. Queste convinzioni politiche sono, tra l&amp;#039;altro, alla base dell&amp;#039;amicizia che, a partire dal [[1909]], lega Carrà a [[Renzo Provinciali]] e a [[Filippo Corridoni]]. Nel [[1912]] Carrà espone a Parigi, presso la galleria Bernheim Jeune, opere, quali &amp;#039;&amp;#039;La Stazione di Milano&amp;#039;&amp;#039; ([[1909]]), &amp;#039;&amp;#039;L&amp;#039;uscita dal teatro&amp;#039;&amp;#039; [[1909]], &amp;#039;&amp;#039;[[I funerali dell&amp;#039;anarchico Galli]]&amp;#039;&amp;#039; ([[1910]]-[[1911]]), che traducono efficacemente i principi di un&amp;#039;estetica volta a esaltare «le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa». &amp;lt;ref&amp;gt;Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, [[1909]]&amp;lt;/ref&amp;gt; Durante i soggiorni nella capitale francese, Carrà stringe rapporti di amicizia con artisti d&amp;#039;avanguardia, come [[Georges Braque]], [[Pablo Picasso]] – che lo avvicinano ai principi della pittura cubista – [[Guillaume Apollinaire]], [[Gustave Kahn]], [[Amedeo Modigliani]], [[Medardo Rosso]], anch&amp;#039;essi nella maggior parte simpatizzanti dell&amp;#039;[[anarchismo]]. Nel [[1911]] Carrà inizia una stretta collaborazione con gli scrittori de «La Voce» (tra cui [[Ardengo Soffici]], [[Giuseppe Prezzolini]], [[Scipio Slataper]]). Collabora assiduamente al quindicinale «Lacerba», fondato nel [[1913]], diretto da [[Giovanni Papini]] e [[Ardengo Soffici]] e diventato l&amp;#039;organo del movimento futurista. Partecipa alle «serate futuriste», dove si realizza quella percezione estetica «attiva» già propugnata da [[Proudhon]]. &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Du principe de l&amp;#039;art et e sa destination sociale&amp;#039;&amp;#039; ([[1865]]), Parigi, 1939, pp. 70-71&amp;lt;/ref&amp;gt; Allo scoppio della guerra, con l&amp;#039;amico [[Filippo Corridoni|Corridoni]], la maggior parte dei futuristi e i gruppi legati alle riviste «La Voce» e «Lacerba», Carrà condivide l&amp;#039;adesione alla corrente interventista. Nel settembre [[1914]], insieme a [[Umberto Boccioni]] e a [[Luigi Russolo]], Carrà firma la Sintesi futurista della guerra. Con [[Umberto Boccioni|Boccioni]], [[Luigi Russolo|Russolo]] e [[Tommaso Marinetti|Marinetti]] viene arrestato per avere organizzato manifestazioni interventiste. Nel [[1915]], dipinge il collage Manifestazione interventista. Nello stesso anno pubblica il libro &amp;#039;&amp;#039;Guerrapittura&amp;#039;&amp;#039;, dove esalta il «nazionalismo futurista» e la guerra che aumenta le «possibilità creative». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, pp. 45-46&amp;lt;/ref&amp;gt; Contemporaneamente, dopo un «travaglio di coscienza», che lo induce a considerare che la lotta rivendicativa «non comporta se non una generica e superficiale dialettica di assai scarso valore storico» &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, p. 123&amp;lt;/ref&amp;gt;, Carrà abbandona definitivamente i principi del socialismo anarchico. Le convinzioni interventiste e nazionaliste lo spingono ad assumere toni di intolleranza ideologica. «Quando ci si convincerà che la gentetta socialista – che ogni giorno, ogni minuto sputa sentenze sulle libertà dei popoli – come pure quella pseudoanarchica, sono alla libertà dei popoli molto più nocive della cosiddetta &amp;quot;borghesia sanguinaria, cinica, guerrafondaia&amp;quot;?». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Guerrapittura&amp;#039;&amp;#039;, pp. 5-6&amp;lt;/ref&amp;gt; Verso la fine del [[1915]] Carrà pone fine alla sua collaborazione con i futuristi. Negli articoli &amp;#039;&amp;#039;Parlata su Giotto&amp;#039;&amp;#039; ([[31 marzo]] [[1916]]) e &amp;#039;&amp;#039;Paolo Uccello costruttore&amp;#039;&amp;#039; ([[30 settembre]] [[1916]]), pubblicati sulla nuova edizione de «La Voce», uscita nel dicembre [[1914]] e diretta da [[Giuseppe De Robertiis]], Carrà contrappone alla dottrina estetica e politica del [[futurismo]], a suo avviso ormai superata, una poetica volta a stabilire una stretta connessione tra opera pittorica e tradizione artistica italiana. Iniziatore, nel [[1916]], della pittura «metafisica», insieme con [[Giorgio de Chirico]] – che ritrova nel [[1917]] nell&amp;#039;ospedale di Ferrara, insieme con [[Alberto Savinio]], [[Corrado Govoni]] e [[Filippo De Pisis]] – Carrà orienta la propria ricerca pittorica verso un «realismo magico», un misticismo fantastico, propugnato anche da «Valori Plastici», rivista diretta da [[Mario Broglio]], alla quale Carrà collabora dal [[1919]] al [[1921]]. A giustificazione delle sue scelte artistiche e politiche Carrà adduce l&amp;#039;esigenza impellente di non accompagnarsi più ad alcuno, di essere solo sé stesso, di rimanere fuori dalle correnti di qualsiasi tipo, nella convinzione che «i &amp;quot;movimenti&amp;quot;» contino poco, «siano essi fatti in nome della tradizione o della rivoluzione, poiché quello che conta è l&amp;#039;individuo». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Il rinnovamento della pittura in Italia&amp;#039;&amp;#039;, parte IV, «Valori Plastici», maggio-giugno 1920, p. 55&amp;lt;/ref&amp;gt; Carrà ha ormai maturato un [[individualismo]] non più volto ad assimilare rivoluzione artistica e rivoluzione sociale, ma improntato ai valori dell&amp;#039;idealismo e alla ricerca di un «nuovo misticismo». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Misticità e ironia nella pittura contemporanea&amp;#039;&amp;#039;, parte IV, «Valori Plastici», luglio-agosto 1920, p. 69&amp;lt;/ref&amp;gt; Avverte il bisogno di riproporre nella sua pittura «le cose ordinarie» &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Il quadrante dello spirito&amp;#039;&amp;#039;, «Valori Plastici», 15 novembre 1918, p. 1&amp;lt;/ref&amp;gt; sottratte dalle contingenze; di riavvicinarsi alla natura (al mare della Liguria e della Versilia, in particolare), nella ricerca di un «ordine nuovo», di una «trascendenza plastica», di una rappresentazione del reale che ne colga il mistero. Nel [[1919]] Carrà sposa a Milano [[Ines Minoja]] dalla quale ha, nel [[1922]], un figlio. Nel novembre [[1922]] partecipa alla costituzione della Corporazione nazionale delle Arti Plastiche, nella convinzione della necessità di una valorizzazione sociale delle arti, che ritiene perseguibile attraverso strutture associative e sindacali. Nel dicembre successivo assume la carica di critico d&amp;#039;arte sul giornale «L&amp;#039;Ambrosiano», che mantiene per venti anni. Collabora anche alle riviste «Esprit nouveau», «Convegno», «La Fiera letteraria», «La Ronda», «Tempo» ecc. Nel [[1942]] Carrà dipinge due affreschi nel Palazzo di Giustizia di Milano (&amp;#039;&amp;#039;Giustiniano che libera uno schiavo e Giudizio Universale&amp;#039;&amp;#039;), opere che definisce di carattere sociale e che, a causa delle polemiche suscitate per l&amp;#039;assenza di riferimenti a simboli del regime, vengono fatte ricoprire dalle autorità fasciste. Dal [[1941]] fino al [[1952]] occupa la cattedra di pittura all&amp;#039;Accademia di Belle Arti di Brera. Nel dopoguerra, collabora come critico d&amp;#039;arte a «Milano Sera», «Omnibus» ecc. Da sempre fecondo disegnatore, Carrà illustra, fra l&amp;#039;altro, &amp;#039;&amp;#039;L&amp;#039;Odissea&amp;#039;&amp;#039;, tradotta da [[Salvatore Quasimodo]], &amp;#039;&amp;#039;Un coup de dés&amp;#039;&amp;#039; di Mallarmé e &amp;#039;&amp;#039;L&amp;#039;après-midi d&amp;#039;un faune&amp;#039;&amp;#039;, tradotto da Ungaretti. Muore a Milano il [[13 aprile]] [[1966]].&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;td class=&quot;diff-marker&quot;&gt;&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;background-color: #f8f9fa; color: #202122; font-size: 88%; border-style: solid; border-width: 1px 1px 1px 4px; border-radius: 0.33em; border-color: #eaecf0; vertical-align: top; white-space: pre-wrap;&quot;&gt;&lt;div&gt;Carrà nasce a Quargnento (Alessandria) l&amp;#039;[[11 febbraio]] [[1881]] da Giuseppe e Giuseppina Pittolo. Nel [[1893]], ancora dodicenne, deve recarsi a lavorare a Valenza Po, dapprima come garzone muratore, successivamente in qualità di apprendista decoratore murale. Nella cittadina piemontese, così come a Milano, dove si trasferisce nel [[1895]], segue corsi serali di disegno. Coinvolto nel clima di fermento politico e sociale che caratterizza gli ultimi anni del secolo, partecipa alle dimostrazioni contro la campagna d&amp;#039;Africa e assiste ad alcuni drammatici episodi durante i moti del [[1898]]. Nel [[1899]] va a Parigi, dove lavora come decoratore nei padiglioni allestiti per la Grande esposizione del [[1900]]. Nella capitale francese ha la possibilità di conoscere la pittura antica e moderna. Entrato in contatto con il movimento anarchico francese, incontra l&amp;#039;ex-comunardo [[Amilcare Cipriani]] e assiste a un comizio di [[Sébastien Faure]]. Nel [[1900]] Carrà si reca a Londra per approfondire la propria cultura e pratica artistiche e per cercare un nuovo lavoro. Si lega con un gruppo di fuorusciti italiani, fra cui [[Emidio Recchioni]] e [[Alessandro Baccherini]], che si ritrovano abitualmente nella pensione gestita da [[Mario Tedeschi]]. Legge importanti opere del pensiero politico socialista e anarchico ([[Fourier]], [[Owen]], [[Saint-Simon]], [[Bakunin]] ecc.) e assume posizioni individualistico-libertarie. Alla morte di Umberto I, re d&amp;#039;Italia, assassinato il [[29 luglio]] [[1900]] dall&amp;#039;anarchico [[Gaetano Bresci]], Carrà, insieme con [[Mario Tedeschi|Tedeschi]] e altri anarchici, diffonde un manifesto, duramente criticato da [[Errico Malatesta]], in cui si prendono le distanze da quell&amp;#039;atto terroristico. Dipinge, inoltre, un ritratto del re ucciso, che viene esposto nella sede londinese del Circolo monarchico italiano. Rientrato in Italia nello stesso anno, Carrà lavora dapprima a Milano, presso una fabbrica di ventagli; svolge quindi l&amp;#039;attività di decoratore murale nel Canton Ticino e in varie città della Lombardia. A Milano Carrà frequenta la trattoria Lazzari, a Porta Tenaglia, luogo d&amp;#039;incontro di socialisti e di anarchici. Queste relazioni, il contatto quotidiano con il mondo del lavoro, lo studio delle opere di teorici dell&amp;#039;[[anarco-individualismo|anarchismo individualista]] e del [[marxismo]], dei testi di [[Bergson]], di [[Nietzsche]] e di [[Sorel]], rappresentano elementi che, tra il [[1901]] e il [[1904]], inducono Carrà ad «appassionar[si] ai problemi politici», a percepire «l&amp;#039;urgenza di una risoluzione radicale dei problemi sociali». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, pp. 67-70&amp;lt;/ref&amp;gt; Si trova tra la folla durante gli scontri tra anarchici e cavalleria in occasione dei funerali di [[Angelo Galli]], il giovane anarchico ucciso dal custode della Macchi e Passoni nel maggio [[1906]]. Questa circostanza è all&amp;#039;origine della trasposizione di quell&amp;#039;evento nel quadro d&amp;#039;impostazione futurista &amp;#039;&amp;#039;[[I funerali dell&amp;#039;anarchico Galli]]&amp;#039;&amp;#039; ([[1906]]-[[1911]]) e della frase «noi metteremo lo spettatore al centro del quadro», che apparirà nel Manifesto tecnico della pittura futurista ([[1910]]). In quegli stessi anni Carrà esegue disegni per alcune pubblicazioni anarchiche, tra cui la &amp;#039;&amp;#039;[[Libreria Editrice Sociale]]&amp;#039;&amp;#039; fondata da [[Giuseppe Monanni]] e [[Leda Rafanelli]] al loro arrivo a Milano, le loro riviste «Sciarpa nera» e «La Rivolta» (di cui traccia l&amp;#039;emblema), «La Barricata» di Parma e «La Rivolta» di Pistoia, delle quali compone la testata. Dipinge ritratti di [[Friedrich Engels]], di [[Pietro Gori]] e di [[Nietzsche]], e illustra testi di [[Paolo Valera]]. Insegna, inoltre, presso la Società Cooperativa Umanitaria, fondata a Milano dopo le barricate del [[1898]]. Nel [[1904]] ottiene la direzione artistica della Cooperativa Pittori e Imbiancatori di Milano. Nel [[1905]] vince il premio della Scuola Superiore d&amp;#039;Arte Applicata del Castello Sforzesco, che gli consente di essere ammesso l&amp;#039;anno seguente all&amp;#039;Accademia di Brera, dove segue i corsi di Cesare Tallone. Entrato in contatto con [[Giuseppe Pellizza da Volpedo]], [[Gaetano Previati]], anch&amp;#039;essi orientati politicamente in senso socialista, Carrà passa dall&amp;#039;originario realismo ai modi del divisionismo. L&amp;#039;ingresso all&amp;#039;Accademia e il trasferimento di domicilio in via Brera hanno l&amp;#039;effetto di diradare in misura sempre maggiore i rapporti di Carrà con il gruppo anarchico dell&amp;#039;osteria Lazzari. Nella riconsiderazione retrospettiva della sua esistenza, Carrà svilisce il grado di rilevanza avuto dall&amp;#039;[[anarchismo]] nella sua maturazione intellettuale e artistica. Sottolinea il «divario» esistente tra l&amp;#039;andamento «occasionale» delle sue scelte ideologiche e il procedere «istintivo» e sicuro di quelle artistiche. &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, p. 82&amp;lt;/ref&amp;gt; Tuttavia, in alcuni manifesti del [[futurismo]], di cui Carrà è coautore e autore, si avvertono consonanze con alcuni principi dell’estetica anarchica e del sindacalismo di [[Sorel]] in particolare. &amp;#039;&amp;#039;&amp;#039;Con gli anarchici e con i futuristi Carrà condivide non solo una profonda avversione nei confronti dell&amp;#039;egemonia culturale esercitata dalla borghesia, ma anche la convinzione che all&amp;#039;arte e agli artisti spetti una funzione di primo piano nella costruzione di una società su basi completamente rinnovate, in sintonia con i progressi della scienza e della tecnica.&amp;#039;&amp;#039;&amp;#039; Nella progettualità politica di [[Sorel]] Carrà intravede, inoltre, una maggiore aderenza alla problematica storica e sociale dell&amp;#039;epoca rispetto a quella dei socialisti riformisti, quali, ad esempio, [[Eduard Bernstein]], [[Karl Kautsky]], [[Filippo Turati]], [[Leonida Bissolati]]. Queste convinzioni politiche sono, tra l&amp;#039;altro, alla base dell&amp;#039;amicizia che, a partire dal [[1909]], lega Carrà a [[Renzo Provinciali]] e a [[Filippo Corridoni]]. Nel [[1912]] Carrà espone a Parigi, presso la galleria Bernheim Jeune, opere, quali &amp;#039;&amp;#039;La Stazione di Milano&amp;#039;&amp;#039; ([[1909]]), &amp;#039;&amp;#039;L&amp;#039;uscita dal teatro&amp;#039;&amp;#039; [[1909]], &amp;#039;&amp;#039;[[I funerali dell&amp;#039;anarchico Galli]]&amp;#039;&amp;#039; ([[1910]]-[[1911]]), che traducono efficacemente i principi di un&amp;#039;estetica volta a esaltare «le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa». &amp;lt;ref&amp;gt;Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, [[1909]]&amp;lt;/ref&amp;gt; Durante i soggiorni nella capitale francese, Carrà stringe rapporti di amicizia con artisti d&amp;#039;avanguardia, come [[Georges Braque]], [[Pablo Picasso]] – che lo avvicinano ai principi della pittura cubista – [[Guillaume Apollinaire]], [[Gustave Kahn]], [[Amedeo Modigliani]], [[Medardo Rosso]], anch&amp;#039;essi nella maggior parte simpatizzanti dell&amp;#039;[[anarchismo]]. Nel [[1911]] Carrà inizia una stretta collaborazione con gli scrittori de «La Voce» (tra cui [[Ardengo Soffici]], [[Giuseppe Prezzolini]], [[Scipio Slataper]]). Collabora assiduamente al quindicinale «Lacerba», fondato nel [[1913]], diretto da [[Giovanni Papini]] e [[Ardengo Soffici]] e diventato l&amp;#039;organo del movimento futurista. Partecipa alle «serate futuriste», dove si realizza quella percezione estetica «attiva» già propugnata da [[Proudhon]]. &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Du principe de l&amp;#039;art et e sa destination sociale&amp;#039;&amp;#039; ([[1865]]), Parigi, 1939, pp. 70-71&amp;lt;/ref&amp;gt; Allo scoppio della guerra, con l&amp;#039;amico [[Filippo Corridoni|Corridoni]], la maggior parte dei futuristi e i gruppi legati alle riviste «La Voce» e «Lacerba», Carrà condivide l&amp;#039;adesione alla corrente interventista. Nel settembre [[1914]], insieme a [[Umberto Boccioni]] e a [[Luigi Russolo]], Carrà firma la Sintesi futurista della guerra. Con [[Umberto Boccioni|Boccioni]], [[Luigi Russolo|Russolo]] e [[Tommaso Marinetti|Marinetti]] viene arrestato per avere organizzato manifestazioni interventiste. Nel [[1915]], dipinge il collage Manifestazione interventista. Nello stesso anno pubblica il libro &amp;#039;&amp;#039;Guerrapittura&amp;#039;&amp;#039;, dove esalta il «nazionalismo futurista» e la guerra che aumenta le «possibilità creative». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, pp. 45-46&amp;lt;/ref&amp;gt; Contemporaneamente, dopo un «travaglio di coscienza», che lo induce a considerare che la lotta rivendicativa «non comporta se non una generica e superficiale dialettica di assai scarso valore storico» &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;La mia vita&amp;#039;&amp;#039;, p. 123&amp;lt;/ref&amp;gt;, Carrà abbandona definitivamente i principi del socialismo anarchico. Le convinzioni interventiste e nazionaliste lo spingono ad assumere toni di intolleranza ideologica. «Quando ci si convincerà che la gentetta socialista – che ogni giorno, ogni minuto sputa sentenze sulle libertà dei popoli – come pure quella pseudoanarchica, sono alla libertà dei popoli molto più nocive della cosiddetta &amp;quot;borghesia sanguinaria, cinica, guerrafondaia&amp;quot;?». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Guerrapittura&amp;#039;&amp;#039;, pp. 5-6&amp;lt;/ref&amp;gt; Verso la fine del [[1915]] Carrà pone fine alla sua collaborazione con i futuristi. Negli articoli &amp;#039;&amp;#039;Parlata su Giotto&amp;#039;&amp;#039; ([[31 marzo]] [[1916]]) e &amp;#039;&amp;#039;Paolo Uccello costruttore&amp;#039;&amp;#039; ([[30 settembre]] [[1916]]), pubblicati sulla nuova edizione de «La Voce», uscita nel dicembre [[1914]] e diretta da [[Giuseppe De Robertiis]], Carrà contrappone alla dottrina estetica e politica del [[futurismo]], a suo avviso ormai superata, una poetica volta a stabilire una stretta connessione tra opera pittorica e tradizione artistica italiana. Iniziatore, nel [[1916]], della pittura «metafisica», insieme con [[Giorgio de Chirico]] – che ritrova nel [[1917]] nell&amp;#039;ospedale di Ferrara, insieme con [[Alberto Savinio]], [[Corrado Govoni]] e [[Filippo De Pisis]] – Carrà orienta la propria ricerca pittorica verso un «realismo magico», un misticismo fantastico, propugnato anche da «Valori Plastici», rivista diretta da [[Mario Broglio]], alla quale Carrà collabora dal [[1919]] al [[1921]]. A giustificazione delle sue scelte artistiche e politiche Carrà adduce l&amp;#039;esigenza impellente di non accompagnarsi più ad alcuno, di essere solo sé stesso, di rimanere fuori dalle correnti di qualsiasi tipo, nella convinzione che «i &amp;quot;movimenti&amp;quot;» contino poco, «siano essi fatti in nome della tradizione o della rivoluzione, poiché quello che conta è l&amp;#039;individuo». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Il rinnovamento della pittura in Italia&amp;#039;&amp;#039;, parte IV, «Valori Plastici», maggio-giugno 1920, p. 55&amp;lt;/ref&amp;gt; Carrà ha ormai maturato un [[individualismo]] non più volto ad assimilare rivoluzione artistica e rivoluzione sociale, ma improntato ai valori dell&amp;#039;idealismo e alla ricerca di un «nuovo misticismo». &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Misticità e ironia nella pittura contemporanea&amp;#039;&amp;#039;, parte IV, «Valori Plastici», luglio-agosto 1920, p. 69&amp;lt;/ref&amp;gt; Avverte il bisogno di riproporre nella sua pittura «le cose ordinarie» &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;Il quadrante dello spirito&amp;#039;&amp;#039;, «Valori Plastici», 15 novembre 1918, p. 1&amp;lt;/ref&amp;gt; sottratte dalle contingenze; di riavvicinarsi alla natura (al mare della Liguria e della Versilia, in particolare), nella ricerca di un «ordine nuovo», di una «trascendenza plastica», di una rappresentazione del reale che ne colga il mistero. Nel [[1919]] Carrà sposa a Milano [[Ines Minoja]] dalla quale ha, nel [[1922]], un figlio. Nel novembre [[1922]] partecipa alla costituzione della Corporazione nazionale delle Arti Plastiche, nella convinzione della necessità di una valorizzazione sociale delle arti, che ritiene perseguibile attraverso strutture associative e sindacali. Nel dicembre successivo assume la carica di critico d&amp;#039;arte sul giornale «L&amp;#039;Ambrosiano», che mantiene per venti anni. Collabora anche alle riviste «Esprit nouveau», «Convegno», «La Fiera letteraria», «La Ronda», «Tempo» ecc. Nel [[1942]] Carrà dipinge due affreschi nel Palazzo di Giustizia di Milano (&amp;#039;&amp;#039;Giustiniano che libera uno schiavo e Giudizio Universale&amp;#039;&amp;#039;), opere che definisce di carattere sociale e che, a causa delle polemiche suscitate per l&amp;#039;assenza di riferimenti a simboli del regime, vengono fatte ricoprire dalle autorità fasciste. Dal [[1941]] fino al [[1952]] occupa la cattedra di pittura all&amp;#039;Accademia di Belle Arti di Brera. Nel dopoguerra, collabora come critico d&amp;#039;arte a «Milano Sera», «Omnibus» ecc. Da sempre fecondo disegnatore, Carrà illustra, fra l&amp;#039;altro, &amp;#039;&amp;#039;L&amp;#039;Odissea&amp;#039;&amp;#039;, tradotta da [[Salvatore Quasimodo]], &amp;#039;&amp;#039;Un coup de dés&amp;#039;&amp;#039; di Mallarmé e &amp;#039;&amp;#039;L&amp;#039;après-midi d&amp;#039;un faune&amp;#039;&amp;#039;, tradotto da Ungaretti. Muore a Milano il [[13 aprile]] [[1966]].&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
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Nel [[1899]] va a Parigi, dove lavora come decoratore nei padiglioni allestiti per la Grande esposizione del [[1900]]. Nella capitale francese ha la possibilità di conoscere la pittura antica e moderna. Entrato in contatto con il movimento anarchico francese, incontra l&#039;ex-comunardo [[Amilcare Cipriani]] e assiste a un comizio di [[Sébastien Faure]]. Nel [[1900]] Carrà si reca a Londra per approfondire la propria cultura e pratica artistiche e per cercare un nuovo lavoro. Si lega con un gruppo di fuorusciti italiani, fra cui [[Emidio Recchioni]] e [[Alessandro Baccherini]], che si ritrovano abitualmente nella pensione gestita da [[Mario Tedeschi]]. Legge importanti opere del pensiero politico socialista e anarchico ([[Fourier]], [[Owen]], [[Saint-Simon]], [[Bakunin]] ecc.) e assume posizioni individualistico-libertarie. Alla morte di Umberto I, re d&#039;Italia, assassinato il [[29 luglio]] [[1900]] dall&#039;anarchico [[Gaetano Bresci]], Carrà, insieme con [[Mario Tedeschi|Tedeschi]] e altri anarchici, diffonde un manifesto, duramente criticato da [[Errico Malatesta]], in cui si prendono le distanze da quell&#039;atto terroristico. Dipinge, inoltre, un ritratto del re ucciso, che viene esposto nella sede londinese del Circolo monarchico italiano. Rientrato in Italia nello stesso anno, Carrà lavora dapprima a Milano, presso una fabbrica di ventagli; svolge quindi l&#039;attività di decoratore murale nel Canton Ticino e in varie città della Lombardia. A Milano Carrà frequenta la trattoria Lazzari, a Porta Tenaglia, luogo d&#039;incontro di socialisti e di anarchici. Queste relazioni, il contatto quotidiano con il mondo del lavoro, lo studio delle opere di teorici dell&#039;[[anarco-individualismo|anarchismo individualista]] e del [[marxismo]], dei testi di [[Bergson]], di [[Nietzsche]] e di [[Sorel]], rappresentano elementi che, tra il [[1901]] e il [[1904]], inducono Carrà ad «appassionar[si] ai problemi politici», a percepire «l&#039;urgenza di una risoluzione radicale dei problemi sociali». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, pp. 67-70&amp;lt;/ref&amp;gt; Si trova tra la folla durante gli scontri tra anarchici e cavalleria in occasione dei funerali di [[Angelo Galli]], il giovane anarchico ucciso dal custode della Macchi e Passoni nel maggio [[1906]]. Questa circostanza è all&#039;origine della trasposizione di quell&#039;evento nel quadro d&#039;impostazione futurista &#039;&#039;[[I funerali dell&#039;anarchico Galli]]&#039;&#039; ([[1906]]-[[1911]]) e della frase «noi metteremo lo spettatore al centro del quadro», che apparirà nel Manifesto tecnico della pittura futurista ([[1910]]). In quegli stessi anni Carrà esegue disegni per alcune pubblicazioni anarchiche, tra cui la &#039;&#039;[[Libreria Editrice Sociale]]&#039;&#039; fondata da [[Giuseppe Monanni]] e [[Leda Rafanelli]] al loro arrivo a Milano, le loro riviste «Sciarpa nera» e «La Rivolta» (di cui traccia l&#039;emblema), «La Barricata» di Parma e «La Rivolta» di Pistoia, delle quali compone la testata. Dipinge ritratti di [[Friedrich Engels]], di [[Pietro Gori]] e di [[Nietzsche]], e illustra testi di [[Paolo Valera]]. Insegna, inoltre, presso la Società Cooperativa Umanitaria, fondata a Milano dopo le barricate del [[1898]]. Nel [[1904]] ottiene la direzione artistica della Cooperativa Pittori e Imbiancatori di Milano. Nel [[1905]] vince il premio della Scuola Superiore d&#039;Arte Applicata del Castello Sforzesco, che gli consente di essere ammesso l&#039;anno seguente all&#039;Accademia di Brera, dove segue i corsi di Cesare Tallone. Entrato in contatto con [[Giuseppe Pellizza da Volpedo]], [[Gaetano Previati]], anch&#039;essi orientati politicamente in senso socialista, Carrà passa dall&#039;originario realismo ai modi del divisionismo. L&#039;ingresso all&#039;Accademia e il trasferimento di domicilio in via Brera hanno l&#039;effetto di diradare in misura sempre maggiore i rapporti di Carrà con il gruppo anarchico dell&#039;osteria Lazzari. Nella riconsiderazione retrospettiva della sua esistenza, Carrà svilisce il grado di rilevanza avuto dall&#039;[[anarchismo]] nella sua maturazione intellettuale e artistica. Sottolinea il «divario» esistente tra l&#039;andamento «occasionale» delle sue scelte ideologiche e il procedere «istintivo» e sicuro di quelle artistiche. &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, p. 82&amp;lt;/ref&amp;gt; Tuttavia, in alcuni manifesti del [[futurismo]], di cui Carrà è coautore e autore, si avvertono consonanze con alcuni principi dell’estetica anarchica e del sindacalismo di [[Sorel]] in particolare. &#039;&#039;&#039;Con gli anarchici e con i futuristi Carrà condivide non solo una profonda avversione nei confronti dell&#039;egemonia culturale esercitata dalla borghesia, ma anche la convinzione che all&#039;arte e agli artisti spetti una funzione di primo piano nella costruzione di una società su basi completamente rinnovate, in sintonia con i progressi della scienza e della tecnica.&#039;&#039;&#039; Nella progettualità politica di [[Sorel]] Carrà intravede, inoltre, una maggiore aderenza alla problematica storica e sociale dell&#039;epoca rispetto a quella dei socialisti riformisti, quali, ad esempio, [[Eduard Bernstein]], [[Karl Kautsky]], [[Filippo Turati]], [[Leonida Bissolati]]. Queste convinzioni politiche sono, tra l&#039;altro, alla base dell&#039;amicizia che, a partire dal [[1909]], lega Carrà a [[Renzo Provinciali]] e a [[Filippo Corridoni]]. Nel [[1912]] Carrà espone a Parigi, presso la galleria Bernheim Jeune, opere, quali &#039;&#039;La Stazione di Milano&#039;&#039; ([[1909]]), &#039;&#039;L&#039;uscita dal teatro&#039;&#039; [[1909]], &#039;&#039;[[I funerali dell&#039;anarchico Galli]]&#039;&#039; ([[1910]]-[[1911]]), che traducono efficacemente i principi di un&#039;estetica volta a esaltare «le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa». &amp;lt;ref&amp;gt;Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, [[1909]]&amp;lt;/ref&amp;gt; Durante i soggiorni nella capitale francese, Carrà stringe rapporti di amicizia con artisti d&#039;avanguardia, come [[Georges Braque]], [[Pablo Picasso]] – che lo avvicinano ai principi della pittura cubista – [[Guillaume Apollinaire]], [[Gustave Kahn]], [[Amedeo Modigliani]], [[Medardo Rosso]], anch&#039;essi nella maggior parte simpatizzanti dell&#039;[[anarchismo]]. Nel [[1911]] Carrà inizia una stretta collaborazione con gli scrittori de «La Voce» (tra cui [[Ardengo Soffici]], [[Giuseppe Prezzolini]], [[Scipio Slataper]]). Collabora assiduamente al quindicinale «Lacerba», fondato nel [[1913]], diretto da [[Giovanni Papini]] e [[Ardengo Soffici]] e diventato l&#039;organo del movimento futurista. Partecipa alle «serate futuriste», dove si realizza quella percezione estetica «attiva» già propugnata da [[Proudhon]]. &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Du principe de l&#039;art et e sa destination sociale&#039;&#039; ([[1865]]), Parigi, 1939, pp. 70-71&amp;lt;/ref&amp;gt; Allo scoppio della guerra, con l&#039;amico [[Filippo Corridoni|Corridoni]], la maggior parte dei futuristi e i gruppi legati alle riviste «La Voce» e «Lacerba», Carrà condivide l&#039;adesione alla corrente interventista. Nel settembre [[1914]], insieme a [[Umberto Boccioni]] e a [[Luigi Russolo]], Carrà firma la Sintesi futurista della guerra. Con [[Umberto Boccioni|Boccioni]], [[Luigi Russolo|Russolo]] e [[Tommaso Marinetti|Marinetti]] viene arrestato per avere organizzato manifestazioni interventiste. Nel [[1915]], dipinge il collage Manifestazione interventista. Nello stesso anno pubblica il libro &#039;&#039;Guerrapittura&#039;&#039;, dove esalta il «nazionalismo futurista» e la guerra che aumenta le «possibilità creative». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, pp. 45-46&amp;lt;/ref&amp;gt; Contemporaneamente, dopo un «travaglio di coscienza», che lo induce a considerare che la lotta rivendicativa «non comporta se non una generica e superficiale dialettica di assai scarso valore storico» &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, p. 123&amp;lt;/ref&amp;gt;, Carrà abbandona definitivamente i principi del socialismo anarchico. Le convinzioni interventiste e nazionaliste lo spingono ad assumere toni di intolleranza ideologica. «Quando ci si convincerà che la gentetta socialista – che ogni giorno, ogni minuto sputa sentenze sulle libertà dei popoli – come pure quella pseudoanarchica, sono alla libertà dei popoli molto più nocive della cosiddetta &quot;borghesia sanguinaria, cinica, guerrafondaia&quot;?». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Guerrapittura&#039;&#039;, pp. 5-6&amp;lt;/ref&amp;gt; Verso la fine del [[1915]] Carrà pone fine alla sua collaborazione con i futuristi. Negli articoli &#039;&#039;Parlata su Giotto&#039;&#039; ([[31 marzo]] [[1916]]) e &#039;&#039;Paolo Uccello costruttore&#039;&#039; ([[30 settembre]] [[1916]]), pubblicati sulla nuova edizione de «La Voce», uscita nel dicembre [[1914]] e diretta da [[Giuseppe De Robertiis]], Carrà contrappone alla dottrina estetica e politica del [[futurismo]], a suo avviso ormai superata, una poetica volta a stabilire una stretta connessione tra opera pittorica e tradizione artistica italiana. Iniziatore, nel [[1916]], della pittura «metafisica», insieme con [[Giorgio de Chirico]] – che ritrova nel [[1917]] nell&#039;ospedale di Ferrara, insieme con [[Alberto Savinio]], [[Corrado Govoni]] e [[Filippo De Pisis]] – Carrà orienta la propria ricerca pittorica verso un «realismo magico», un misticismo fantastico, propugnato anche da «Valori Plastici», rivista diretta da [[Mario Broglio]], alla quale Carrà collabora dal [[1919]] al [[1921]]. A giustificazione delle sue scelte artistiche e politiche Carrà adduce l&#039;esigenza impellente di non accompagnarsi più ad alcuno, di essere solo &lt;del style=&quot;font-weight: bold; text-decoration: none;&quot;&gt;se &lt;/del&gt;stesso, di rimanere fuori dalle correnti di qualsiasi tipo, nella convinzione che «i &quot;movimenti&quot;» contino poco, «siano essi fatti in nome della tradizione o della rivoluzione, poiché quello che conta è l&#039;individuo». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Il rinnovamento della pittura in Italia&#039;&#039;, parte IV, «Valori Plastici», maggio-giugno 1920, p. 55&amp;lt;/ref&amp;gt; Carrà ha ormai maturato un [[individualismo]] non più volto ad assimilare rivoluzione artistica e rivoluzione sociale, ma improntato ai valori dell&#039;idealismo e alla ricerca di un «nuovo misticismo». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Misticità e ironia nella pittura contemporanea&#039;&#039;, parte IV, «Valori Plastici», luglio-agosto 1920, p. 69&amp;lt;/ref&amp;gt; Avverte il bisogno di riproporre nella sua pittura «le cose ordinarie» &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Il quadrante dello spirito&#039;&#039;, «Valori Plastici», 15 novembre 1918, p. 1&amp;lt;/ref&amp;gt; sottratte dalle contingenze; di riavvicinarsi alla natura (al mare della Liguria e della Versilia, in particolare), nella ricerca di un «ordine nuovo», di una «trascendenza plastica», di una rappresentazione del reale che ne colga il mistero. Nel [[1919]] Carrà sposa a Milano [[Ines Minoja]] dalla quale ha, nel [[1922]], un figlio. Nel novembre [[1922]] partecipa alla costituzione della Corporazione nazionale delle Arti Plastiche, nella convinzione della necessità di una valorizzazione sociale delle arti, che ritiene perseguibile attraverso strutture associative e sindacali. Nel dicembre successivo assume la carica di critico d&#039;arte sul giornale «L&#039;Ambrosiano», che mantiene per venti anni. Collabora anche alle riviste «Esprit nouveau», «Convegno», «La Fiera letteraria», «La Ronda», «Tempo» ecc. Nel [[1942]] Carrà dipinge due affreschi nel Palazzo di Giustizia di Milano (&#039;&#039;Giustiniano che libera uno schiavo e Giudizio Universale&#039;&#039;), opere che definisce di carattere sociale e che, a causa delle polemiche suscitate per l&#039;assenza di riferimenti a simboli del regime, vengono fatte ricoprire dalle autorità fasciste. Dal [[1941]] fino al [[1952]] occupa la cattedra di pittura all&#039;Accademia di Belle Arti di Brera. Nel dopoguerra, collabora come critico d&#039;arte a «Milano Sera», «Omnibus» ecc. Da sempre fecondo disegnatore, Carrà illustra, fra l&#039;altro, &#039;&#039;L&#039;Odissea&#039;&#039;, tradotta da [[Salvatore Quasimodo]], &#039;&#039;Un coup de dés&#039;&#039; di Mallarmé e &#039;&#039;L&#039;après-midi d&#039;un faune&#039;&#039;, tradotto da Ungaretti. Muore a Milano il [[13 aprile]] [[1966]].&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;td class=&quot;diff-marker&quot; data-marker=&quot;+&quot;&gt;&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;color: #202122; font-size: 88%; border-style: solid; border-width: 1px 1px 1px 4px; border-radius: 0.33em; border-color: #a3d3ff; vertical-align: top; white-space: pre-wrap;&quot;&gt;&lt;div&gt;Carrà nasce a Quargnento (Alessandria) l&#039;[[11 febbraio]] [[1881]] da Giuseppe e Giuseppina Pittolo. Nel [[1893]], ancora dodicenne, deve recarsi a lavorare a Valenza Po, dapprima come garzone muratore, successivamente in qualità di apprendista decoratore murale. Nella cittadina piemontese, così come a Milano, dove si trasferisce nel [[1895]], segue corsi serali di disegno. Coinvolto nel clima di fermento politico e sociale che caratterizza gli ultimi anni del secolo, partecipa alle dimostrazioni contro la campagna d&#039;Africa e assiste ad alcuni drammatici episodi durante i moti del [[1898]]. Nel [[1899]] va a Parigi, dove lavora come decoratore nei padiglioni allestiti per la Grande esposizione del [[1900]]. Nella capitale francese ha la possibilità di conoscere la pittura antica e moderna. Entrato in contatto con il movimento anarchico francese, incontra l&#039;ex-comunardo [[Amilcare Cipriani]] e assiste a un comizio di [[Sébastien Faure]]. Nel [[1900]] Carrà si reca a Londra per approfondire la propria cultura e pratica artistiche e per cercare un nuovo lavoro. Si lega con un gruppo di fuorusciti italiani, fra cui [[Emidio Recchioni]] e [[Alessandro Baccherini]], che si ritrovano abitualmente nella pensione gestita da [[Mario Tedeschi]]. Legge importanti opere del pensiero politico socialista e anarchico ([[Fourier]], [[Owen]], [[Saint-Simon]], [[Bakunin]] ecc.) e assume posizioni individualistico-libertarie. Alla morte di Umberto I, re d&#039;Italia, assassinato il [[29 luglio]] [[1900]] dall&#039;anarchico [[Gaetano Bresci]], Carrà, insieme con [[Mario Tedeschi|Tedeschi]] e altri anarchici, diffonde un manifesto, duramente criticato da [[Errico Malatesta]], in cui si prendono le distanze da quell&#039;atto terroristico. Dipinge, inoltre, un ritratto del re ucciso, che viene esposto nella sede londinese del Circolo monarchico italiano. Rientrato in Italia nello stesso anno, Carrà lavora dapprima a Milano, presso una fabbrica di ventagli; svolge quindi l&#039;attività di decoratore murale nel Canton Ticino e in varie città della Lombardia. A Milano Carrà frequenta la trattoria Lazzari, a Porta Tenaglia, luogo d&#039;incontro di socialisti e di anarchici. Queste relazioni, il contatto quotidiano con il mondo del lavoro, lo studio delle opere di teorici dell&#039;[[anarco-individualismo|anarchismo individualista]] e del [[marxismo]], dei testi di [[Bergson]], di [[Nietzsche]] e di [[Sorel]], rappresentano elementi che, tra il [[1901]] e il [[1904]], inducono Carrà ad «appassionar[si] ai problemi politici», a percepire «l&#039;urgenza di una risoluzione radicale dei problemi sociali». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, pp. 67-70&amp;lt;/ref&amp;gt; Si trova tra la folla durante gli scontri tra anarchici e cavalleria in occasione dei funerali di [[Angelo Galli]], il giovane anarchico ucciso dal custode della Macchi e Passoni nel maggio [[1906]]. Questa circostanza è all&#039;origine della trasposizione di quell&#039;evento nel quadro d&#039;impostazione futurista &#039;&#039;[[I funerali dell&#039;anarchico Galli]]&#039;&#039; ([[1906]]-[[1911]]) e della frase «noi metteremo lo spettatore al centro del quadro», che apparirà nel Manifesto tecnico della pittura futurista ([[1910]]). In quegli stessi anni Carrà esegue disegni per alcune pubblicazioni anarchiche, tra cui la &#039;&#039;[[Libreria Editrice Sociale]]&#039;&#039; fondata da [[Giuseppe Monanni]] e [[Leda Rafanelli]] al loro arrivo a Milano, le loro riviste «Sciarpa nera» e «La Rivolta» (di cui traccia l&#039;emblema), «La Barricata» di Parma e «La Rivolta» di Pistoia, delle quali compone la testata. Dipinge ritratti di [[Friedrich Engels]], di [[Pietro Gori]] e di [[Nietzsche]], e illustra testi di [[Paolo Valera]]. Insegna, inoltre, presso la Società Cooperativa Umanitaria, fondata a Milano dopo le barricate del [[1898]]. Nel [[1904]] ottiene la direzione artistica della Cooperativa Pittori e Imbiancatori di Milano. Nel [[1905]] vince il premio della Scuola Superiore d&#039;Arte Applicata del Castello Sforzesco, che gli consente di essere ammesso l&#039;anno seguente all&#039;Accademia di Brera, dove segue i corsi di Cesare Tallone. Entrato in contatto con [[Giuseppe Pellizza da Volpedo]], [[Gaetano Previati]], anch&#039;essi orientati politicamente in senso socialista, Carrà passa dall&#039;originario realismo ai modi del divisionismo. L&#039;ingresso all&#039;Accademia e il trasferimento di domicilio in via Brera hanno l&#039;effetto di diradare in misura sempre maggiore i rapporti di Carrà con il gruppo anarchico dell&#039;osteria Lazzari. Nella riconsiderazione retrospettiva della sua esistenza, Carrà svilisce il grado di rilevanza avuto dall&#039;[[anarchismo]] nella sua maturazione intellettuale e artistica. Sottolinea il «divario» esistente tra l&#039;andamento «occasionale» delle sue scelte ideologiche e il procedere «istintivo» e sicuro di quelle artistiche. &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, p. 82&amp;lt;/ref&amp;gt; Tuttavia, in alcuni manifesti del [[futurismo]], di cui Carrà è coautore e autore, si avvertono consonanze con alcuni principi dell’estetica anarchica e del sindacalismo di [[Sorel]] in particolare. &#039;&#039;&#039;Con gli anarchici e con i futuristi Carrà condivide non solo una profonda avversione nei confronti dell&#039;egemonia culturale esercitata dalla borghesia, ma anche la convinzione che all&#039;arte e agli artisti spetti una funzione di primo piano nella costruzione di una società su basi completamente rinnovate, in sintonia con i progressi della scienza e della tecnica.&#039;&#039;&#039; Nella progettualità politica di [[Sorel]] Carrà intravede, inoltre, una maggiore aderenza alla problematica storica e sociale dell&#039;epoca rispetto a quella dei socialisti riformisti, quali, ad esempio, [[Eduard Bernstein]], [[Karl Kautsky]], [[Filippo Turati]], [[Leonida Bissolati]]. Queste convinzioni politiche sono, tra l&#039;altro, alla base dell&#039;amicizia che, a partire dal [[1909]], lega Carrà a [[Renzo Provinciali]] e a [[Filippo Corridoni]]. Nel [[1912]] Carrà espone a Parigi, presso la galleria Bernheim Jeune, opere, quali &#039;&#039;La Stazione di Milano&#039;&#039; ([[1909]]), &#039;&#039;L&#039;uscita dal teatro&#039;&#039; [[1909]], &#039;&#039;[[I funerali dell&#039;anarchico Galli]]&#039;&#039; ([[1910]]-[[1911]]), che traducono efficacemente i principi di un&#039;estetica volta a esaltare «le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa». &amp;lt;ref&amp;gt;Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, [[1909]]&amp;lt;/ref&amp;gt; Durante i soggiorni nella capitale francese, Carrà stringe rapporti di amicizia con artisti d&#039;avanguardia, come [[Georges Braque]], [[Pablo Picasso]] – che lo avvicinano ai principi della pittura cubista – [[Guillaume Apollinaire]], [[Gustave Kahn]], [[Amedeo Modigliani]], [[Medardo Rosso]], anch&#039;essi nella maggior parte simpatizzanti dell&#039;[[anarchismo]]. Nel [[1911]] Carrà inizia una stretta collaborazione con gli scrittori de «La Voce» (tra cui [[Ardengo Soffici]], [[Giuseppe Prezzolini]], [[Scipio Slataper]]). Collabora assiduamente al quindicinale «Lacerba», fondato nel [[1913]], diretto da [[Giovanni Papini]] e [[Ardengo Soffici]] e diventato l&#039;organo del movimento futurista. Partecipa alle «serate futuriste», dove si realizza quella percezione estetica «attiva» già propugnata da [[Proudhon]]. &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Du principe de l&#039;art et e sa destination sociale&#039;&#039; ([[1865]]), Parigi, 1939, pp. 70-71&amp;lt;/ref&amp;gt; Allo scoppio della guerra, con l&#039;amico [[Filippo Corridoni|Corridoni]], la maggior parte dei futuristi e i gruppi legati alle riviste «La Voce» e «Lacerba», Carrà condivide l&#039;adesione alla corrente interventista. Nel settembre [[1914]], insieme a [[Umberto Boccioni]] e a [[Luigi Russolo]], Carrà firma la Sintesi futurista della guerra. Con [[Umberto Boccioni|Boccioni]], [[Luigi Russolo|Russolo]] e [[Tommaso Marinetti|Marinetti]] viene arrestato per avere organizzato manifestazioni interventiste. Nel [[1915]], dipinge il collage Manifestazione interventista. Nello stesso anno pubblica il libro &#039;&#039;Guerrapittura&#039;&#039;, dove esalta il «nazionalismo futurista» e la guerra che aumenta le «possibilità creative». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, pp. 45-46&amp;lt;/ref&amp;gt; Contemporaneamente, dopo un «travaglio di coscienza», che lo induce a considerare che la lotta rivendicativa «non comporta se non una generica e superficiale dialettica di assai scarso valore storico» &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, p. 123&amp;lt;/ref&amp;gt;, Carrà abbandona definitivamente i principi del socialismo anarchico. Le convinzioni interventiste e nazionaliste lo spingono ad assumere toni di intolleranza ideologica. «Quando ci si convincerà che la gentetta socialista – che ogni giorno, ogni minuto sputa sentenze sulle libertà dei popoli – come pure quella pseudoanarchica, sono alla libertà dei popoli molto più nocive della cosiddetta &quot;borghesia sanguinaria, cinica, guerrafondaia&quot;?». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Guerrapittura&#039;&#039;, pp. 5-6&amp;lt;/ref&amp;gt; Verso la fine del [[1915]] Carrà pone fine alla sua collaborazione con i futuristi. Negli articoli &#039;&#039;Parlata su Giotto&#039;&#039; ([[31 marzo]] [[1916]]) e &#039;&#039;Paolo Uccello costruttore&#039;&#039; ([[30 settembre]] [[1916]]), pubblicati sulla nuova edizione de «La Voce», uscita nel dicembre [[1914]] e diretta da [[Giuseppe De Robertiis]], Carrà contrappone alla dottrina estetica e politica del [[futurismo]], a suo avviso ormai superata, una poetica volta a stabilire una stretta connessione tra opera pittorica e tradizione artistica italiana. Iniziatore, nel [[1916]], della pittura «metafisica», insieme con [[Giorgio de Chirico]] – che ritrova nel [[1917]] nell&#039;ospedale di Ferrara, insieme con [[Alberto Savinio]], [[Corrado Govoni]] e [[Filippo De Pisis]] – Carrà orienta la propria ricerca pittorica verso un «realismo magico», un misticismo fantastico, propugnato anche da «Valori Plastici», rivista diretta da [[Mario Broglio]], alla quale Carrà collabora dal [[1919]] al [[1921]]. A giustificazione delle sue scelte artistiche e politiche Carrà adduce l&#039;esigenza impellente di non accompagnarsi più ad alcuno, di essere solo &lt;ins style=&quot;font-weight: bold; text-decoration: none;&quot;&gt;sé &lt;/ins&gt;stesso, di rimanere fuori dalle correnti di qualsiasi tipo, nella convinzione che «i &quot;movimenti&quot;» contino poco, «siano essi fatti in nome della tradizione o della rivoluzione, poiché quello che conta è l&#039;individuo». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Il rinnovamento della pittura in Italia&#039;&#039;, parte IV, «Valori Plastici», maggio-giugno 1920, p. 55&amp;lt;/ref&amp;gt; Carrà ha ormai maturato un [[individualismo]] non più volto ad assimilare rivoluzione artistica e rivoluzione sociale, ma improntato ai valori dell&#039;idealismo e alla ricerca di un «nuovo misticismo». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Misticità e ironia nella pittura contemporanea&#039;&#039;, parte IV, «Valori Plastici», luglio-agosto 1920, p. 69&amp;lt;/ref&amp;gt; Avverte il bisogno di riproporre nella sua pittura «le cose ordinarie» &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Il quadrante dello spirito&#039;&#039;, «Valori Plastici», 15 novembre 1918, p. 1&amp;lt;/ref&amp;gt; sottratte dalle contingenze; di riavvicinarsi alla natura (al mare della Liguria e della Versilia, in particolare), nella ricerca di un «ordine nuovo», di una «trascendenza plastica», di una rappresentazione del reale che ne colga il mistero. Nel [[1919]] Carrà sposa a Milano [[Ines Minoja]] dalla quale ha, nel [[1922]], un figlio. Nel novembre [[1922]] partecipa alla costituzione della Corporazione nazionale delle Arti Plastiche, nella convinzione della necessità di una valorizzazione sociale delle arti, che ritiene perseguibile attraverso strutture associative e sindacali. Nel dicembre successivo assume la carica di critico d&#039;arte sul giornale «L&#039;Ambrosiano», che mantiene per venti anni. Collabora anche alle riviste «Esprit nouveau», «Convegno», «La Fiera letteraria», «La Ronda», «Tempo» ecc. Nel [[1942]] Carrà dipinge due affreschi nel Palazzo di Giustizia di Milano (&#039;&#039;Giustiniano che libera uno schiavo e Giudizio Universale&#039;&#039;), opere che definisce di carattere sociale e che, a causa delle polemiche suscitate per l&#039;assenza di riferimenti a simboli del regime, vengono fatte ricoprire dalle autorità fasciste. Dal [[1941]] fino al [[1952]] occupa la cattedra di pittura all&#039;Accademia di Belle Arti di Brera. Nel dopoguerra, collabora come critico d&#039;arte a «Milano Sera», «Omnibus» ecc. Da sempre fecondo disegnatore, Carrà illustra, fra l&#039;altro, &#039;&#039;L&#039;Odissea&#039;&#039;, tradotta da [[Salvatore Quasimodo]], &#039;&#039;Un coup de dés&#039;&#039; di Mallarmé e &#039;&#039;L&#039;après-midi d&#039;un faune&#039;&#039;, tradotto da Ungaretti. Muore a Milano il [[13 aprile]] [[1966]].&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
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Nel [[1899]] va a Parigi, dove lavora come decoratore nei padiglioni allestiti per la Grande esposizione del [[1900]]. Nella capitale francese ha la possibilità di conoscere la pittura antica e moderna. Entrato in contatto con il movimento anarchico francese, incontra l&#039;ex-comunardo [[Amilcare Cipriani]] e assiste a un comizio di [[Sébastien Faure]]. Nel [[1900]] Carrà si reca a Londra per approfondire la propria cultura e pratica artistiche e per cercare un nuovo lavoro. Si lega con un gruppo di fuorusciti italiani, fra cui [[Emidio Recchioni]] e [[Alessandro Baccherini]], che si ritrovano abitualmente nella pensione gestita da [[Mario Tedeschi]]. Legge importanti opere del pensiero politico socialista e anarchico ([[Fourier]], [[Owen]], [[Saint-Simon]], [[Bakunin]] ecc.) e assume posizioni individualistico-libertarie. Alla morte di Umberto I, re d&#039;Italia, assassinato il [[29 luglio]] [[1900]] dall&#039;anarchico [[Gaetano Bresci]], Carrà, insieme con [[Mario Tedeschi|Tedeschi]] e altri anarchici, diffonde un manifesto, duramente criticato da [[Errico Malatesta]], in cui si prendono le distanze da quell&#039;atto terroristico. Dipinge, inoltre, un ritratto del re ucciso, che viene esposto nella sede londinese del Circolo monarchico italiano. Rientrato in Italia nello stesso anno, Carrà lavora dapprima a Milano, presso una fabbrica di ventagli; svolge quindi l&#039;attività di decoratore murale nel Canton Ticino e in varie città della Lombardia. A Milano Carrà frequenta la trattoria Lazzari, a Porta Tenaglia, luogo d&#039;incontro di socialisti e di anarchici. Queste relazioni, il contatto quotidiano con il mondo del lavoro, lo studio delle opere di teorici dell&#039;[[anarco-individualismo|anarchismo individualista]] e del [[marxismo]], dei testi di [[Bergson]], di [[Nietzsche]] e di [[Sorel]], rappresentano elementi che, tra il [[1901]] e il [[1904]], inducono Carrà ad «appassionar[si] ai problemi politici», a percepire «l&#039;urgenza di una risoluzione radicale dei problemi sociali». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, pp. 67-70&amp;lt;/ref&amp;gt; Si trova tra la folla durante gli scontri tra anarchici e cavalleria in occasione dei funerali di [[Angelo Galli]], il giovane anarchico ucciso dal custode della Macchi e Passoni nel maggio [[1906]]. Questa circostanza è all&#039;origine della trasposizione di quell&#039;evento nel quadro d&#039;impostazione futurista &#039;&#039;[[I funerali dell&#039;anarchico Galli]]&#039;&#039; ([[1906]]-[[1911]]) e della frase «noi metteremo lo spettatore al centro del quadro», che apparirà nel Manifesto tecnico della pittura futurista ([[1910]]). In quegli stessi anni Carrà esegue disegni per alcune pubblicazioni anarchiche, tra cui la &#039;&#039;[[Libreria Editrice Sociale]]&#039;&#039; fondata da [[Giuseppe Monanni]] e [[Leda Rafanelli]] al loro arrivo a Milano, le loro riviste «Sciarpa nera» e «La Rivolta» (di cui traccia l&#039;emblema), «La Barricata» di Parma e «La Rivolta» di Pistoia, delle quali compone la testata. Dipinge ritratti di [[Friedrich Engels]], di [[Pietro Gori]] e di [[Nietzsche]], e illustra testi di [[Paolo Valera]]. Insegna, inoltre, presso la Società Cooperativa Umanitaria, fondata a Milano dopo le barricate del [[1898]]. Nel [[1904]] ottiene la direzione artistica della Cooperativa Pittori e Imbiancatori di Milano. Nel [[1905]] vince il premio della Scuola Superiore d&#039;Arte Applicata del Castello Sforzesco, che gli consente di essere ammesso l&#039;anno seguente all&#039;Accademia di Brera, dove segue i corsi di Cesare Tallone. Entrato in contatto con [[Giuseppe Pellizza da Volpedo]], [[Gaetano Previati]], anch&#039;essi orientati politicamente in senso socialista, Carrà passa dall&#039;originario realismo ai modi del divisionismo. L&#039;ingresso all&#039;Accademia e il trasferimento di domicilio in via Brera hanno l&#039;effetto di diradare in misura sempre maggiore i rapporti di Carrà con il gruppo anarchico dell&#039;osteria Lazzari. Nella riconsiderazione retrospettiva della sua esistenza, Carrà svilisce il grado di rilevanza avuto dall&#039;[[anarchismo]] nella sua maturazione intellettuale e artistica. Sottolinea il «divario» esistente tra l&#039;andamento «occasionale» delle sue scelte ideologiche e il procedere «istintivo» e sicuro di quelle artistiche. &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, p. 82&amp;lt;/ref&amp;gt; Tuttavia, in alcuni manifesti del futurismo, di cui Carrà è coautore e autore, si avvertono consonanze con alcuni principi dell’estetica anarchica e del sindacalismo di [[Sorel]] in particolare. &#039;&#039;&#039;Con gli anarchici e con i futuristi Carrà condivide non solo una profonda avversione nei confronti dell&#039;egemonia culturale esercitata dalla borghesia, ma anche la convinzione che all&#039;arte e agli artisti spetti una funzione di primo piano nella costruzione di una società su basi completamente rinnovate, in sintonia con i progressi della scienza e della tecnica.&#039;&#039;&#039; Nella progettualità politica di [[Sorel]] Carrà intravede, inoltre, una maggiore aderenza alla problematica storica e sociale dell&#039;epoca rispetto a quella dei socialisti riformisti, quali, ad esempio, [[Eduard Bernstein]], [[Karl Kautsky]], [[Filippo Turati]], [[Leonida Bissolati]]. Queste convinzioni politiche sono, tra l&#039;altro, alla base dell&#039;amicizia che, a partire dal [[1909]], lega Carrà a [[Renzo Provinciali]] e a [[Filippo Corridoni]]. Nel [[1912]] Carrà espone a Parigi, presso la galleria Bernheim Jeune, opere, quali &#039;&#039;La Stazione di Milano&#039;&#039; ([[1909]]), &#039;&#039;L&#039;uscita dal teatro&#039;&#039; [[1909]], &#039;&#039;[[I funerali dell&#039;anarchico Galli]]&#039;&#039; ([[1910]]-[[1911]]), che traducono efficacemente i principi di un&#039;estetica volta a esaltare «le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa». &amp;lt;ref&amp;gt;Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, [[1909]]&amp;lt;/ref&amp;gt; Durante i soggiorni nella capitale francese, Carrà stringe rapporti di amicizia con artisti d&#039;avanguardia, come [[Georges Braque]], [[Pablo Picasso]] – che lo avvicinano ai principi della pittura cubista – [[Guillaume Apollinaire]], [[Gustave Kahn]], [[Amedeo Modigliani]], [[Medardo Rosso]], anch&#039;essi nella maggior parte simpatizzanti dell&#039;[[anarchismo]]. Nel [[1911]] Carrà inizia una stretta collaborazione con gli scrittori de «La Voce» (tra cui [[Ardengo Soffici]], [[Giuseppe Prezzolini]], [[Scipio Slataper]]). Collabora assiduamente al quindicinale «Lacerba», fondato nel [[1913]], diretto da [[Giovanni Papini]] e [[Ardengo Soffici]] e diventato l&#039;organo del movimento futurista. Partecipa alle «serate futuriste», dove si realizza quella percezione estetica «attiva» già propugnata da [[Proudhon]]. &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Du principe de l&#039;art et e sa destination sociale&#039;&#039; ([[1865]]), Parigi, 1939, pp. 70-71&amp;lt;/ref&amp;gt; Allo scoppio della guerra, con l&#039;amico [[Filippo Corridoni|Corridoni]], la maggior parte dei futuristi e i gruppi legati alle riviste «La Voce» e «Lacerba», Carrà condivide l&#039;adesione alla corrente interventista. Nel settembre [[1914]], insieme a [[Umberto Boccioni]] e a [[Luigi Russolo]], Carrà firma la Sintesi futurista della guerra. Con [[Umberto Boccioni|Boccioni]], [[Luigi Russolo|Russolo]] e [[Tommaso Marinetti|Marinetti]] viene arrestato per avere organizzato manifestazioni interventiste. Nel [[1915]], dipinge il collage Manifestazione interventista. Nello stesso anno pubblica il libro &#039;&#039;Guerrapittura&#039;&#039;, dove esalta il «nazionalismo futurista» e la guerra che aumenta le «possibilità creative». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, pp. 45-46&amp;lt;/ref&amp;gt; Contemporaneamente, dopo un «travaglio di coscienza», che lo induce a considerare che la lotta rivendicativa «non comporta se non una generica e superficiale dialettica di assai scarso valore storico» &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, p. 123&amp;lt;/ref&amp;gt;, Carrà abbandona definitivamente i principi del socialismo anarchico. Le convinzioni interventiste e nazionaliste lo spingono ad assumere toni di intolleranza ideologica. «Quando ci si convincerà che la gentetta socialista – che ogni giorno, ogni minuto sputa sentenze sulle libertà dei popoli – come pure quella pseudoanarchica, sono alla libertà dei popoli molto più nocive della cosiddetta &quot;borghesia sanguinaria, cinica, guerrafondaia&quot;?». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Guerrapittura&#039;&#039;, pp. 5-6&amp;lt;/ref&amp;gt; Verso la fine del [[1915]] Carrà pone fine alla sua collaborazione con i futuristi. Negli articoli &#039;&#039;Parlata su Giotto&#039;&#039; ([[31 marzo]] [[1916]]) e &#039;&#039;Paolo Uccello costruttore&#039;&#039; ([[30 settembre]] [[1916]]), pubblicati sulla nuova edizione de «La Voce», uscita nel dicembre [[1914]] e diretta da [[Giuseppe De Robertiis]], Carrà contrappone alla dottrina estetica e politica del futurismo, a suo avviso ormai superata, una poetica volta a stabilire una stretta connessione tra opera pittorica e tradizione artistica italiana. Iniziatore, nel [[1916]], della pittura «metafisica», insieme con [[Giorgio de Chirico]] – che ritrova nel [[1917]] nell&#039;ospedale di Ferrara, insieme con [[Alberto Savinio]], [[Corrado Govoni]] e [[Filippo De Pisis]] – Carrà orienta la propria ricerca pittorica verso un «realismo magico», un misticismo fantastico, propugnato anche da «Valori Plastici», rivista diretta da [[Mario Broglio]], alla quale Carrà collabora dal [[1919]] al [[1921]]. A giustificazione delle sue scelte artistiche e politiche Carrà adduce l&#039;esigenza impellente di non accompagnarsi più ad alcuno, di essere solo se stesso, di rimanere fuori dalle correnti di qualsiasi tipo, nella convinzione che «i &quot;movimenti&quot;» contino poco, «siano essi fatti in nome della tradizione o della rivoluzione, poiché quello che conta è l&#039;individuo». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Il rinnovamento della pittura in Italia&#039;&#039;, parte IV, «Valori Plastici», maggio-giugno 1920, p. 55&amp;lt;/ref&amp;gt; Carrà ha ormai maturato un [[individualismo]] non più volto ad assimilare rivoluzione artistica e rivoluzione sociale, ma improntato ai valori dell&#039;idealismo e alla ricerca di un «nuovo misticismo». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Misticità e ironia nella pittura contemporanea&#039;&#039;, parte IV, «Valori Plastici», luglio-agosto 1920, p. 69&amp;lt;/ref&amp;gt; Avverte il bisogno di riproporre nella sua pittura «le cose ordinarie» &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Il quadrante dello spirito&#039;&#039;, «Valori Plastici», 15 novembre 1918, p. 1&amp;lt;/ref&amp;gt; sottratte dalle contingenze; di riavvicinarsi alla natura (al mare della Liguria e della Versilia, in particolare), nella ricerca di un «ordine nuovo», di una «trascendenza plastica», di una rappresentazione del reale che ne colga il mistero. Nel [[1919]] Carrà sposa a Milano [[Ines Minoja]] dalla quale ha, nel [[1922]], un figlio. Nel novembre [[1922]] partecipa alla costituzione della Corporazione nazionale delle Arti Plastiche, nella convinzione della necessità di una valorizzazione sociale delle arti, che ritiene perseguibile attraverso strutture associative e sindacali. Nel dicembre successivo assume la carica di critico d&#039;arte sul giornale «L&#039;Ambrosiano», che mantiene per venti anni. Collabora anche alle riviste «Esprit nouveau», «Convegno», «La Fiera letteraria», «La Ronda», «Tempo» ecc. Nel [[1942]] Carrà dipinge due affreschi nel Palazzo di Giustizia di Milano (&#039;&#039;Giustiniano che libera uno schiavo e Giudizio Universale&#039;&#039;), opere che definisce di carattere sociale e che, a causa delle polemiche suscitate per l&#039;assenza di riferimenti a simboli del regime, vengono fatte ricoprire dalle autorità fasciste. Dal [[1941]] fino al [[1952]] occupa la cattedra di pittura all&#039;Accademia di Belle Arti di Brera. Nel dopoguerra, collabora come critico d&#039;arte a «Milano Sera», «Omnibus» ecc. Da sempre fecondo disegnatore, Carrà illustra, fra l&#039;altro, &#039;&#039;L&#039;Odissea&#039;&#039;, tradotta da [[Salvatore Quasimodo]], &#039;&#039;Un coup de dés&#039;&#039; di Mallarmé e &#039;&#039;L&#039;après-midi d&#039;un faune&#039;&#039;, tradotto da Ungaretti. Muore a Milano il [[13 aprile]] [[1966]].&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;td class=&quot;diff-marker&quot; data-marker=&quot;+&quot;&gt;&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;color: #202122; font-size: 88%; border-style: solid; border-width: 1px 1px 1px 4px; border-radius: 0.33em; border-color: #a3d3ff; vertical-align: top; white-space: pre-wrap;&quot;&gt;&lt;div&gt;Carrà nasce a Quargnento (Alessandria) l&#039;[[11 febbraio]] [[1881]] da Giuseppe e Giuseppina Pittolo. Nel [[1893]], ancora dodicenne, deve recarsi a lavorare a Valenza Po, dapprima come garzone muratore, successivamente in qualità di apprendista decoratore murale. Nella cittadina piemontese, così come a Milano, dove si trasferisce nel [[1895]], segue corsi serali di disegno. Coinvolto nel clima di fermento politico e sociale che caratterizza gli ultimi anni del secolo, partecipa alle dimostrazioni contro la campagna d&#039;Africa e assiste ad alcuni drammatici episodi durante i moti del [[1898]]. Nel [[1899]] va a Parigi, dove lavora come decoratore nei padiglioni allestiti per la Grande esposizione del [[1900]]. Nella capitale francese ha la possibilità di conoscere la pittura antica e moderna. Entrato in contatto con il movimento anarchico francese, incontra l&#039;ex-comunardo [[Amilcare Cipriani]] e assiste a un comizio di [[Sébastien Faure]]. Nel [[1900]] Carrà si reca a Londra per approfondire la propria cultura e pratica artistiche e per cercare un nuovo lavoro. Si lega con un gruppo di fuorusciti italiani, fra cui [[Emidio Recchioni]] e [[Alessandro Baccherini]], che si ritrovano abitualmente nella pensione gestita da [[Mario Tedeschi]]. Legge importanti opere del pensiero politico socialista e anarchico ([[Fourier]], [[Owen]], [[Saint-Simon]], [[Bakunin]] ecc.) e assume posizioni individualistico-libertarie. Alla morte di Umberto I, re d&#039;Italia, assassinato il [[29 luglio]] [[1900]] dall&#039;anarchico [[Gaetano Bresci]], Carrà, insieme con [[Mario Tedeschi|Tedeschi]] e altri anarchici, diffonde un manifesto, duramente criticato da [[Errico Malatesta]], in cui si prendono le distanze da quell&#039;atto terroristico. Dipinge, inoltre, un ritratto del re ucciso, che viene esposto nella sede londinese del Circolo monarchico italiano. Rientrato in Italia nello stesso anno, Carrà lavora dapprima a Milano, presso una fabbrica di ventagli; svolge quindi l&#039;attività di decoratore murale nel Canton Ticino e in varie città della Lombardia. A Milano Carrà frequenta la trattoria Lazzari, a Porta Tenaglia, luogo d&#039;incontro di socialisti e di anarchici. Queste relazioni, il contatto quotidiano con il mondo del lavoro, lo studio delle opere di teorici dell&#039;[[anarco-individualismo|anarchismo individualista]] e del [[marxismo]], dei testi di [[Bergson]], di [[Nietzsche]] e di [[Sorel]], rappresentano elementi che, tra il [[1901]] e il [[1904]], inducono Carrà ad «appassionar[si] ai problemi politici», a percepire «l&#039;urgenza di una risoluzione radicale dei problemi sociali». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, pp. 67-70&amp;lt;/ref&amp;gt; Si trova tra la folla durante gli scontri tra anarchici e cavalleria in occasione dei funerali di [[Angelo Galli]], il giovane anarchico ucciso dal custode della Macchi e Passoni nel maggio [[1906]]. Questa circostanza è all&#039;origine della trasposizione di quell&#039;evento nel quadro d&#039;impostazione futurista &#039;&#039;[[I funerali dell&#039;anarchico Galli]]&#039;&#039; ([[1906]]-[[1911]]) e della frase «noi metteremo lo spettatore al centro del quadro», che apparirà nel Manifesto tecnico della pittura futurista ([[1910]]). In quegli stessi anni Carrà esegue disegni per alcune pubblicazioni anarchiche, tra cui la &#039;&#039;[[Libreria Editrice Sociale]]&#039;&#039; fondata da [[Giuseppe Monanni]] e [[Leda Rafanelli]] al loro arrivo a Milano, le loro riviste «Sciarpa nera» e «La Rivolta» (di cui traccia l&#039;emblema), «La Barricata» di Parma e «La Rivolta» di Pistoia, delle quali compone la testata. Dipinge ritratti di [[Friedrich Engels]], di [[Pietro Gori]] e di [[Nietzsche]], e illustra testi di [[Paolo Valera]]. Insegna, inoltre, presso la Società Cooperativa Umanitaria, fondata a Milano dopo le barricate del [[1898]]. Nel [[1904]] ottiene la direzione artistica della Cooperativa Pittori e Imbiancatori di Milano. Nel [[1905]] vince il premio della Scuola Superiore d&#039;Arte Applicata del Castello Sforzesco, che gli consente di essere ammesso l&#039;anno seguente all&#039;Accademia di Brera, dove segue i corsi di Cesare Tallone. Entrato in contatto con [[Giuseppe Pellizza da Volpedo]], [[Gaetano Previati]], anch&#039;essi orientati politicamente in senso socialista, Carrà passa dall&#039;originario realismo ai modi del divisionismo. L&#039;ingresso all&#039;Accademia e il trasferimento di domicilio in via Brera hanno l&#039;effetto di diradare in misura sempre maggiore i rapporti di Carrà con il gruppo anarchico dell&#039;osteria Lazzari. Nella riconsiderazione retrospettiva della sua esistenza, Carrà svilisce il grado di rilevanza avuto dall&#039;[[anarchismo]] nella sua maturazione intellettuale e artistica. Sottolinea il «divario» esistente tra l&#039;andamento «occasionale» delle sue scelte ideologiche e il procedere «istintivo» e sicuro di quelle artistiche. &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, p. 82&amp;lt;/ref&amp;gt; Tuttavia, in alcuni manifesti del &lt;ins style=&quot;font-weight: bold; text-decoration: none;&quot;&gt;[[&lt;/ins&gt;futurismo&lt;ins style=&quot;font-weight: bold; text-decoration: none;&quot;&gt;]]&lt;/ins&gt;, di cui Carrà è coautore e autore, si avvertono consonanze con alcuni principi dell’estetica anarchica e del sindacalismo di [[Sorel]] in particolare. &#039;&#039;&#039;Con gli anarchici e con i futuristi Carrà condivide non solo una profonda avversione nei confronti dell&#039;egemonia culturale esercitata dalla borghesia, ma anche la convinzione che all&#039;arte e agli artisti spetti una funzione di primo piano nella costruzione di una società su basi completamente rinnovate, in sintonia con i progressi della scienza e della tecnica.&#039;&#039;&#039; Nella progettualità politica di [[Sorel]] Carrà intravede, inoltre, una maggiore aderenza alla problematica storica e sociale dell&#039;epoca rispetto a quella dei socialisti riformisti, quali, ad esempio, [[Eduard Bernstein]], [[Karl Kautsky]], [[Filippo Turati]], [[Leonida Bissolati]]. Queste convinzioni politiche sono, tra l&#039;altro, alla base dell&#039;amicizia che, a partire dal [[1909]], lega Carrà a [[Renzo Provinciali]] e a [[Filippo Corridoni]]. Nel [[1912]] Carrà espone a Parigi, presso la galleria Bernheim Jeune, opere, quali &#039;&#039;La Stazione di Milano&#039;&#039; ([[1909]]), &#039;&#039;L&#039;uscita dal teatro&#039;&#039; [[1909]], &#039;&#039;[[I funerali dell&#039;anarchico Galli]]&#039;&#039; ([[1910]]-[[1911]]), che traducono efficacemente i principi di un&#039;estetica volta a esaltare «le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa». &amp;lt;ref&amp;gt;Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, [[1909]]&amp;lt;/ref&amp;gt; Durante i soggiorni nella capitale francese, Carrà stringe rapporti di amicizia con artisti d&#039;avanguardia, come [[Georges Braque]], [[Pablo Picasso]] – che lo avvicinano ai principi della pittura cubista – [[Guillaume Apollinaire]], [[Gustave Kahn]], [[Amedeo Modigliani]], [[Medardo Rosso]], anch&#039;essi nella maggior parte simpatizzanti dell&#039;[[anarchismo]]. Nel [[1911]] Carrà inizia una stretta collaborazione con gli scrittori de «La Voce» (tra cui [[Ardengo Soffici]], [[Giuseppe Prezzolini]], [[Scipio Slataper]]). Collabora assiduamente al quindicinale «Lacerba», fondato nel [[1913]], diretto da [[Giovanni Papini]] e [[Ardengo Soffici]] e diventato l&#039;organo del movimento futurista. Partecipa alle «serate futuriste», dove si realizza quella percezione estetica «attiva» già propugnata da [[Proudhon]]. &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Du principe de l&#039;art et e sa destination sociale&#039;&#039; ([[1865]]), Parigi, 1939, pp. 70-71&amp;lt;/ref&amp;gt; Allo scoppio della guerra, con l&#039;amico [[Filippo Corridoni|Corridoni]], la maggior parte dei futuristi e i gruppi legati alle riviste «La Voce» e «Lacerba», Carrà condivide l&#039;adesione alla corrente interventista. Nel settembre [[1914]], insieme a [[Umberto Boccioni]] e a [[Luigi Russolo]], Carrà firma la Sintesi futurista della guerra. Con [[Umberto Boccioni|Boccioni]], [[Luigi Russolo|Russolo]] e [[Tommaso Marinetti|Marinetti]] viene arrestato per avere organizzato manifestazioni interventiste. Nel [[1915]], dipinge il collage Manifestazione interventista. Nello stesso anno pubblica il libro &#039;&#039;Guerrapittura&#039;&#039;, dove esalta il «nazionalismo futurista» e la guerra che aumenta le «possibilità creative». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, pp. 45-46&amp;lt;/ref&amp;gt; Contemporaneamente, dopo un «travaglio di coscienza», che lo induce a considerare che la lotta rivendicativa «non comporta se non una generica e superficiale dialettica di assai scarso valore storico» &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;La mia vita&#039;&#039;, p. 123&amp;lt;/ref&amp;gt;, Carrà abbandona definitivamente i principi del socialismo anarchico. Le convinzioni interventiste e nazionaliste lo spingono ad assumere toni di intolleranza ideologica. «Quando ci si convincerà che la gentetta socialista – che ogni giorno, ogni minuto sputa sentenze sulle libertà dei popoli – come pure quella pseudoanarchica, sono alla libertà dei popoli molto più nocive della cosiddetta &quot;borghesia sanguinaria, cinica, guerrafondaia&quot;?». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Guerrapittura&#039;&#039;, pp. 5-6&amp;lt;/ref&amp;gt; Verso la fine del [[1915]] Carrà pone fine alla sua collaborazione con i futuristi. Negli articoli &#039;&#039;Parlata su Giotto&#039;&#039; ([[31 marzo]] [[1916]]) e &#039;&#039;Paolo Uccello costruttore&#039;&#039; ([[30 settembre]] [[1916]]), pubblicati sulla nuova edizione de «La Voce», uscita nel dicembre [[1914]] e diretta da [[Giuseppe De Robertiis]], Carrà contrappone alla dottrina estetica e politica del &lt;ins style=&quot;font-weight: bold; text-decoration: none;&quot;&gt;[[&lt;/ins&gt;futurismo&lt;ins style=&quot;font-weight: bold; text-decoration: none;&quot;&gt;]]&lt;/ins&gt;, a suo avviso ormai superata, una poetica volta a stabilire una stretta connessione tra opera pittorica e tradizione artistica italiana. Iniziatore, nel [[1916]], della pittura «metafisica», insieme con [[Giorgio de Chirico]] – che ritrova nel [[1917]] nell&#039;ospedale di Ferrara, insieme con [[Alberto Savinio]], [[Corrado Govoni]] e [[Filippo De Pisis]] – Carrà orienta la propria ricerca pittorica verso un «realismo magico», un misticismo fantastico, propugnato anche da «Valori Plastici», rivista diretta da [[Mario Broglio]], alla quale Carrà collabora dal [[1919]] al [[1921]]. A giustificazione delle sue scelte artistiche e politiche Carrà adduce l&#039;esigenza impellente di non accompagnarsi più ad alcuno, di essere solo se stesso, di rimanere fuori dalle correnti di qualsiasi tipo, nella convinzione che «i &quot;movimenti&quot;» contino poco, «siano essi fatti in nome della tradizione o della rivoluzione, poiché quello che conta è l&#039;individuo». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Il rinnovamento della pittura in Italia&#039;&#039;, parte IV, «Valori Plastici», maggio-giugno 1920, p. 55&amp;lt;/ref&amp;gt; Carrà ha ormai maturato un [[individualismo]] non più volto ad assimilare rivoluzione artistica e rivoluzione sociale, ma improntato ai valori dell&#039;idealismo e alla ricerca di un «nuovo misticismo». &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Misticità e ironia nella pittura contemporanea&#039;&#039;, parte IV, «Valori Plastici», luglio-agosto 1920, p. 69&amp;lt;/ref&amp;gt; Avverte il bisogno di riproporre nella sua pittura «le cose ordinarie» &amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Il quadrante dello spirito&#039;&#039;, «Valori Plastici», 15 novembre 1918, p. 1&amp;lt;/ref&amp;gt; sottratte dalle contingenze; di riavvicinarsi alla natura (al mare della Liguria e della Versilia, in particolare), nella ricerca di un «ordine nuovo», di una «trascendenza plastica», di una rappresentazione del reale che ne colga il mistero. Nel [[1919]] Carrà sposa a Milano [[Ines Minoja]] dalla quale ha, nel [[1922]], un figlio. Nel novembre [[1922]] partecipa alla costituzione della Corporazione nazionale delle Arti Plastiche, nella convinzione della necessità di una valorizzazione sociale delle arti, che ritiene perseguibile attraverso strutture associative e sindacali. Nel dicembre successivo assume la carica di critico d&#039;arte sul giornale «L&#039;Ambrosiano», che mantiene per venti anni. Collabora anche alle riviste «Esprit nouveau», «Convegno», «La Fiera letteraria», «La Ronda», «Tempo» ecc. Nel [[1942]] Carrà dipinge due affreschi nel Palazzo di Giustizia di Milano (&#039;&#039;Giustiniano che libera uno schiavo e Giudizio Universale&#039;&#039;), opere che definisce di carattere sociale e che, a causa delle polemiche suscitate per l&#039;assenza di riferimenti a simboli del regime, vengono fatte ricoprire dalle autorità fasciste. Dal [[1941]] fino al [[1952]] occupa la cattedra di pittura all&#039;Accademia di Belle Arti di Brera. Nel dopoguerra, collabora come critico d&#039;arte a «Milano Sera», «Omnibus» ecc. Da sempre fecondo disegnatore, Carrà illustra, fra l&#039;altro, &#039;&#039;L&#039;Odissea&#039;&#039;, tradotta da [[Salvatore Quasimodo]], &#039;&#039;Un coup de dés&#039;&#039; di Mallarmé e &#039;&#039;L&#039;après-midi d&#039;un faune&#039;&#039;, tradotto da Ungaretti. Muore a Milano il [[13 aprile]] [[1966]].&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
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		<author><name>K2</name></author>
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